Ad ormai un anno dal Blocchiamo tutto, dopo piazze strabilianti e insufficienze collettive, tentiamo di prendere di petto la fase che ci si dispiega davanti, non per portarne a sintesi le contraddizioni né adagiandoci nell’oggettiva impossibilità di svolgere questo compito: ma proponendoci di affrontarla. O, almeno, di iniziare a farlo. In tal senso, le pagine a seguire vanno intese come una riflessione a voce alta ed in cerca di ulteriori contributi capaci di approfondire il solco che riteniamo indispensabile non solo per definire un “prima e dopo” di contestualizzazione dell’epoca che viviamo, ma anche un “noi e loro” necessario per impattarla.
Un mondo nuovo, in mezzo a guerra e sviluppo
C’è un problema di sguardo, di attitudine preliminare, che afferisce al modo stesso con cui interroghiamo e affrontiamo il presente. Benché la retorica liberal continui ad evocare a più non posso, da destra a sinistra, il calderone della crisi in quanto contenitore dei radicali fenomeni di distruzione che imperversano sulle nostre vite, il mondo ci mostra tutt’altra verità. Come possiamo definire “transitorio” un panorama di escalation bellica sempre più asfissiante, diffusa ed elevata? O “accidentale” la condizione di impoverimento generalizzato che inghiotte le nostre vite mentre, appunto, il welfare viene consapevolmente e definitivamente distrutto in nome del riarmo? O “incomprensibile” la diffusione virale di ideologie e pratiche esplicitamente suprematiste, spesso capaci di accumulare consensi tali da permettere la costruzione di governi? Non vi è nulla di imprevisto nella tempesta che sentiamo rimbombare alle finestre: è il suono stesso che scandisce la norma, e non più l’eccezione, della realtà che ci si dispiega davanti.
Se le parole hanno un significato, crisi chiama in causa uno stato di instabile medietà tra due condizioni d’ordinata stabilità. Ma di quanti decenni dobbiamo ormai risalire per poter individuare con convinzione una fase di quieto ordine (padronale) nella storia recente? Crisi economica, crisi ecologica, crisi sanitaria, crisi energetica, crisi abitativa, crisi bellica: siamo di fronte al sovra utilizzo di un termine che ormai ci dimostra la propria limpida inconsistenza. E d’altra parte, come possiamo definire “in crisi” un contesto in cui l’avanzamento tecnologico compie giornalmente balzi epocali? Le cesure storiche rappresentate dalla pandemia planetaria del 2020 e dall’esplosione del conflitto Russo-Ucraino del 2022 non sono state dei semplici incidenti di percorso, bensì degli inarrestabili acceleratori di tendenze già latenti che oggi sostanziano uno spartiacque epocale. Un prima e un dopo con cui fare i conti, su cui scommettere.
Per affrontare le sfide di questo presente dobbiamo innanzitutto renderci capaci di nominarle per quelle che sono. Un mondo nuovo è in costruzione, e lo è nel più violento e completo smantellamento di quello vecchio. Un mondo nuovo che, da un lato, al massimo della sua furia distruttrice si esprime con la guerra guerreggiata e, dall’altro, al massimo della sua potenza prometeica si dischiude tramite lo sviluppo dell’AI e del digitale – in un continuo intreccio dei due campi. Innovazione tecnologica e guerra sono i due capisaldi su cui si sta costruendo “normalità” nella turbolenza. Oggi la scommessa di molti settori di capitale e di élite europee è quella di usare il terreno del riarmo come volano di investimento e trasformazione industriale di fronte a un’industria che non è più in grado di competere su scala globale con la Cina o con gli Stati Uniti. Bisogna iniziare a contrapporre all’autocommiserazione propria delle retoriche sulla crisi, la consapevolezza di vivere in una fase di radicale passaggio, trasformazione e quindi possibilità, tanto nostre quanto delle controparti.
