Abbiamo tradotto l’articolo che segue, uscito il 10 ottobre su El Salto, a firma di tre militanti del Sindacato degli inquilini di Madrid, una delle organizzazioni che hanno generato la mobilitazione e l’acampada che hanno scosso la politica spagnola e riportato in luce in tutta Europa il conflitto sull’abitare. L’articolo va ovviamente letto come intervento contingente nel dibattito politico spagnolo, attraversato dalla scadenza elettorale del 30 novembre (di fatto “determinata” dal movimento) e dal dibattito interno alle anime della piazza (si veda ad esempio la polemica ripresa nell’articolo tra chi vuole continuare l’acampada a Madrid e chi punta a un “ritorno nei quartieri”). Ciò detto, è un articolo che si presta anche a una lettura più ampia, su alcuni punti.
Una prima questione è che l’intervento si misura sull’ultimo quindicennio di politica spagnola, a partire dal noto movimento 15M, le acampade con le tende che scossero il contesto spagnolo, e che si inscrissero nel “decennio delle rivolte” del 2011-2020. Non a caso l’articolo dialoga con il lavoro di Bevins e altri autori che hanno scritto di quel ciclo di movimentazione planetaria (rispetto a ciò, rimandiamo a una recensione del libro citato di Bevins uscita sulla rivista Teiko, e più in generale a tutto il numero Zero della rivista, che proprio di questi temi riflette). La proposta di lettura è che ci troviamo oggi di fronte a uno scarto rispetto a quelle mobilitazioni, in particolare rispetto a come viene interpretato il tema dell’organizzazione. L’articolo propone un bilancio critico di quella che identifica come una “fase dell’autonomia”, e su questo è necessario un disclaimer per il pubblico italiano. Alle nostre latitudini infatti il termine “autonomia” ha una specifica genealogia e significato (tra l’altro conteso, e già dalla sua origine storica negli anni Settanta conflittuale tra componenti che pensavano l’Autonomia come dimensione organizzata e quelle che guardavano all’autonomia come forma “diffusa”). In altri contesti invece il termine è spesso divenuto sinonimo sostanzialmente di “orizzontalismo” e rifiuto dell’organizzazione strutturata. È contro questo concetto di “autonomia” che si misura l’intervento, che si intitola appunto “Oltre l’autonomia”. Ma è importante sottolinear come “autonomia politica” e rifiuto dell’organizzazione non siano affatto sinonimi.
Una seconda questione, concatenata, è sul tema dell’organizzazione. Ci sembra che l’articolo inquadri il tema in modo stimolante, a partire da questa considerazione di fondo sulle “funzioni” dell’organizzazione: “La sfida consiste quindi nel costruire un rapporto produttivo tra organizzazione e spontaneità. Le organizzazioni forti apportano infrastrutture, esperienza accumulata, formazione, risorse, memoria, capacità di sostenere i conflitti e una lettura strategica. Il movimento popolare apporta una capacità di espansione, creatività e iniziativa che nessuna organizzazione può produrre attraverso la sola pianificazione coordinata”. Il “fine” di questo modo di intendere l’organizzazione viene presentato come lo sviluppo di un “contropotere capace di strappare conquiste a qualsiasi governo, di affrontare i governi quando necessario e di continuare a organizzarsi anche quando cambia la maggioranza parlamentare”, e “la scommessa sulle organizzazioni forti consiste (…) nel costruire fonti autonome di potere”.
Su questo si passa a una terza questione, dove le compagne e i compagni che firmano l’articolo discutono della loro organizzazione dicendo che “il sindacalismo degli inquilini è politicamente interessante anche al di là della questione abitativa. Non perché offra un modello universale, ma perché dimostra che può esistere qualcosa che sembrava diventato difficile persino immaginare: un’organizzazione forte che non sia un partito”. Questo ci pare un tema importante, ma rispetto al quale vediamo anche alcuni “limiti” della proposta, che ci permettiamo ovviamente di avanzare per costruire un dibattito. L’insistenza sulla dimensione di una rinnovata centralità del sindacato come “risposta” per una nuova fase ci pare che infatti sconti alcune problematicità. Sebbene la descrizione del sindacato proposta nel testo non sia certo banale, distante da modelli “confederali”, e non manchi di sottolineare i limiti “connaturati” alla forma-sindacato, ci sembra che si rischi di sottostimare il tema “del politico”. Ossia, per quanto una organizzazione possa essere ampia, radicata, popolare, di massa, basata sulla capacità di diffusione di leadership, di durata, etc. (tutte cose, sia ben chiaro, assolutamente decisive, anzi condizione che anche alle nostre latitudini è necessario riuscire a conquistare!), ciò non toglie che la dimensione storica del rapporto tra “sindacato e partito”, tra “lotta sul bisogno e trasformazione dei rapporti di forza”, tra “sociale/economico e politico”, non continui ancora oggi a descrivere una tensione che è complicato eludere. Pensiamo, per fare un solo esempio, al tema della guerra, della sua “centralità” oggi, e di come difficilmente una prospettiva unicamente “sindacale” possa misurarsi su quel terreno.
