Un trattato politico-tecnologico sul pianeta: recensione a Machine and Sovereignty

Machine and Sovereignty: For a Planetary Thinking di Yuk Hui si configura come un’opera filosofica di appassionante sfida, capace di attraversare e rimettere in discussione alcuni dei presupposti più radicati del pensiero politico moderno. L’intento dell’autore non è semplicemente quello di offrire una nuova teoria della sovranità o una riflessione sulle nuove possibilità operative della tecnica sul mondo, ma di ridefinire il campo stesso della filosofia politica alla luce della condizione contemporanea. In questo senso, il libro si presenta come un vero e proprio progetto di rifondazione teorica, condensato nella proposta di un pensiero planetario.

Fin dalle prime pagine, Hui introduce una distinzione fondamentale tra globalizzazione e planetarizzazione. Se la globalizzazione può essere intesa come un processo storico legato all’espansione economica, tecnica e culturale dell’Occidente, la planetarizzazione designa invece una condizione più profonda: quella in cui il pianeta stesso diventa un sistema integrato, sincronizzato – pur nelle differenze – e interdipendente. Tale processo è reso possibile dallo sviluppo delle tecnologie moderne – dalle reti di comunicazione alle infrastrutture logistiche – che hanno progressivamente compresso spazio e tempo, producendo una simultaneità operativa su scala globale. Tuttavia, a questa unificazione tecnica non ha corrisposto un’analoga trasformazione delle categorie politiche: continuiamo a pensare e governare il mondo attraverso il paradigma dello Stato-nazione, incapace di affrontare problemi che eccedono radicalmente i suoi confini. È proprio in questo scarto tra condizione planetaria e pensiero politico che si inserisce il progetto di Hui. Il pensiero planetario non è una teoria già definita, ma un compito: esso implica la necessità di elaborare nuove categorie capaci di pensare la coesistenza su scala planetaria. Non si tratta semplicemente di estendere le istituzioni esistenti, ma di trasformare i presupposti epistemologici che le sostengono. In questo senso, Hui introduce il concetto di epistemologia politica: ogni forma politica è radicata in un determinato modo di conoscere e organizzare la realtà. La storia della politica può quindi essere letta come una successione di regimi epistemologici – meccanicistici, organicistici, cibernetici – che strutturano le istituzioni e le pratiche sociali.

Uno degli elementi più originali del testo è la proposta di un Tractatus Politico-Technologicus. Con questa formula, Hui intende sottolineare che la tecnologia non è un semplice strumento della politica, ma la sua condizione di possibilità. Le forme politiche emergono sempre all’interno di configurazioni tecniche specifiche: la polis greca, lo Stato moderno, le reti globali contemporanee sono tutte espressioni di diversi regimi tecnologici. Riprendendo il concetto di “megamacchina” di Lewis Mumford, qui si descrivono i sistemi politici come assemblaggi complessi in cui elementi umani e non umani – istituzioni, infrastrutture, dispositivi – operano insieme secondo una logica sistemica. La sovranità, in tale quadro, non è più soltanto una categoria giuridica, ma una funzione operativa interna a sistemi tecnico-politici. Per sviluppare questa prospettiva, Hui intraprende un confronto serrato con la tradizione filosofica occidentale. La rilettura di Hegel e Schmitt, e l’attrito prodotto dal confronto tra le due dottrine, rappresenta un passaggio fondamentale. Il concetto hegeliano di Weltgeist (il processo attraverso cui la ragione si realizza nella storia) viene interpretato come una prima forma di pensiero capace di concepire la totalità storica, e dunque come un’anticipazione del pensiero planetario. Tuttavia, questa totalità trova il suo compimento nello Stato moderno, che per Hegel costituisce la realizzazione della ragione. Hui individua proprio qui un limite strutturale: l’organicità dello Stato hegeliano non riesce a superare i confini nazionali, lasciando irrisolta la questione di una politica globale. È proprio a partire da questo limite che entra in scena Carl Schmitt. Se Hegel rappresenta il culmine dell’epistemologia organica dello Stato, Schmitt ne segna la crisi introducendo una concezione decisionistica della sovranità. La politica, per il filosofo di Plettenberg, non si fonda su un ordine razionale o organico, ma sulla decisione sovrana, in particolare sulla capacità di stabilire l’eccezione e distinguere tra amico e nemico. Hui legge Schmitt come un pensatore che anticipa la trasformazione della politica in un contesto planetario, soprattutto attraverso il concetto di Großraum (grande spazio), ma ne evidenzia anche i limiti: questa prospettiva rimane prigioniera in un indissolubile rapporto di crescenti inimicizie che non permette di pensare alcuna forma di coesistenza globale.

