“Voglio che desideriamo vivere. Voglio che desideriamo vivere in questo mondo, in questo tempo, assieme.”
adrienne maree brown
Siamo dentro una congiuntura di guerra.
Ristrutturazione capitalistica, militarizzazione, avanzata delle destre, irrigidimento identitario. La violenza patriarcale non è un’emergenza: è una struttura, una condizione della riproduzione dell’ordine sociale. Non è deviazione o incidente. È grammatica del presente.
Riconoscere non basta.
I transfemminismi hanno reso visibile la strutturalità della violenza. Ma la nominazione, da sola, non trasforma. Quando viene istituzionalizzata, burocratizzata o piegata al securitarismo, la critica perde forza. Non vogliamo gestire la violenza. Vogliamo distruggerne le condizioni di possibilità.
Identità è processo, non fortezza.
Nominarci è stato necessario: senza riconoscimento non c’è lotta. Ma l’identità non può diventare recinto. Quando si assolutizza, immobilizza. Identità e soggettivazione sono un movimento, e l’obiettivo non può essere difendere posizioni ontologiche, ma costruire trasformazioni. Qui i limiti del paradigma vittimario: la violenza va riconosciuta, ma non vogliamo essere definit3 dal trauma. Dalla ferita non nasce automaticamente politica. La politica comincia quando la ferita diventa organizzazione, desiderio, potenza collettiva.
Contro la logica della gestione.
Non tutto è violenza patriarcale. Distinguere è necessario per colpire la struttura, non per moralizzare i conflitti. Non riproduciamo logiche punitive, non per ideologia, ma perché la violenza non si “chiude”, non si archivia, non si espelle. Si attraversa in processi collettivi, conflittuali, imperfetti. Al participio passato del tempo statico preferiamo il gerundio, tempo mobile delle processualità in corso; al tempo perimetrato e perimetrabile preferiamo un tempo in trasformazione permanente.
Nessuna oasi, nessuna purezza.
Non crediamo in spazi purificati, né in comunità immuni dal divario di potere. Desideriamo spazi capaci di stare nel conflitto. Non safe perché isolati, forse safer, sicuramente braver, capaci di prendersi la responsabilità di contro-agire. Purtroppo non scegliamo il terreno di gioco, e la violenza patriarcale attraversa tutto: collettivi, case, movimenti, città. Per questo la risposta non può essere episodica, ma una pratica quotidiana.
Restare nel problema.
Non abbiamo formule così come non esiste un transfemminismo unico, ma pratiche plurali, situate, contraddittorie. Non dobbiamo salvare nessun3, né dobbiamo condannare per sentirci giust3. Dobbiamo costruire strumenti per contro-agire nello spazio-tempo della violenza patriarcale. Con i corpi. Con le relazioni. Con organizzazione collettiva. Non identità da difendere, ma processi da costruire. Qui. Adesso. Insieme.
Una riflessione estesa di questi frammenti di pensiero è stata pubblicata su Hubaut Bologna nel giugno 2025.