Se dunque, per chiudere su un quarto nodo, gran parte degli spunti che emergono dall’intervento ci paiono importanti da discutere anche alle nostre latitudini, una delle problematiche di fondo ci pare sull’orizzonte politico. La discussione infatti, seppur non prendendo il tema di petto, pare delineare uno scenario in cui la ”democrazia” viene data per scontata come positiva di per sé (“una democrazia ricca ha bisogno di istituzioni sociali intermedie”), e la rappresentanza in questa prospettiva rischia di non poter essere messa in discussione come elemento centrale di legittimazione dello Stato alle nostre latitudini. Torniamo in qualche misura al precedente tema del “politico”. Su cui evidentemente non possono bastare poche righe per esaurire il discorso o approfondire la critica, ma che ci sembrava utile annotare. Mettiamola però così: l’organizzazione è una condizione necessaria della costruzione del potere, ma quale potere si vuole costruire e per quale trasformazione dei rapporti sociali? Il problema non è se il sindacato sia sufficiente o se occorra anche “il partito”, ma più radicalmente: il consolidamento di un’organizzazione, la sua capacità di rappresentare interessi materiali e la sua autonomia dalle istituzioni non determinano, di per sé, la direzione politica del conflitto. Un sindacato può accumulare forza, conquistare diritti e rendere più solide le capacità collettive senza che ciò produca necessariamente una trasformazione generale dei rapporti di potere. La capacità di organizzare il conflitto e quella di costruire una prospettiva politica non coincidono automaticamente.
Ad ogni modo, crediamo sia importante anche in Italia discutere di questi temi e… buona lettura!
Oltre l’autonomia: verso un nuovo ciclo del sindacalismo
di Assiatu Diallo, Elisa Molina e Pablo Pérez Ruiz — militanti del Sindacato degli inquilini di Madrid, 10 ottobre 2026
Forse la cosa più interessante di quanto è accaduto in questi giorni è proprio ciò che non assomiglia al 15M.
Il lungo ciclo dell’autonomia
C’è qualcosa di strano nel paragonare immediatamente il recente accampamento di Sol al 15M. L’immagine invita a farlo: le tende, la piazza occupata, le commissioni, le cucine improvvisate, le assemblee, quella sensazione così difficile da spiegare a chi non l’ha mai vissuta, per cui per alcuni giorni il tempo politico accelera e tutto sembra possibile. C’è anche la memoria. Sol è probabilmente lo spazio politico più carico di significati della sinistra madrilena contemporanea. Basta piantare qualche tenda per evocare i fantasmi del 2011.
Eppure, forse la cosa più interessante di quanto è accaduto in questi giorni è proprio ciò che non assomiglia al 15M. Forse stiamo assistendo a qualcosa di ben più interessante della ripetizione del ciclo delle piazze. Potremmo essere entrati in un altro ciclo politico, nel quale la parola organizzazione smette di provocare allergia.
Per diversi decenni, una parte consistente della sinistra esterna alle istituzioni ha sviluppato una profonda diffidenza nei confronti delle organizzazioni forti. Le ragioni non mancavano: il Novecento aveva lasciato in eredità partiti comunisti burocratizzati, sindacati trasformatisi troppo spesso in apparati di concertazione, organizzazioni nelle quali la disciplina aveva sostituito il dibattito e avanguardie che avevano finito per confondere i propri interessi con quelli delle persone che pretendevano di rappresentare. La crisi del movimento comunista e il crollo dell’Unione Sovietica avevano definitivamente screditato un determinato immaginario organizzativo.
In questo contesto si è consolidato un altro senso comune militante, la cui genealogia non nasce nel 1991, ma risale alla Nuova Sinistra degli anni Sessanta, alla politica prefigurativa, al femminismo autonomo, all’autonomia italiana, allo zapatismo, al movimento altermondialista, alle esperienze argentine successive al 2001, a Occupy, alle piazze arabe e al 15M. Tradizioni differenti che, pur nelle loro profonde diversità, hanno finito per condividere alcune intuizioni: il sospetto verso la rappresentanza, il rifiuto delle gerarchie formali, la preferenza per strutture decentralizzate, la rivendicazione dell’orizzontalità e una grande fiducia nella capacità politica degli eventi spontanei.
Il giornalista Vincent Bevins ricostruisce buona parte di questa storia nel libro If We Burn. La sua tesi non è che esistesse una cospirazione orizzontalista, né che tutte quelle esperienze fossero identiche. Piuttosto, durante il ciclo globale di proteste dal 2010 al 2020, una determinata forma di mobilitazione — decentralizzata, coordinata digitalmente, priva di leadership riconosciute e incentrata sull’occupazione degli spazi pubblici — è arrivata a sembrare quasi la forma naturale che qualsiasi movimento emancipatore avrebbe dovuto assumere.
Quella forma, tuttavia, era il prodotto di una storia concreta, non una legge di natura. Per molto tempo è apparsa come una rottura necessaria con il Novecento, e forse lo era davvero. Il problema è emerso quando la critica delle organizzazioni burocratiche si è trasformata in una critica dell’organizzazione in quanto tale; quando non avere leader è stato considerato automaticamente più democratico che averne; quando l’assenza di strutture formali è stata confusa con l’assenza di rapporti di potere; quando la crescita ha cominciato a destare sospetti; quando preservare la purezza di piccoli ambienti militanti poteva diventare più importante che costruire organizzazioni capaci di accogliere persone che non condividevano già i nostri codici politici.
