La morte, il 14 febbraio, di un militante fascista a Lione — a seguito di scontri con militanti antifascisti che assicuravano il servizio d’ordine ai margini di un’iniziativa di una deputata de La France Insoumise — è stata interpretata da diverse voci come un «momento Kirk» per la Francia. In altre parole, questo evento è stato utilizzato dall’estrema destra, in ascesa verso il potere, per tentare di cambiare paradigma, marginalizzando le componenti politiche antifasciste e cercando di rovesciare il «barrage elettorale» storico che, da decenni, impedisce alla dinastia Le Pen di accedere alla presidenza. Potreste dirci qual è, dal vostro punto di vista, la percezione del momento in Francia e, più in generale, in che modo le diverse componenti (dai collettivi antifascisti a LFI) hanno reagito?
Per comprendere ciò che sta accadendo oggi in Francia, a nostro avviso è necessario collocare il momento politico innescato dagli eventi di Lione all’interno di una sequenza molto più lunga. Siamo nel cuore di un processo che noi — insieme ad altri — definiamo da diversi anni come una fascistizzazione dello Stato. Vale a dire una tendenza profonda e duratura delle democrazie occidentali, particolarmente visibile in Francia, soprattutto per la centralità che vi occupa il discorso islamofobo. Ciò implica criticare l’idea secondo cui il fascismo emergerebbe come una rottura brutale con l’ordine repubblicano e democratico, a seguito della presa del potere da parte dell’estrema destra. Ciò che osserviamo, al contrario, è un processo graduale, inscritto nelle trasformazioni ordinarie dello Stato e del campo politico.
Questo contesto è indispensabile per comprendere il trattamento recente — mediatico e politico — del fascismo e dell’antifascismo. Torneremo più avanti su questo punto in modo più approfondito, ma è già necessario ricordare che la criminalizzazione dell’antifascismo in Francia non risale agli eventi di Lione. Almeno dal 2016, i gruppi antifascisti figurano tra i settori più repressi del movimento sociale. Si può pensare, ad esempio, all’affaire del quai de Valmy, dopo l’incendio di un’auto della polizia durante una manifestazione del movimento contro la legge sul lavoro nel 2016, che ha rappresentato un importante episodio repressivo contro i gruppi che componevano il cosiddetto cortège de tête, prendendo di mira in particolare l’Action Antifasciste Paris Banlieue, diversi dei cui membri sono stati incarcerati durante e al termine della procedura giudiziaria. Occorre inoltre ricordare lo scioglimento del Groupe Antifa Lyon et Environ nel marzo 2022, che ha preceduto quello della Jeune Garde nel giugno 2025. In questo quadro, una figura mediatica dell’«antifa» si è progressivamente imposta, costruita come minaccia e oggetto di criminalizzazione. Ciò è vero anche altrove, ma perché proprio a partire da questo periodo, in particolare in Francia? Perché a partire dal 2016, in particolare con il movimento contro la legge sul lavoro, i gruppi antifascisti si sono radicati sempre più nelle mobilitazioni sociali, diventando sempre più visibili all’interno di un ciclo di lotte che ha contestato sia l’accelerazione dell’agenda neoliberale sia la normalizzazione di un’agenda islamofoba. La loro presenza in queste mobilitazioni e in diverse lotte sociali (ecologiste, sindacali, contro le violenze poliziesche) li ha resi politicamente irrecuperabili da parte del potere. Non era esattamente così in precedenza, quando una figura del «buon» antifascista poteva ancora essere mobilitata da una parte della sinistra o del centro repubblicano. Gli eventi di Lione non hanno dunque aperto una sequenza totalmente nuova; hanno piuttosto accelerato un processo avviato da circa dieci anni, offrendo al potere l’opportunità di portare a compimento la demonizzazione dell’antifascismo.
