Questo testo nasce da una convinzione semplice: non siamo in una crisi, ma in una nuova fase storica. Una fase che dura da almeno quindici anni, che ha chiuso definitivamente il ciclo della globalizzazione neoliberale degli anni Novanta e che oggi si presenta come mondializzazione armata, instabile, conflittuale.
Non è un passaggio temporaneo. È un mutamento strutturale.
Queste note vogliono offrire coordinate di fase: punti sintetici per leggere il presente e per immaginare come starci dentro, come attraversarlo, come romperlo.
1. La globalizzazione è finita (ma il mercato mondiale no)
Gli anni Novanta sono stati raccontati come la “fine della storia”.
In realtà sono stati l’inizio di una storia precisa: quella di una globalizzazione costruita su tre pilastri:
- neoliberismo come razionalità politica dominante
- fine del bipolarismo dopo il crollo dell’Urss
- centralità assoluta del mercato mondiale come orizzonte unico
Quella fase prometteva integrazione, crescita, pace. Ha prodotto invece:
- devastazione sociale
- polarizzazione estrema della ricchezza
- distruzione delle mediazioni politiche e sindacali
- svuotamento della democrazia
L’11 settembre 2001 segna il primo vero strappo: la globalizzazione mostra il suo lato militare. Le guerre in Afghanistan e Iraq dovevano essere rapide, disciplinanti, esemplari. Sono state sconfitte strategiche della NATO, che hanno aperto una crisi lunga dell’ordine occidentale.
Da quel momento, la globalizzazione non riesce più a presentarsi come progetto universale condiviso. Ma attenzione: il mercato mondiale non si ritira. Cambia forma. Si militarizza. Si frammenta. Si contendono le sue direzioni.
2. Il 2008 non è mai finito
La crisi dei subprime non è stata un incidente.
È stata la crisi di sostenibilità del modello neoliberale.
Dal 2008 in poi:
- la crescita è debole e diseguale
- il debito diventa struttura permanente
- le politiche monetarie sostituiscono la politica
- la precarietà diventa norma
Non c’è mai stata una vera uscita dalla crisi.
C’è stata solo una sua gestione autoritaria, come ricordano molti dei materiali della rivista Teiko (https://teiko-rivista.online/articoli/Numero%201/numero%20uno.html): austerità, ristrutturazioni, disciplinamento sociale.
La pandemia non ha aperto una nuova fase: ha accelerato quella in corso.
Ha mostrato la fragilità delle catene globali del valore, la centralità della logistica, il ruolo strategico dello Stato come garante ultimo del capitale.
3. Crisi dell’egemonia statunitense
Il cuore della fase attuale è questo: gli Stati Uniti non riescono più a governare da soli il mondo, ma non possono nemmeno permettersi di perderlo.
La crisi dell’egemonia USA è duplice:
- esterna: ascesa della Cina, riarticolazione di blocchi regionali, autonomia crescente di potenze medie
- interna: polarizzazione sociale, razzializzazione del conflitto, tratti da pre-guerra civile
Gli Stati Uniti restano una potenza centrale, ma non sono più un centro ordinatore stabile. Questo produce un mondo più violento, più instabile, più competitivo.
Come si discute in un’intervista su Dinamopress (https://www.dinamopress.it/news/mezzadra-la-guerra-e-lo-strumento-con-cui-si-stanno-formando-i-nuovi-blocchi-imperialisti) e in un ebook di Effimera (https://effimera.org/ebook-anni-di-guerra-menzogne-verita-scintille/), la guerra diventa lo strumento attraverso cui si stanno formando nuovi blocchi imperiali. Non una parentesi, ma una grammatica.
4. Capitalismo digitale, oligopoli e nuovo Wild West
La digitalizzazione non ha reso il capitalismo più “leggero”.
Lo ha reso più concentrato, più estrattivo, più opaco.