Quel mondo ha prodotto cose preziose. Ha protetto la sinistra da molte patologie reali del Novecento, insegnandole a diffidare degli apparati, a prendersi cura dei processi, a interrogarsi seriamente su chi prende la parola e chi ne resta escluso, a sperimentare nuove forme di democrazia. Sarebbe assurdo liquidarlo come trent’anni perduti. Ma ha lasciato aperta una domanda: come si costruisce potere su larga scala?
Forse non è possibile comprendere l’ascesa dell’autonomia senza considerare le condizioni sociali che l’hanno resa possibile. Come ricostruiscono Francisco Salamanca e Gonzalo Wilhelmi in Tomar y hacer en vez de pedir y esperar (Prendere e fare invece di chiedere e aspettare), quell’area è riuscita a organizzare soprattutto settori giovanili che rimanevano volontariamente — e in altri casi materialmente — ai margini delle grandi istituzioni d’integrazione sociale: il partito, il sindacato, l’associazionismo tradizionale, ma anche determinati percorsi lavorativi e familiari e determinate possibilità di accesso alla proprietà.
In una società ancora caratterizzata da una forte capacità d’integrazione statale, l’autonomia ha offerto una forma politica a chi rifiutava quell’integrazione o ne restava parzialmente escluso.
Forse non è un caso che oggi il sindacalismo di base riemerga con particolare forza in una situazione opposta. In El efecto clase media (L’effetto classe media), Emmanuel Rodríguez descrive precisamente l’erosione di quell’assetto storico attraverso cui lo Stato, l’occupazione relativamente stabile, i servizi pubblici, il credito e, in Spagna in modo decisivo, la proprietà della casa erano riusciti a integrare enormi settori sociali in un’aspettativa condivisa di progresso e sicurezza.
Oggi la precarietà si generalizza, la proprietà diventa sempre più una frontiera tra chi possiede un patrimonio e chi ne è privo, e la promessa di entrare a far parte delle classi medie perde la propria capacità materiale di organizzare la società. Si riapre così lo spazio per organizzazioni costruite direttamente sul conflitto d’interessi.
Se l’autonomia ha trovato il proprio terreno tra coloro che si collocavano al di fuori di una società ancora capace di integrare grandi maggioranze, il nuovo sindacalismo potrebbe trovarlo proprio in una società che incontra difficoltà crescenti a integrarle.
Ci sono inoltre segnali che questo spostamento non riguardi soltanto il movimento per la casa. Come osservava recentemente su El Salto il militante della CNT Rafa Cuesta, il ritorno della forma-sindacato coincide con una più ampia ripresa del conflitto sul lavoro e con la comparsa di esperienze nelle quali sindacati combattivi di base, piattaforme unitarie e grandi assemblee di lavoratori tornano ad acquisire capacità d’iniziativa.
Il sindacalismo degli inquilini potrebbe dunque non essere un’anomalia, ma una delle manifestazioni più visibili di una ricomposizione ancora agli inizi. Se la crisi della società delle classi medie rende nuovamente più evidenti interessi che per decenni sono stati attenuati dall’accesso al lavoro stabile, ai consumi, ai servizi pubblici o alla proprietà, non sarebbe strano che riemergessero anche organizzazioni costruite proprio per trasformare quegli interessi condivisi in conflitto collettivo.
Il ritorno del sindacato sarebbe quindi meno una moda militante che il sintomo organizzativo di una trasformazione sociale più profonda.
Dopo l’esplosione
If We Burn si interroga su come organizzare il potere su larga scala, guardando retrospettivamente all’entusiasmo delle mobilitazioni. Bevins ha intervistato partecipanti a movimenti di massa in una dozzina di Paesi. Le differenze tra Brasile, Egitto, Cile, Turchia, Hong Kong e Ucraina erano enormi, ma emergeva una costante: movimenti capaci di riunire centinaia di migliaia di persone, rovesciare governi o paralizzare città potevano trovarsi sorprendentemente impreparati a decidere che cosa dovesse accadere il giorno successivo.
La mobilitazione poteva produrre un vuoto di potere, ma qualcuno doveva riempirlo.
Il fatto che un movimento rinunciasse a farlo non significava che quello spazio sarebbe rimasto vuoto. Altri attori — partiti, eserciti, élite economiche, organizzazioni religiose, nuove destre — potevano essere molto più preparati a sfruttarlo. Questa è una delle tesi centrali di Bevins: aprire una crisi politica e disporre di un’organizzazione capace d’intervenire su di essa sono due capacità distinte.
Anche la Spagna ha seguito un proprio percorso. Il 15M non è semplicemente «fallito»: ha trasformato il linguaggio politico, prodotto nuove organizzazioni e alimentato altre esperienze, come la PAH, modificato l’agenda pubblica e aperto un ciclo istituzionale completamente nuovo, capace di porre fine al bipartitismo che aveva dominato fino a quel momento. Ridurre tutto questo a una sconfitta sarebbe semplicistico quanto idealizzarlo. Ma è rimasta aperta la stessa domanda: che cosa succede quando la piazza si svuota?
Per alcuni anni, la risposta spagnola è stata, in una certa misura, elettorale. Una parte dell’energia del 15M è stata incanalata verso nuovi partiti e nuove candidature. Un’altra è tornata nei movimenti sociali, nei centri sociali, nelle reti di solidarietà e negli attivismi settoriali. Un’ultima parte è rimasta troppo ferita e stanca per continuare a partecipare attivamente.