La congiuntura e il noi in composizione
È dentro questo quadro che va sviluppata una prassi antagonista capace di farci uscire dal disorientamento e dalla riproposizione automatica di schemi vetusti o analisi inattuali. L’ultimo biennio di lotte sembra incitarci a ipotizzare che dei processi di “sommovimento” – se non propriamente di movimento – e pretesa stiano sedimentando effetti concreti nella società. Dopo anni di quasi totale assenza, è nuovamente palpabile una disponibilità di massa alla mobilitazione, che però fatica a trovare delle ipotesi politiche in grado di conferire durata, forza, riconoscibilità a questo impeto. Esiste certamente una traccia di accumulo che possiamo seguire in alcune aree, in determinati settori sociali e “lavorativi”, nel mondo giovanile. Quello che possiamo affermare con più ottimismo di ieri è proprio l’emergere di questa sedimentazione silenziosa, di questo mosaico composto da frammenti di contro-soggettivazione e sbocciato grazie all’irrompere della Palestina globale, al grido di “Blocchiamo tutto!”. Come altro definire l’eterogeneità di figure che dal 2023 ad oggi si sono mosse sulla spinta di fermare il genocidio? Dai primissimi cortei “settimanali” a cavallo tra il 2023 e il 2024, con in testa le comunità migranti e razzializzate agli encampment universitari del 2024 che a livello globale hanno preteso la recessione degli accordi con Israele in settimane di “assedio” dentro o fuori le facoltà universitarie. Fino ad arrivare a un anno fa e al grande movimento degli equipaggi di mare e di terra. Una flotta letteralmente inquantificabile, tanto per soggetti quanto per gruppi, su geometrie variabili di territorio in territorio, capace di saldare insieme la pratica dello sciopero con lo spazio della mobilitazione. Lo scorso autunno ha dimostrato quanto, quando si percepisce che la piazza può contare, quest’ultima riesca a riempirsi e compattarsi. Possiamo tornare a parlare di soggettività in lotta, senza alcun andamento lineare, ma con la capacità di emergere quando gli eventi sembrano richiederlo: la risposta popolare, di massa e determinata, contro l’omicidio di Abderrahim Fakir dello scorso luglio ci sembra si sia attivata proprio con questa capacità di slancio.
Ripensando ai forti limiti dimostrati in questi anni, da ogni angolatura politica, nel non riuscire ad avviare percorsi di lotta contro l’escalation bellica, oggi forse possiamo dirci che finché la guerra continuerà ad essere trattata come qualcosa di generico e retorico, finché non verrà calata nella materialità delle vite di ognuna di noi e finché non sarà presente un piano di contrasto concreto a questa direzione, nulla farà superare il gap in cui ci siamo già ampiamente arenate. Bisogna farsene (felicemente) una ragione: dopo più di un ventennio in cui in Europa grandi e potenti spinte di movimento hanno troppo spesso finito per inciampare nella mera battaglia d’opinione, seppur con ai fianchi punte più o meno acuminate di radicalità a seconda dei contesti, oggi è proprio questo il terreno che viene rigettato. Non c’è più alcun interesse per proteste esclusivamente mediatiche, lotte di rappresentanza o “per la rappresentanza”, iniziative di miope autorappresentazione. Si chiede efficacia, si pretende concretezza, e perché mai questo dovrebbe essere un problema? Anzi, a ben guardare i fatti, esiste una innata sensibilità sociale nella lettura della fase e delle sue urgenze, molto più avanzata di fior fior di editoriali scritti da presunte dirigenze politiche, molto spesso cieche davanti ai bisogni delle persone.
Cosa è, nella pratica, una proposta di lotta concreta e credibile? Tale domanda riassume l’oggetto della sfida del nostro presente, qualora si abbia la disponibilità di starlo ad ascoltare. All’alba di un mondo nuovo servono sguardi spiazzanti, linguaggi inediti, pratiche all’altezza della situazione. Non per nuovismo, ma per necessità: non ciò che idealmente piace di più o sembra più congeniale ad un’immagine precostituita della realtà, ma esattamente ciò che spicca per efficacia, qui sotto. Facendoci spazio tra i termini nauseabondi con cui sta venendo portato avanti e la pura strumentalità propagandistica con cui tutte le campane lo stanno agitando, ma le discussioni “sociali” e non partitiche sul woke probabilmente ci raccontano la necessità di questa ricerca. Non la sterile contrapposizione tra istanze di classe e istanze sociali – che è ciò che emerge invece a suon di salotti televisivi – ma la sincera insoddisfazione per come ci siamo battute fino ad oggi, per come abbiamo espresso a parole e nei fatti la nostra rabbia. Piuttosto che barricarsi dentro fortezze ideologiche, bisognerebbe forse dar spazio all’insoddisfazione – che è il motore stesso di qualsiasi agire rivoluzionario – e accettarne la sfida, iniziando a camminare domandando.
Camminare domandando
Volgendoci nuovamente alla fase attuale: siamo, da un lato, davanti ad una condizione di urgenza che l’escalation bellica ci pone, ma, dall’altro, non esistono scorciatoie praticabili per svincolarci da questa situazione. Spesso sentiamo domandarsi come mai non esista di per sé un moto di indignazione generalizzato contro la guerra, con evocazioni romanticizzate di quel 15 febbraio del 2003, entrato nella storia come il giorno in cui tre milioni di persone in tutto il mondo scesero in piazza per fermare la guerra in Iraq. Non abbiamo nulla contrario al fatto che questa esatta dinamica possa ripetersi oggi, anzi è più che auspicabile. “La seconda potenza mondiale”, così il New York Times narrò quel movimento così ampio nei numeri ma, purtroppo, inconsistente nella capacità di incidere. I suoi esiti fallimentari dovrebbero rendere chiara la sensazione di malcontento che oggi si diffonde davanti ad opzioni puramente mitopoietiche. Perché la guerra non è un tema da agitare, ma un orizzonte da sabotare, disertare e – permettendoci un gioco di parole – combattere. Partire dagli effetti materiali del panorama di escalation bellica, dalle ricadute su territori e soggetti, dall’impatto sui redditi e le possibilità di vita: questa la traccia che ci interessa seguire ribaltando il piano di gioco. Ovvero, porre domande senza affrettarci a promuovere comode risposte o a dovervi far aderire la realtà.