La novità — e forse la specificità francese — sta nel fatto che questa demonizzazione si estende ormai allo stesso campo istituzionale. Essa trascina con sé anche La France Insoumise, formazione che, secondo numerosi sondaggi, potrebbe trovarsi al secondo turno delle elezioni presidenziali del 2027 di fronte al Rassemblement national. La France Insoumise era peraltro già oggetto di una campagna di delegittimazione, in particolare attraverso accuse ripetute di antisemitismo, oggi ulteriormente intensificate a seguito dei fatti di Lione, anche in relazione alle sue prese di posizione contro il genocidio in Palestina. Ma ciò che cambia qui è che l’episodio lionese è stato colto non solo dall’estrema destra come un’occasione per spostare lo stigma dell’estremismo verso la sinistra, ma anche da una larga parte del campo politico per proseguire questa impresa di demonizzazione della France Insoumise. Inoltre, non è solo il RN: è l’intera Assemblea nazionale che ha osservato un minuto di silenzio per un militante neofascista — un fatto inedito nella storia della Repubblica, se si eccettua il periodo del regime di Pétain.
Dal lato dell’«estremo centro», vale a dire del macronismo, la novità consiste in una svolta strategica: dal barrage républicain si è passati all’esacerbazione dei poli. Ieri il racconto era semplice: «noi o il fascismo». Oggi diventa: «noi o la guerra civile». Non si tratta più soltanto della diga contro l’estrema destra; è la messa in scena di un paese sull’orlo della frattura, di cui loro sarebbero gli unici capaci di ricomporre i pezzi. La carta giocata non è quindi più quella del fronte repubblicano, ma quella dell’arbitraggio: presentarsi come ultimo baluardo, come garante ultimo dell’ordine. Questa svolta interviene in un contesto di crisi profonda per la maggioranza presidenziale, mentre l’ipotesi di un secondo turno nel 2027 tra Jordan Bardella e Jean-Luc Mélenchon si imponeva come uno degli scenari più plausibili. È troppo presto per dire se la scommessa pagherà. Ma l’evento viene colto come un’opportunità: tentare di riconquistare una legittimità politica fortemente erosa.
Infine, dal lato de La France Insoumise, al centro di attacchi che non sono più soltanto mediatici ma anche fisici — decine di sedi prese di mira, locali danneggiati, ripetute minacce di morte contro i suoi membri — la direzione del partito ha mantenuto il proprio sostegno alla Jeune Garde e ha rifiutato di prendere le distanze dal deputato proveniente da questo collettivo, di cui aveva sostenuto e accompagnato l’elezione. Ha inoltre sostenuto una linea di difesa dell’antifascismo, pur riducendolo a una postura di «autodifesa popolare» puramente difensiva e condannando gli autori dei fatti — che appartenevano tuttavia, è bene ricordarlo, a un settore del movimento antifascista che essa stessa aveva cooptato nell’organizzazione — e che oggi rischiano pene detentive molto pesanti.
Da parte nostra — quella dell’antifascismo autonomo, per dirla in breve — invitiamo ovviamente a sostenere La France Insoumise di fronte al processo di criminalizzazione di cui oggi è bersaglio. È ormai chiaro che, in questa fase, al di là della scadenza elettorale, gli attacchi che la colpiscono superano di gran lunga il suo perimetro: cercano di colpire l’insieme del movimento sociale e delle opposizioni politiche. Una capitolazione de LFI aprirebbe la strada a un’offensiva molto più ampia.
Tuttavia, se sosteniamo la LFI nella congiuntura attuale, restiamo comunque critici nei confronti della strategia che ha portato il gruppo antifascista Jeune Garde a integrare le sue file fino a far eleggere uno dei suoi ex portavoce come deputato in un dipartimento storicamente acquisito al Rassemblement national. Questa scelta corrisponde infatti a un’ipotesi che si potrebbe definire «strategia antifascista del fronte elettorale». Tale ipotesi considera l’ascesa dell’estrema destra come il terreno centrale della lotta e concepisce l’antifascismo principalmente come uno scontro diretto contro di essa. Lo Stato appare quindi meno come il luogo di produzione della fascistizzazione e più come una barriera difettosa che bisognerebbe costringere a svolgere il proprio ruolo. Da qui la prospettiva di un fronte unitario e interclassista, suscettibile di estendersi, se necessario, fino al Parti socialiste. Al contrario, noi analizziamo l’estrema destra come una componente di un processo di fascistizzazione più ampio, che si dispiega all’interno stesso dello Stato e attraversa una parte delle formazioni politiche, anche a sinistra — comprese quelle che si rivendicano antifasciste. La sequenza islamofoba del 2015 ne ha fornito un’illustrazione. Ci torneremo.