Oggi sembra emergere una terza risposta: il ritorno del sindacalismo di base.
Né partito né piazza
È questo l’aspetto davvero interessante del sindacalismo contemporaneo degli inquilini. Un sindacato non è un partito politico: non mira necessariamente a conquistare lo Stato e non ha bisogno di presentarsi alle elezioni. Ma non è neppure un semplice spazio d’incontro tra attivisti, perché aspira a organizzare una parte concreta della società a partire da una relazione materiale condivisa.
La differenza è enorme. Un’inquilina può non considerarsi di sinistra, non sapere che cosa significhi «autonomia», non aver mai partecipato a una manifestazione e non avere alcuna opinione sulla Comune di Parigi. Ma sa benissimo quanto paga d’affitto, quando scade il suo contratto, chi è il suo proprietario. Sa che, nell’appartamento accanto, altre cinque famiglie stanno ricevendo la stessa raccomandata.
È qui che comincia l’ipotesi sindacale: non da una preventiva convergenza ideologica, ma dalla possibilità di costruire interessi comuni a partire da una relazione sociale già esistente.
Per questo il Sindacato degli inquilini di Madrid organizza contemporaneamente su base territoriale, per edificio e intorno alla figura del proprietario. Il suo metodo per organizzare i palazzi consiste nell’individuare gli altri abitanti, concordare rivendicazioni comuni ampiamente condivise, avviare una trattativa collettiva e intensificare il conflitto se il proprietario rifiuta di negoziare.
Non è particolarmente spettacolare, ma potrebbe essere proprio questo il suo punto di forza. Una delle contraddizioni della politica contemporanea è infatti che abbiamo imparato a produrre eventi straordinari mentre perdevamo la capacità di costruire istituzioni ordinarie.
Non è stato irrilevante, in questo senso, cominciare a definirci sindacato. C’è qualcosa di politicamente significativo nel fatto che, dopo decenni in cui gran parte dei movimenti sociali ha preferito chiamarsi piattaforma, collettivo, rete o assemblea, una nuova generazione di organizzazioni abbia recuperato consapevolmente una parola così carica di storia.
Chiamarsi sindacato esprime un’ambizione specifica: non limitarsi a denunciare un’ingiustizia, accompagnare chi la subisce o intervenire episodicamente su di essa, ma costruire un’istituzione permanente del conflitto.
Un’organizzazione capace di aggregare interessi materiali, generare appartenenza, formare i propri membri, negoziare collettivamente, imporre costi all’avversario e accumulare potere tra un conflitto e il successivo. Il ritorno della parola è importante perché segnala anche il ritorno di questa ambizione.
La complementarità tra mobilitare e organizzare
Qui emerge una distinzione che per troppo tempo abbiamo trattato come se fosse soltanto semantica. Mobilitare significa riuscire a far fare qualcosa a molte persone; organizzare significa fare in modo che quelle persone diventino capaci di fare cose che prima non potevano fare.
Si possono portare cinquantamila persone a Sol combinando indignazione, social network, copertura mediatica e una particolare congiuntura politica. Questo dimostra una grande capacità di mobilitazione. Ma se, dopo quella settimana, esistono dieci nuovi edifici organizzati, centinaia di persone capaci di convocare riunioni nei propri palazzi, più iscritti, nuove squadre militanti e strutture in grado di sostenere conflitti per mesi, allora è successo qualcosa di diverso. È stata costruita organizzazione.
Sarebbe tuttavia un errore trasformare questa distinzione in una nuova opposizione. Mobilitazione e organizzazione non sono alternative. Un’organizzazione di massa ha bisogno di entrambe.
Hahrie Han ha mostrato che le organizzazioni più forti non sono quelle che si limitano ad accumulare un’ampia base di simpatizzanti, né quelle che concentrano tutte le proprie energie nella formazione di piccoli nuclei militanti. Le organizzazioni più capaci combinano mobilitazione e organizzazione: creano opportunità di partecipazione accessibili a migliaia di persone e, contemporaneamente, sviluppano meccanismi attraverso i quali una parte di esse assume responsabilità, acquisisce formazione e capacità politiche e sviluppa leadership.
Senza mobilitazione, l’organizzazione rischia di ripiegarsi su se stessa; senza organizzazione, la mobilitazione può raggiungere dimensioni enormi e lasciare dietro di sé pochissima capacità accumulata.
Organizzare l’irruzione
Questa distinzione permette di guardare diversamente al dibattito sull’accampamento. In questi giorni Pablo Carmona proponeva di interpretare Sol come una nuova «Comune di Madrid»: un movimento capace di emanciparsi progressivamente dalle organizzazioni che avevano dato origine alla protesta, trasformandosi in un soggetto autonomo, destituente ed espansivo.
L’immagine è suggestiva, ma appartiene chiaramente al ciclo politico precedente. La piazza torna a essere il luogo nel quale le identità preesistenti dovrebbero dissolversi per produrre un nuovo soggetto. Le organizzazioni esistenti servono ad accendere la miccia, ma poi dovrebbero farsi discretamente da parte, lasciando che l’evento sviluppi tutte le proprie possibilità.
