WOKE GAME OVER. Sì, ma è più complicato!

In questi giorni dagli Stati Uniti all’Italia si sta parlando molto della crisi della postura woke, o almeno della piega che molto spesso ha assunto.

Lo diciamo subito: l’ossessione del politicamente corretto, l’identitarismo miope, la stessa bandiera della “purezza”, sono tutti elementi che hanno avvelenato in questi anni le possibilità di conflitto sociale.

Ma non va dimenticato che il woke negli States (ovvero dove è esistito) è stato innanzitutto conflitto sociale: pensiamo ai riot che, dopo l’omicidio di George Floyd, da Minneapolis a Ferguson nel maggio 2020 hanno riverberato istanze di classe.

Una primavera di lotta, in piena pandemia, portata avanti da frammenti di precariato razzializzato, queer, col desiderio di abolire la polizia e la sua violenza omicida, e da lì farla finita con l’intero sistema capitalistico.

Quando oggi si parla di woke si prende in automatico la definizione coniata dalla propaganda trumpiana, sovrapponendo questa sigla all’apparato retorico e programmatico del Democratic Party.

Ma un conto è l’infame e quiescente pensiero liberal che si è andato a ristagnare attorno a un termine, altro conto è la storia di lotte concrete, di movimenti transnazionali che si sono sprigionati da una rivendicazione.

Detta in altri termini: ok la necessità di marcare le distanze dal progressismo padronale (era ora!), ma manco introiettare l’ideologia MAGA definendo “sciocchezza” rivendicazioni, lotte, soggetti.

Il rischio è che dietro al “tornare a parlare di economia” si celi un’operazione atta a legittimare politiche securitarie e a schiacciare le differenze di razza e genere. In Italia il dibattito ha già assunto questi connotati.

Ma allora che fare: porre la classe al centro? Certo! Ma la classe oggi è intrecciata proprio da razza, genere e molteplici linee di oppressione: non sarà un’operazione riduzionista a salvarci.

Scegliere tra istanze di classe e le cosiddette “istanze sociali” è una trappola retorica utile a far perdere di vista il punto: costruire e praticare un orizzonte di classe a partire da ogni diverso stato di dominio e sfruttamento.

Il sinistrese da borghesucci benpensanti è nemico delle lotte e, allo stesso tempo, assist per una ‘internazionale nera’ che basa gran parte della propria promozione sull’antiwokkismo.

Ma l’antidoto non può essere rappresentato dall’appiattimento economicista della nostra realtà, dall’invisibilizzazione di alcune linee di subalternità o gridi di rivolta. Vanno messi al centro i soggetti reali.

La classe è sempre un cantiere in lavorazione e addentrarci in esso non significa ridurlo a priori, ma inchiestarlo nella pratica.