Con una nota più ottimista, riteniamo che questa sequenza post-lionese, pur chiarendo il ruolo dello Stato e di una parte della sinistra nel processo di fascistizzazione in corso (come mostra l’episodio del minuto di silenzio), potrebbe anche far emergere capacità antifasciste più ampi, sulle quali sarebbe possibile costruire dinamiche politiche capaci di superare la logica di un antifascismo dei piccoli gruppi.
Come accennavamo nella prima domanda, pur con le sue specificità, il caso francese si inserisce pienamente in una congiuntura internazionale più ampia: dal già citato «caso Kirk» negli Stati Uniti alla lunga sequenza di Budapest, con le sue molteplici ramificazioni tra la Germania e altri paesi; ma anche alla criminalizzazione osservata in Inghilterra con il tentativo di scioglimento di Palestine Action, o ancora alla retorica utilizzata dal governo Meloni contro le recenti mobilitazioni a Torino e Milano («nemici della nazione», «terroristi»). Quale riflessione è possibile sviluppare, dalla Francia, su questa congiuntura, nella quale la cosiddetta «Internazionale nera» sembra sempre più in grado di esercitare un’egemonia e di proporsi come forza dirigente in un momento in cui la guerra occupa un posto sempre più centrale — con le torsioni autoritarie che ne derivano in diversi paesi e la messa in opera di economie di guerra?
Dalla Francia, questa congiuntura permette di riflettere sul modo in cui un processo di fascistizzazione — inteso non come il prolungamento del fascismo storico, ma piuttosto come l’attualizzazione di una parte dei suoi fondamenti (autoritarismo, guerra, suprematismo e gestione razziale) — si accelera, anche in contesti in cui l’estrema destra non è (ancora) al potere. Essa rivela soprattutto le dinamiche di fondo, lunghe e profonde, che preparano il terreno all’estrema destra, al di là dell’emergere contingente della cosiddetta «Internazionale nera». Queste dinamiche si manifestano attraverso uno slittamento autoritario progressivo degli apparati dello Stato e di alcuni partiti politici, tramite pratiche repressive e discriminatorie, e attraverso la gestione mirata delle popolazioni non bianche, oggi in particolare delle popolazioni musulmane.
Si tratta, ancora una volta, di ciò che viene chiamato fascistizzazione, e che deve essere compreso come un continuum: già presente nelle istituzioni, esso si dispiega attraverso pratiche ordinarie e si accelera in un contesto di guerra, di crisi economica e di crisi più generale dell’egemonia dell’imperialismo occidentale. L’esempio dell’islamofobia di Stato in Francia nel 2015 — chiusura arbitraria di moschee, perquisizioni amministrative, controlli di polizia su base razziale legalizzati, violenze, incarcerazioni preventive e di massa di musulmani — mostra che queste dinamiche non dipendono unicamente dall’arrivo dell’estrema destra al potere, dal momento che in quell’epoca era il Parti Socialiste a governare, con François Hollande come Presidente della Repubblica.
Ciò non significa che riteniamo che l’accesso al potere del Rassemblement National sarebbe privo di conseguenze. Oggi, per fare solo un esempio, è l’estrema destra a proporre le misure più razziste e discriminatorie, come la soppressione dell’AME (Aide médicale d’État, l’assistenza medica per gli stranieri in situazione irregolare). Ma nulla garantisce che il centro non possa seguirla tra qualche tempo, come ha già fatto su molti altri temi. Questa prospettiva sottolinea inoltre la necessità di sviluppare forme alternative di sanità autogestita, su cui stiamo riflettendo insieme ad alcuni compagni.