Uno sguardo sindacale permette di porre il problema diversamente, senza arrivare alla conclusione superficiale secondo cui le organizzazioni dovrebbero semplicemente assorbire l’evento. Sarebbe riprodurre, nella direzione opposta, uno dei problemi storici di una certa sinistra organizzata, che tende a immaginare che ogni energia popolare debba finire contenuta nelle proprie strutture.
I grandi processi politici non funzionano mai così. Ci sono sempre persone che arrivano per la prima volta, reti informali, gruppi di vicini, militanti di organizzazioni diverse, persone che non vogliono iscriversi a nessuna organizzazione, spazi di auto-organizzazione nati durante il conflitto stesso, iniziative che nessun coordinamento avrebbe potuto progettare settimane prima.
Tutto questo non è un’anomalia da correggere: è una delle fonti della forza di qualsiasi movimento di massa.
La sfida consiste quindi nel costruire un rapporto produttivo tra organizzazione e spontaneità. Le organizzazioni forti apportano infrastrutture, esperienza accumulata, formazione, risorse, memoria, capacità di sostenere i conflitti e una lettura strategica. Il movimento popolare apporta una capacità di espansione, creatività e iniziativa che nessuna organizzazione può produrre attraverso la sola pianificazione coordinata.
Se uno sciopero generale dovesse mai acquisire una reale dimensione di massa, probabilmente dovrebbe essere costruito proprio attraverso questa relazione. Non potrebbe essere soltanto «lo sciopero del Sindacato»: dovrebbe diventare lo sciopero di migliaia, poi di decine di migliaia di persone, molte delle quali già organizzate, ma la maggior parte — auspicabilmente — mai appartenuta prima ad alcuna organizzazione.
Questo impone di pensare forme organizzative più ampie: comitati di sciopero nei quartieri, assemblee aperte, coordinamenti tra edifici, strutture alle quali partecipino sindacati, collettivi esistenti e persone che arrivano per la prima volta.
Le organizzazioni forti non dovrebbero scomparire, ma neppure pretendere di sostituirsi al movimento. Il loro ruolo sarebbe fornire una colonna vertebrale a una forza sociale necessariamente più ampia di loro.
Forse è questo il modo migliore di descrivere il compito del momento: non contenere l’irruzione popolare, né adorarla, ma organizzarla.
L’autonomia è morta?
Per questo si potrebbe formulare, volutamente in modo provocatorio, un’ipotesi: l’autonomia è morta.
Occorre però chiarire subito che cosa significhi, altrimenti l’affermazione è semplicemente falsa. Non sta morendo l’autonomia rispetto allo Stato o ai partiti. Non sta morendo neppure la necessità che i movimenti sociali mantengano la capacità di decidere autonomamente le proprie strategie. Ciò che potrebbe morire è l’autonomia intesa come teoria sufficiente dell’organizzazione.
L’idea, cioè, che connettere orizzontalmente le lotte, rispettarne l’indipendenza e lasciare che l’intelligenza collettiva emerga dal basso produca, da sola, una strategia comune.
Per decenni, una parte consistente della politica radicale ha guardato con sospetto a una parola in particolare: rappresentanza. Ma l’alternativa reale non è mai stata tra rappresentanza e assenza di rappresentanza. È stata tra rappresentanza controllata e rappresentanza informale, tra leadership visibili e leadership invisibili, tra strutture sottoposte a regole e strutture costruite attraverso relazioni personali che nessuno ha votato.
Jo Freeman lo aveva già segnalato nel 1970, nella sua celebre critica alla «tirannia dell’assenza di strutture». Mezzo secolo dopo, Bevins ritrova un’intuizione simile tra molti partecipanti ai movimenti che studia: numerose persone che hanno rivisto le proprie posizioni dopo quelle esperienze hanno finito per attribuire maggiore importanza all’organizzazione, alla leadership e a qualche forma esplicita di rappresentanza.
Questo non obbliga a riabilitare il centralismo democratico o a costruire piccoli partiti bolscevichi. Permette però di formulare una domanda molto più concreta: come costruiamo grandi organizzazioni nelle quali il potere sia visibile, discutibile, distribuito, a rotazione e sottoposto a controllo?
Un sindacato offre una possibile risposta, non perché elimini le contraddizioni, ma perché mette a disposizione strumenti per affrontarle: assemblee, delegati, mandati, iscrizione, spazi decisionali, responsabilità, formazione dei quadri e formazione di base e di massa. Una struttura democratica, partecipativa e strategica.
Il ritorno della leadership
Forse nessuna parola ha sofferto tanto, in determinati ambienti militanti, quanto «leadership», perché per anni è sembrata nascondere sempre una minaccia.
L’alternativa consisteva nell’affermare che siamo tutte uguali, che non esistono dirigenti e che le decisioni emergono spontaneamente dall’assemblea. Ma chiunque abbia trascorso abbastanza tempo in un’«assemblea orizzontale» sa che questa descrizione raramente corrisponde a ciò che accade davvero.
Ci sono persone più informate, persone che militano da dieci anni, persone che conoscono tutti, persone i cui interventi modificano immediatamente un’assemblea, persone che possono dedicare quaranta ore settimanali alla militanza e altre che possono dedicarne soltanto alcune.
La leadership esiste anche quando decidiamo di non nominarla. Proprio per questo, l’approccio sindacale non si ossessiona con il limitarla, ma si concentra su un’altra questione: come moltiplicarla.
Non costruire dirigenti indispensabili, ma produrne centinaia.