Parallelamente a questa genealogia della sovranità, Hui sviluppa una riflessione profonda sulla trasformazione della nostra relazione con la Terra. Da un lato, egli riconosce il ruolo dominante della tecnologia occidentale nella planetarizzazione; dall’altro, rifiuta l’idea di una semplice contrapposizione tra Occidente e non-Occidente. Il pensiero planetario non può essere il trionfo di una tradizione su un’altra, ma deve emergere da un processo di reinterpretazione e di dialogo tra diverse forme di sapere. La modernità tecnologica ha reso il pianeta un oggetto osservabile e manipolabile: dalle immagini satellitari alla modellizzazione climatica, la Terra appare sempre più come un sistema tecnico – si pensi al celebre frammento di Hannah Arendt all’interno di Vita Activa, in cui il lancio del primo satellite (Sputnik, 1957) viene usato come metafora del distacco dell’uomo dalla Terra –. Questa rappresentazione, quindi, è al tempo stesso una conquista e un rischio. Da un lato, essa rende possibile una consapevolezza ecologica senza precedenti; dall’altro, rischia di ridurre il pianeta a un oggetto di gestione tecnica, rafforzando una visione antropocentrica e tecnocratica. Nel suddetto contesto, il tema dell’organologia assume un ruolo centrale. All’interno del testo viene proposta una interpretazione delle tecnologie come “organi” che estendono le capacità umane, ma che allo stesso tempo trasformano profondamente le relazioni sociali e ambientali. L’introduzione di nuovi organi tecnici genera inevitabilmente squilibri: la velocità dell’innovazione supera spesso la capacità delle società di adattarsi, producendo tensioni che possono sfociare in conflitti e guerre. La modernità tecnologica appare così come un processo caratterizzato da una crescente disarmonia tra sistemi tecnici e forme di vita. Per rispondere a tale crisi, Hui introduce uno dei concetti più innovativi del libro: la technodiversity. Contro l’universalismo tecnologico – che tende a imporre un unico modello di sviluppo globale – egli propone di valorizzare la pluralità delle tradizioni tecniche. La technodiversity non è semplicemente una questione culturale, ma una condizione fondamentale per la sostenibilità del pianeta. Insieme alla biodiversità e alla noodiversity (la pluralità dei modi di pensare il mondo), essa costituisce la base per una nuova politica della coesistenza, capace di riconoscere e integrare le differenze invece di eliminarle.

L’approdo finale del libro è l’evocazione di una, cosiddetta, epistemological diplomacy. In un mondo planetarizzato, la sfida per Yuk Hui non si incarna nel costruire un’unica forma di sovranità globale, ma nello sviluppo di forme di “negoziazione”, “interazione” tra diversi regni di conoscenza, diverse tradizioni tecniche e insovrapponibili specificità territoriali. Viene qui immaginata una diplomazia che operi a livello epistemologico, mettendo in relazione differenti modi di comprendere e abitare il mondo. Al di là dei giudizi di merito su tale conclusione, il testo si muove fuori dalla tradizione del diritto internazionale per come lo si è conosciuto fino a oggi, un fuori in cui la prospettiva diventa quella di una politica della coesistenza fondata non sull’uniformità, ma su una pluralità ineludibile. Nel complesso, Machine and Sovereignty si distingue per la sua capacità di intrecciare filosofia politica, filosofia della tecnologia e teoria critica in un quadro coerente e profondamente innovativo. La sua forza non risiede tanto nella proposta di soluzioni pratiche – che oggettivamente, a voler essere puntigliosi, mancano del tutto –, quanto nella capacità di ridefinire le nostre domande fondamentali. Si invita il lettore a confrontarsi con la complessità del presente senza semplificarla, mostrando come il caos contemporaneo sia al tempo stesso ecologico, tecnologico e politico e bellico.

La prosa dell’autore, densa ma rigorosa, riflette questa ambizione: ogni concetto è costruito con precisione, ma al tempo stesso inserito in una visione più ampia, in un perimetro aperto, che rende il testo non solo un esercizio teorico, ma un vero e proprio invito a indagare. Il pensiero planetario emerge così come una necessità, non come un’opzione. In un mondo interconnesso e fragile, continuare a pensare con categorie obsolete significa rinunciare a comprendere, e quindi a trasformare, la realtà.