Infine, nel contesto francese, il legame storico tra il processo di fascistizzazione e la colonialità è piuttosto evidente, forse ancora più che altrove. Esiste una vera e propria genealogia coloniale del fascismo francese. Le sconfitte in Indocina e in Algeria hanno profondamente strutturato la Quinta Repubblica, così come la storia dell’estrema destra francese e quella del Rassemblement National, in cui si ritrovano i germi di queste dinamiche. Come sottolinea Enzo Traverso, esiste una continuità tra colonialità e fascismo: un continuum fascista che si sviluppa a partire dalle pratiche coloniali (sia prima del fascismo storico degli anni Trenta, sia dopo, in ciò che si potrebbe definire postfascismo).
In Francia, durante la guerra d’Algeria, l’estrema destra si posiziona come avanguardia del campo dell’«Algérie française», in particolare all’interno dell’Organisation armée secrète (OAS), organizzazione armata contro l’indipendenza algerina. È all’interno di questa organizzazione, che riuniva miliziani di estrema destra, militari e poliziotti, che si sono formati i quadri più importanti di quello che diventerà il Front National (oggi Rassemblement National). Dopo la vittoria algerina, il potere si trovò costretto a rispondere alla minaccia di una rivolta fascista e aprì dunque le porte dello Stato — in particolare nell’esercito e nella polizia — all’estrema destra per canalizzare queste pulsioni golpiste.
La creazione della BAC (Brigade anti-criminalité), ad esempio — le attuali unità di polizia incaricate di reprimere quotidianamente le popolazioni non bianche dei quartieri popolari segregati delle grandi metropoli — è l’erede diretta delle BNA (Brigades Nord-Africaines), una polizia d’eccezione incaricata della repressione degli algerini impegnati nella lotta per l’indipendenza. Dopo la guerra, i capi militari e i prefetti coloniali che avevano gestito la controinsurrezione coloniale furono tutti reintegrati nella metropoli e riciclati nei dipartimenti che raggruppavano i quartieri composti in maggioranza da popolazioni immigrate, provenienti dalle zone postcoloniali. Il mantenimento dell’ordine francese e la segregazione razziale dello spazio metropolitano si ispirano direttamente a pratiche repressive sviluppate in Algeria, trasferendo all’interno del territorio francese metodi di gestione dei colonizzati.
C’è infine un’ultima dimensione della fascistizzazione che ci sembra importante sottolineare: il fascismo come opzione di gestione della crisi, ma anche — come ricorda Alberto Toscano — come forma di contro-rivoluzione preventiva. Per dirla semplicemente, percepiamo un legame tra il ritorno dell’ipotesi neofascista e il livello di mobilitazione sociale che il paese ha conosciuto nel corso dell’ultimo decennio: dal movimento contro la Loi Travail, ai Gilets Jaunes, fino alle rivolte successive alla morte di Nahel Merzouk — per citare solo alcuni episodi di questa sequenza.
Questa constatazione si ritrova anche a livello internazionale, in particolare negli Stati Uniti, che hanno conosciuto un ciclo di mobilitazioni molto intense, dal movimento Occupy Wall Street passando per Black Lives Matter fino alle mobilitazioni contro la guerra genocidaria a Gaza.
La straordinaria resistenza popolare contro l’Immigration and Customs Enforcement (ICE), alla quale prestiamo particolare attenzione, ha portato a vittorie concrete e si è strutturata attraverso comitati di base, scioperi generali e forme d’azione che combinano blocchi e manifestazioni. Essa accentua attualmente la crisi di egemonia interna del potere statunitense e si appoggia a contropoteri che si sono consolidati nel corso degli anni, attraverso mobilitazioni come Black Lives Matter o gli ultimi storici scioperi nel settore automobilistico.
La situazione in Palestina illustra anch’essa questa dinamica di contro-rivoluzione preventiva: incarna al tempo stesso la crisi di egemonia del progetto sionista e la capacità della resistenza popolare di tenergli testa.