La persona che arriva perché il proprietario vuole sfrattarla può diventare, dopo un anno, colei che organizza il proprio edificio; successivamente può sostenere un altro conflitto e poi formare dieci nuove persone.
Per questo la formazione politica ispirata alla pedagogia freiriana — che parte dall’esperienza vissuta delle persone per sviluppare una coscienza politica di classe e anticapitalista — è e deve essere un pilastro strategico.
È un processo molto meno romantico di una piazza occupata e molto più pericoloso per chi detiene il potere. Il rentier può sopportare le manifestazioni; ciò che è più difficile da gestire è che migliaia di persone imparino collettivamente a negoziare, disobbedire e sostenersi durante conflitti prolungati.
Organizzazioni forti senza tornare al Novecento
Se stiamo davvero entrando in un nuovo ciclo politico, sarebbe ingenuo immaginarlo come una semplice restaurazione. Non si tratta di tornare al partito di massa del Novecento, né di ricostruire sindacati burocratici il cui rapporto con gli iscritti consiste fondamentalmente nell’offerta di servizi.
Le critiche emerse durante il ciclo autonomo rimangono valide, e nessuno dovrebbe ignorare che le grandi organizzazioni tendono a burocratizzarsi, a professionalizzare eccessivamente i propri quadri, a trasformare gli iscritti in spettatori e a sostituirsi alle persone invece di organizzarle.
Un’organizzazione può finire per preoccuparsi più della propria conservazione che della vittoria nei conflitti; può sviluppare una cultura interna incomprensibile a chi arriva dall’esterno; può trasformare la disciplina in obbedienza e l’unità in silenzio.
Nulla di tutto questo scompare semplicemente perché chiamiamo un’organizzazione «sindacato». Sarebbe esattamente l’errore speculare a quello precedente. Se per trent’anni una parte della sinistra ha confuso l’orizzontalità con la democrazia, il nuovo ciclo potrebbe finire per confondere la struttura con il potere.
Non sono la stessa cosa. Un’organizzazione può avere un organigramma impressionante senza organizzare nessuno. La domanda rimane: quale capacità sviluppa tra le persone che ne costituiscono la base?
Da Sol allo sciopero
Vista in questa prospettiva, anche la discussione su quando abbandonare un accampamento assume un significato completamente diverso. Ridurre la presenza a Sol non deve necessariamente significare smobilitare; può significare esattamente il contrario.
Questa settimana il Sindacato degli inquilini ha annunciato che avrebbe progressivamente ridotto la propria presenza ufficiale nell’accampamento, per concentrare gli sforzi sui quartieri, sugli edifici e sulla preparazione dei conflitti futuri, mentre altre persone e organizzazioni avrebbero potuto decidere di mantenere il presidio.
È una decisione strategicamente interessante proprio perché rompe l’intuizione radicata secondo cui una mobilitazione può crescere soltanto rimanendo fisicamente nel luogo in cui ha raggiunto la massima visibilità.
Forse, adesso, crescere può significare qualcosa di diverso: utilizzare il momento eccezionale non per rimanervi indefinitamente, ma per modificare le condizioni della vita quotidiana una volta terminato l’evento.
In questo senso, Sol sarebbe meno una Comune che un’enorme scuola sindacale accelerata, e il suo successo non potrebbe essere misurato semplicemente contando le tende. Bisognerà aspettare qualche mese e, in particolare, vedere come tutto questo si concretizzerà nello sciopero generale che si sta preparando.
Preparare uno sciopero generale, infatti, non significa soltanto fissare una data futura sul calendario. La costruzione dello sciopero può essere essa stessa un processo di organizzazione di massa.
Ogni comitato di sciopero che nasce, ogni edificio che si unisce, ogni conversazione con qualcuno che non è ancora organizzato, ogni nuova responsabile che impara a convocare una riunione, ogni cassa di resistenza e ogni struttura di coordinamento contribuiscono a costruire, prima ancora dello sciopero, una capacità che rimarrà anche dopo.
In questo senso, lo sciopero non è soltanto il momento culminante in cui una forza già esistente viene messa alla prova. Può essere anche il processo attraverso il quale quella forza arriva a esistere.
Prepararlo significa produrre il soggetto stesso capace di sostenerlo.
Questo modifica anche il rapporto tra organizzazioni e movimento popolare. I comitati di sciopero non dovrebbero essere semplici cinghie di trasmissione di una decisione presa in precedenza dai sindacati, ma spazi nei quali l’esperienza accumulata dalle organizzazioni possa incontrare migliaia di persone che entrano per la prima volta nel conflitto.
Se lo sciopero aspira davvero a essere generale, dovrà costruire strutture sufficientemente ampie da consentire a chi oggi non appartiene ad alcuna organizzazione di farlo proprio, assumersi responsabilità e dargli forme concrete nei diversi territori.
Nelle condizioni attuali, sarebbe poco realistico pensare che questa espansione si traduca già in una partecipazione piena alla direzione generale dello sciopero. Può però permettere la nascita di comitati e spazi aperti capaci di elaborare strategie radicate nei territori, adattare la convocazione ai conflitti e alle realtà locali, coinvolgere nuove persone nei compiti organizzativi e rafforzare la motivazione politica e la spinta contestatrice che danno un senso comune all’intero sciopero.