Negli ultimi quindici anni abbiamo assistito a:
- formazione di oligopoli tecnologici
- controllo infrastrutturale di dati, reti, piattaforme
- nuove rendite monopolistiche
Siamo tornati, per certi versi, a un capitalismo da robber barons: poche grandi corporation, potere immenso, Stato come partner e garante. Into the Black Box (https://www.intotheblackbox.com/events/seminario-la-politica-di-big-tech/) lo racconta come un “tecnoautoritarismo”.
Questo non è post-capitalismo.
È colonialismo digitale, nuova accumulazione originaria, nuova frontiera imperiale.
5. La guerra come asse economico e politico
In questo quadro, la guerra non è un’anomalia.
È uno strumento razionale per molte élite.
La guerra serve a:
- rilanciare industrie in crisi
- disciplinare popolazioni
- ridefinire confini e sfere di influenza
- gestire eccedenze sociali
Dall’Ucraina al Medio Oriente, dalla Palestina al Mar Rosso, la guerra organizza la mondializzazione. Come sostenuto in un recente libro di Infoaut (https://www.infoaut.org/culture/la-lunga-frattura-dalla-crisi-globale-al-blocchiamo-tutto), siamo dentro una lunga frattura che attraversa economia, politica, società.
La Palestina è il punto più alto e più brutale di questa fase: laboratorio di guerra, controllo, sterminio. E anche specchio dell’Occidente.
6. Due dinamiche opposte: destre e rivolte
Negli ultimi quindici anni si sono scontrate due tendenze:
- ascesa globale delle estreme destre
- al governo o con tratti di egemonia culturale
- nazionaliste, autoritarie, razziste
- pienamente integrate nel capitalismo
- ciclo di insurrezioni e rivolte popolari
- dalle piazze arabe a Occupy
- dai movimenti femministi alle rivolte antirazziste
- dai gilet gialli alle lotte climatiche
Queste rivolte hanno aperto possibilità enormi, ma non sono riuscite a consolidare contropoteri duraturi. La questione dell’organizzazione – come si ricorda in un articolo su Euronomade (https://www.euronomade.info/organizzare-sciopero-e-contropotere-oltre-loccidente/) – resta aperta, irrisolta, centrale.
7. Classe, composizione, territorio
Si può ancora dire “classe” (si veda: https://www.connessioniprecarie.org/2023/04/16/si-puo-ancora-dire-classe-appunti-per-una-discussione/)?
Sì, ma non come nostalgia.
La classe oggi è:
- frammentata
- mobile
- territoriale
Non è data. Si costruisce nei conflitti.
E i territori – metropolitani, logistici, sociali – sono il luogo decisivo di questa costruzione.
Ripensare una “politica di classe” (https://globalproject.info/2026/1/contro-e-contro) è una sfida strategica.
8. Italia: il “blocchiamo tutto” come segnale
In Italia, la mobilitazione straordinaria contro il genocidio in Palestina tra settembre e ottobre ha segnato qualcosa di nuovo.
Non solo per i numeri.
Ma per la parola d’ordine: blocchiamo tutto.
Blocco come:
- interruzione della normalità
- sabotaggio della complicità
- politicizzazione dei territori
Si è aperto uno spazio di possibilità. Fragile, ma reale.
9. Opporsi oggi: territori, conflitto, governo
Opporsi oggi al governo non significa solo contestarlo.
Significa costruire contropotere.
Alcune coordinate:
- radicamento territoriale
- conflitto sociale continuo
- connessione tra guerra esterna e guerra interna
- blocco delle infrastrutture quando serve
- organizzazione oltre le forme novecentesche
Non esistono scorciatoie.
Ma esiste una certezza: questa fase non si governa con la moderazione.
O si accetta la guerra come orizzonte.
O si costruiscono le condizioni per romperla.
Acta nasce qui. Dentro questa frattura. Dentro questo conflitto.
Non per raccontare il mondo così com’è, ma per intervenire sulla sua trasformazione.