È dunque all’interno di un quadro di crisi profonda — economica, politica e di egemonia — che leggiamo l’apparizione simultanea della guerra e del fascismo come opzioni di uscita per i poteri occidentali. Questi due strumenti si alimentano e si rafforzano reciprocamente. Le offensive imperialiste — per esempio contro Iran o Venezuela — si inscrivono come risposte alla crisi del progetto sionista e a quella dell’imperialismo statunitense, sviluppandosi allo stesso tempo in un contesto di crisi politica ed economica interna.
Torniamo al contesto francese. Quali dibattiti esistono e quali riflessioni sono in corso sulla sequenza politica attuale e sulle prospettive a medio termine (pensando in particolare alla scadenza elettorale del 2027)? Lo straordinario ed eterogeneo ciclo che, dal movimento contro la Loi Travail del 2016, è passato attraverso la forza e l’estensione dei Gilets Jaunes, attraversando mobilitazioni antirazziste «culminate» con la rivolta successiva alla morte di Nahel Merzouk e diversi movimenti contro le riforme governative, sembra essersi in parte chiuso — probabilmente scontrandosi sia con una repressione violenta sia con una più generale «fine delle mediazioni», oltre che con limiti soggettivi.
Nel corso di questo periodo si è assistito alla scomparsa, alla nascita o alla trasformazione di diverse opzioni politiche — si pensi, ad esempio, al declino del Comité invisible o all’evoluzione del partito di Jean‑Luc Mélenchon. È stato tracciato un bilancio di questo decennio oppure, secondo voi, quali lezioni sarebbe possibile trarne guardando al futuro?
Da qualche tempo stiamo cercando di elaborare proprio questo bilancio. In primo luogo, ai nostri occhi non è possibile affermare con certezza che il ciclo di cui parlate sia chiuso: siamo già stati sorpresi più volte da esplosioni sociali inattese e dalla capacità di sedimentazione e articolazione che movimenti apparentemente molto distanti sono riusciti a mettere in campo. Ma siamo anche consapevoli che, anche grazie al contesto internazionale, stiamo entrando in una nuova congiuntura.
Se si deve trarre un bilancio di questo decennio, esso parte da una constatazione centrale: l’opzione autonoma, nonostante i tentativi di superare le impasse di un modello spontaneo e diffuso che era egemonico nel ciclo pre-2016, e nonostante gli sforzi di autocritica e le sperimentazioni organizzative intraprese, non è ancora riuscita a reggere i cambiamenti di ciclo e di temporalità e quindi a capitalizzare e sedimentare in modo duraturo una forma organizzativa.
Un esempio tra gli altri, che a nostro avviso rappresenta il tentativo più avanzato di superare il prisma spontaneista, è quello dei Soulèvements de la Terre. Questa esperienza ha rappresentato una vera svolta organizzativa, strutturata e coerente. Ma si è rapidamente scontrata con i propri limiti: ha eccelso in ciò che si potrebbe chiamare un «momento ecologista», ma la fine di quel momento ne ha comportato il declino.
Molti altri tentativi sono stati condotti negli ultimi anni nel campo autonomo, cercando sia di rompere con le opzioni tradizionali (trotskiste, maoiste, marxiste-leniniste, ecc.) sia di superare la dicotomia tra verticalità e orizzontalità. Per restare vicini a chi scrive, è ad esempio il caso del progetto Acta, associato alle Brigades de Solidarité Populaire durante la pandemia. Anche qui, nonostante un successo quasi inatteso nella temporalità del momento, queste esperienze di auto-organizzazione hanno mostrato i limiti dell’autonomia nel radicarsi nel tempo e nello strutturare una continuità organizzativa.
Bisogna quindi constatare che, all’uscita da questo ciclo di mobilitazioni, non è stata un’ipotesi autonoma a imporsi, ma piuttosto un’ipotesi istituzionale ed elettorale: quella portata da La France Insoumise. Nessuna opzione di auto-organizzazione è riuscita a stabilizzarsi o a consolidare durevolmente la propria presenza.