Le organizzazioni possono garantire continuità, risorse e orientamento strategico. La sfida immediata è fare in modo che lo sciopero non venga percepito come una convocazione esterna alla quale limitarsi ad aderire, ma come un processo che molte più persone possano fare proprio e sviluppare dal basso.
Che cosa ci ha lasciato davvero il 15M
A questo punto bisogna evitare una ricostruzione troppo comoda del nostro passato. Sarebbe falso affermare che il 15M abbia riempito le piazze e poi sia scomparso.
Le piazze si sono radicate nei territori; sono nate e si sono rafforzate assemblee popolari in decine di quartieri, gruppi per il diritto alla casa, reti di cura, dispense solidali, centri sociali, piattaforme settoriali e spazi comunitari. Molte delle persone che oggi sostengono sindacati, movimenti per la casa e organizzazioni popolari hanno imparato a fare politica proprio durante quel ciclo.
Il 15M ha prodotto moltissima organizzazione. Quello che possiamo discutere, quindici anni dopo, sono i limiti della forma organizzativa predominante in quel ciclo.
L’autonomia territoriale ha favorito una straordinaria proliferazione di iniziative, ma ha reso più difficile costruire livelli superiori di coordinamento stabili. L’orizzontalità ha aperto spazi di partecipazione eccezionali, ma talvolta ha ostacolato il riconoscimento e la formazione di leadership al di fuori delle logiche partitiche. La flessibilità ha permesso la nascita rapidissima di nuovi progetti, ma ha anche fatto sì che altri scomparissero quando si esauriva il nucleo militante che li sosteneva. La diffidenza verso qualsiasi meccanismo forte di rappresentanza ha protetto dalla burocratizzazione, ma ha anche complicato la capacità di agire come forza unitaria quando la congiuntura lo richiedeva.
C’era inoltre un’altra questione decisiva: il 15M ha prodotto un’enorme indignazione sociale, ma chi è riuscito a rappresentarla nel medio periodo non è stato principalmente costituito dalle strutture popolari nate nei quartieri. Sono state soprattutto le sue traduzioni elettorali: prima le candidature municipaliste, poi Podemos e, più ampiamente, l’intero ciclo politico che ha cercato di trasferire nelle istituzioni una parte delle rivendicazioni, del linguaggio e dell’energia emersi nelle piazze.
Non è stata necessariamente una tradimento, né un esito inevitabile. È stata, tra le altre cose, la conseguenza di una debolezza organizzativa. Si era creata un’enorme capacità di aprire una crisi, ma una capacità molto più limitata di dotarla di una direzione autonoma su scala adeguata.
Questa potrebbe essere una delle differenze fondamentali con il momento attuale. Oggi, la traduzione politica immediata dell’indignazione non deve necessariamente passare attraverso una nuova proposta elettorale. Può passare attraverso il sindacalismo di base e la costruzione di uno sciopero generale.
Non perché le elezioni abbiano smesso di contare o perché i partiti siano scomparsi, ma perché esiste oggi un’infrastruttura organizzativa che quindici anni fa era molto più debole: sindacati di base capaci di organizzare conflitti, accumulare esperienza, formare militanti, negoziare, praticare la disobbedienza e progettare un’escalation dello scontro.
Nel 2011, una parte della sinistra sociale si aspettava, esplicitamente o implicitamente, che le fasi successive del conflitto venissero orientate da qualche altro soggetto. I movimenti potevano aprire il ciclo, ma la questione della strategia generale veniva spesso spostata verso la politica istituzionale, verso nuove candidature o, in altri casi, verso un sindacalismo di classe tradizionale che non sempre era riuscito a cogliere la portata di ciò che stava accadendo.
Ora la situazione potrebbe essere diversa. La direzione delle fasi successive può essere costruita dalle stesse organizzazioni popolari che hanno aperto il conflitto.
Non abbiamo bisogno di aspettare che un altro soggetto traduca politicamente la nostra forza. Questa è forse una delle novità più profonde del sindacalismo degli inquilini: non ci presentiamo soltanto come un movimento che fa pressione affinché altri agiscano, ma aspiriamo a disporre di una strategia propria, di strumenti propri e della capacità di determinare i tempi dello scontro.
Questo cambia anche il rapporto con il sindacalismo. In alcuni contesti, il 15M era attraversato da un forte sentimento antisindacale: non soltanto contro la burocrazia di determinati grandi sindacati, cosa perfettamente comprensibile in quel contesto, ma talvolta contro la forma-sindacato in quanto tale, identificata con la gerarchia, la rappresentanza, la negoziazione dall’alto e la politica del vecchio mondo.
Quindici anni dopo, una delle ironie più interessanti del nuovo ciclo è che sono proprio i sindacati a cominciare a fornire un orientamento strategico a una mobilitazione che torna a tracimare oltre le piazze.
Si tratta, però, di sindacati di un altro tipo: sindacati di base, costruiti a partire da conflitti concreti, che cercano di organizzare direttamente chi subisce un rapporto di sfruttamento e non aspettano che un partito traduca le sue rivendicazioni.
Per questo lo sciopero generale si presenta oggi in una forma molto diversa rispetto al 2011. Allora era essenzialmente uno strumento la cui convocazione dipendeva da strutture sindacali esterne al movimento delle piazze. Lo slogan «sciopero generale» poteva circolare nelle assemblee, ma la sua realizzazione concreta rimandava inevitabilmente ad altri attori, dotati delle organizzazioni necessarie per proclamarlo.