L’inflazione che raddoppia nel giro di una manciata d’anni, nuclei familiari con doppio reddito che non riescono a tenere testa ai costi di affitto o mutuo, sanità pubblica in caduta libera, forte contrazione dei diritti dentro e fuori i luoghi di lavoro. E ancora, la cosiddetta “internazionale nera” con l’infame slogan della remigrazione, cosa è se non la retorica padronale portata ai massimi livelli per la legittimazione del sopruso, lo sdoganamento della caccia al nemico, il riflesso stesso della morte che all’esterno viene sprigionata a colpi di bombe? Questo è il volto dell’escalation bellica alle nostre latitudini e qui bisogna dar battaglia, sapendo che attaccare gli ingranaggi capitalistici che schiacciano le nostre vite vuol dire nuocere alla macchina tutta. O, detta in altre parole: sapere che il genocidio in Palestina è un orizzonte sostenibile per Israele solo a partire dalla presenza di un mondo che, su geografie distanti, ne sostiene i presupposti d’essere. Il Blocchiamo tutto, nella sua compenetrazione tra locale e globale, ma anche tra sciopero e riot, tra sindacalismo e movimento, ha messo in luce questo piano della scalarità variabile che può assumere il nostro orizzonte politico. La pratica dello sciopero ha attirato nuova aspettativa proprio per questo, perché si è dimostrato che bloccare i flussi delle merci è possibile, che bloccare i flussi delle merci fa male ai padroni. La diponibilità politica della gente risiede in tale conditio. Malgrado scontri, idranti, lacrimogeni, caroselli di blindati, placcaggi e arresti violenti, in nessuna delle piazze dell’ultimo anno politico ci sembra di aver visto timore o paura. Qualche tempo fa sarebbe bastata la prima scaramuccia per produrre il fuggi fuggi generalizzato, oggi si resiste in migliaia a nubi tossiche e getti d’acqua tra cori, canti, urla e applausi.
Certo, a fronte dell’incredibile esondazione sociale, giornate come il 22 settembre o il 3 ottobre non sarebbero esistite senza la potenza di intreccio praticata in quei giorni – e subito rimossa – tra differenti realtà politiche e sindacali, che hanno messo a disposizione ognuna i propri strumenti per sostenere quel flusso. Un’alchimia con al centro soggetti, irreplicabile quando gli sguardi dei più abbandonano tale prospettiva per posizionarsi su un’urna con angosciosa attesa. La stessa eccedenza che in più occasioni ha superato gli ambiti organizzati nelle forme della lotta, supera questi ultimi anche sul livello della discussione, della sfida. Il tema non è – almeno non ci sembra – lo sbandieramento identitario del vessillo vuoto dell’orizzontalità, no, è molto più avanzata come richiesta: diviene dirimente il grado di efficacia della proposta politica che si sta andando a mettere in atto. Viene ricercata organizzazione, ma scrupolosamente e tenendo a distanza piattaforme con scopi altri rispetto alla lotta. Rifiutare il piano elettorale oggi più che mai non è un vezzo ideologico, ma un presupposto determinante per qualsiasi prospettiva che si ponga il tema della concretezza, la necessità di percepire le vibrazioni del terreno circostante. In questo ultimo anno la piazza si è confermata come vero laboratorio di soggettivazione di massa, come linea di demarcazione tramite cui trovarsi e riuscire a dire “Questi sono i mei, le mie, noi”. È forse il risultato di un gruppo politico? Macché. È il sussulto di un movimento in divenire, un percorso di riconoscimento che parte dal rifiuto della debolezza in cui gli ultimi anni di vita sembrano averci ingabbiate.
Oggi non si cerca una tessera o una “squadra” a priori, ma una proposta di prassi capace di entrare nel merito di questo presente, si cerca la sostanza e non l’apparenza, perché è sentire comune il fatto che non ci si possa più permettere soltanto di apparire. Crediamo che costruire antagonismo significhi esattamente dar spazio a questi desideri, sostenere queste sollevazioni, intrecciare esperienze e soggetti differenti praticando inchiesta nei nostri territori. Costruire autonomia, ovvero riscoprire la forza necessaria per guardare negli occhi il nuovo mondo che ci si dispiega davanti, sfidandolo.
In realtà non vi è un solo attimo che non rechi con sé la propria chance rivoluzionaria.
Essa richiede soltanto di essere intesa come chance specifica, ossia come chance di una soluzione del tutto nuova, prescritta da un compito del tutto nuovo.
W. Benjamin, Tesi di filosofia della storia
Laboratorio Crash!