LFI, tuttavia, non proviene direttamente dal movimento sociale, come è accaduto ad esempio con Syriza in Grecia o con Podemos in Spagna. Essa incarna quindi meno un prolungamento del conflitto sociale all’interno delle istituzioni che uno spostamento di quel conflitto verso la sfera istituzionale. Ovviamente si tratta di una semplificazione: molte persone partecipano alle lotte sociali da anni e allo stesso tempo votano e sostengono LFI; le due opzioni non sono vissute come alternative.
Resta però il fatto che i limiti de LFI sul terreno della mobilitazione di piazza sono visibili, sia come forza di convocazione sia come capacità organizzativa. Lo si è visto dopo le elezioni legislative, quando l’appello a scendere in piazza per contestare la formazione di un governo di centrodestra nonostante la vittoria della sinistra è rimasto relativamente debole. Lo si è visto anche con la sequenza «blocchiamo tutto» di settembre, fortemente promossa da LFI ma alla fine molto effimera. Parallelamente, l’idea di un rapporto dialettico tra LFI e movimento sociale si scontra oggi con la debolezza di quest’ultimo.
Dal nostro punto di vista, ciò che ci interessa non è tanto decidere astrattamente se l’opzione istituzionale sia «buona» o «cattiva», né discutere del sostegno a LFI — che, nella congiuntura attuale, appare quasi un’evidenza strategica di fronte all’offensiva reazionaria in corso. Ciò che ci importa, e che cerchiamo di mantenere come bussola metodologica, è analizzare la sequenza a partire dalle lotte passate — e soprattutto da quelle che verranno.
In questo senso esiste un dibattito negli ambienti autonomi. Quando sfugge al dogmatismo, esso ruota essenzialmente attorno a una domanda: una vittoria o almeno un consolidamento della FI può diventare il vettore di nuove lotte oppure no?
Alcuni sostengono che una sua vittoria elettorale potrebbe aprire una sequenza di conflittualità intensa, persino pre-rivoluzionaria, tanto lo scontro con il blocco borghese verrebbe esasperato dall’attuazione del suo programma. Altri ritengono che, a un livello simile di offensività, la posta principale sarebbe piuttosto la ricostruzione di dinamiche di resistenza popolare. Altri ancora, più scettici, traggono le lezioni di esperienze passate — in particolare Syriza — e ritengono che una vittoria de LFI rischierebbe soprattutto di chiudere la conflittualità sociale assorbendola nello spazio istituzionale, indipendentemente anche dalla questione di un’eventuale «tradimento».
In ogni caso, la questione strategica centrale non si limita alla scadenza elettorale e va oltre il ruolo de LFI o il rapporto da mantenere con essa. Si tratta piuttosto di capire come permettere a ciò che si è sedimentato nelle lotte dell’ultimo decennio di consolidarsi.
È in questo senso che osserviamo con attenzione ciò che accade negli Stati Uniti con le mobilitazioni contro l’ICE, dove vediamo strutturarsi progressivamente reti di resistenza auto-organizzate che combinano scioperi, pratiche quotidiane di solidarietà, blocchi, pratiche insurrezionali e anche forme di articolazione con una parte del Partito Democratico degli Stati Uniti.
Il contesto qui non è esattamente lo stesso, naturalmente. Ma si ritrova una configurazione simile: una forte densità di lotte accumulate nel corso del decennio precedente e, allo stesso tempo, la possibilità di uno slittamento rapido verso un regime neo-fascista utilizzato dal blocco borghese come strumento di uscita dalla crisi.
L’urgenza per noi è quindi capire come, in una sequenza di polarizzazione crescente, costruire capacità organizzative in grado di durare nel tempo e di far fronte a un irrigidimento autoritario. E anche come pensare un antifascismo che sia allo stesso tempo decisamente autonomo — cioè radicato nelle lotte sociali e auto-organizzato — ma capace di uscire dall’impasse della sua forma gruppuscolare.