Oggi possiamo cominciare a immaginare uno sciopero generale che non arrivi dall’esterno del movimento, ma venga costruito al suo interno, edificio per edificio, quartiere per quartiere, attraverso sindacati, comitati di sciopero, assemblee aperte e strutture popolari capaci di coinvolgere migliaia di persone che non hanno mai militato prima.
È un cambiamento considerevole: significa che chi ha contribuito ad aprire la crisi può disporre anche degli strumenti per orientarne le fasi successive.
Il sindacalismo che viene dopo il ciclo del 15M è probabilmente possibile proprio perché migliaia di persone hanno imparato, durante quel ciclo, a organizzare un’assemblea, occupare una piazza, bloccare uno sfratto, creare reti di mutuo aiuto e diffidare, con buone ragioni, di chi pretende di parlare a nome degli altri.
Il cambiamento di ciclo non consiste nel dimenticare tutto questo, ma nel rispondere alle domande rimaste aperte: come crescere, come aggregare, come formare dirigenti senza produrre élite separate, come rappresentare senza sostituirsi, come disciplinarci collettivamente senza obbedire ciecamente, come costruire organizzazioni durature.
E soprattutto: come fare in modo che l’enorme energia di una sollevazione popolare non debba cercare, in seguito, al di fuori di sé, qualcuno che le indichi come proseguire.
Il tempo dei politici è finito. Che cominci il tempo della politica.
Forse questa è la trasformazione davvero importante a cui stiamo assistendo.
Per buona parte degli ultimi decenni, lo spazio politico tra l’individuo e lo Stato è stato devastato. I partiti hanno perso iscritti e militanti, i sindacati tradizionali hanno perso densità sociale, le associazioni di quartiere si sono istituzionalizzate e invecchiate. Gran parte della partecipazione politica si è spostata verso campagne, reti digitali, ONG, movimenti temporanei ed esplosioni periodiche di protesta.
La politica è diventata straordinariamente intensa e straordinariamente intermittente.
Ma una democrazia ricca ha bisogno di istituzioni sociali intermedie: luoghi in cui le persone possano incontrarsi per anni, dove esistano conflitti ma anche memoria. Dove qualcuno impari da chi milita da dieci anni e poi insegni a chi è appena arrivato; dove le conoscenze non scompaiano quando un gruppo Telegram viene abbandonato.
Per questo il sindacalismo degli inquilini è politicamente interessante anche al di là della questione abitativa. Non perché offra un modello universale, ma perché dimostra che può esistere qualcosa che sembrava diventato difficile persino immaginare: un’organizzazione forte che non sia un partito.
Un’organizzazione dotata di una propria identità, capace di negoziare con le istituzioni senza trasformarsi in esse, di relazionarsi con i partiti senza dipendere da nessuno, di conquistare riforme senza ridurre la propria attività alla produzione di proposte legislative, di sostenere conflitti per anni senza aver bisogno che ogni settimana sia storica.
E soprattutto, un’organizzazione capace di mettere la propria forza al servizio di processi popolari che la oltrepassano.
Dopo l’autonomia
Probabilmente è troppo presto per annunciare solennemente un nuovo ciclo storico sulla base di alcune settimane eccezionali a Madrid. Ma queste settimane permettono di dare un nome a una sensazione che si manifesta da tempo in luoghi diversi.
Dopo decenni ossessionati dal momento dell’esplosione, torna l’interesse per ciò che accade prima e dopo: costruire una base sociale, organizzare settori concreti, formare leadership, individuare gli avversari, scegliere conflitti capaci di favorire la crescita, disporre di risorse proprie, creare organizzazioni capaci di durare e intenzionate a diventare organizzazioni di massa.
Esiste un’altra differenza importante rispetto al ciclo politico precedente. Costruire sindacati forti significa costruire anche un potere che non dipenda interamente dai ritmi elettorali.
Questo non implica indifferenza verso le istituzioni, né la fantasia di poter vivere completamente al di fuori dello Stato. Un sindacato può negoziare una legge, contestare un decreto, fare pressione su un governo o intervenire apertamente nel dibattito politico.
La differenza è che la sua capacità d’azione non deriva principalmente dall’occupazione di quelle istituzioni, ma dalle persone che organizza e dalla possibilità di modificare materialmente un rapporto economico.
Questa autonomia materiale rispetto ai cicli elettorali è particolarmente importante dopo l’esperienza successiva al 15M. Una candidatura può perdere le elezioni, un governo può cadere, una maggioranza parlamentare può scomparire. Un edificio organizzato continua a esistere il giorno dopo. Lo stesso vale per una sezione sindacale, un comitato di sciopero o una rete territoriale capace di mobilitare migliaia di persone.
La scommessa sulle organizzazioni forti e non partitiche non consiste quindi nell’abbandonare la politica istituzionale, ma nel costruire fonti autonome di potere che consentano, tra le altre cose, di intervenire su di essa senza dipendere completamente dalle sue sorti.
Un contropotere capace di strappare conquiste a qualsiasi governo, di affrontare i governi quando necessario e di continuare a organizzarsi anche quando cambia la maggioranza parlamentare.
Forse la lezione del ciclo precedente non è che le piazze siano inutili, ma che cosa rimane quando si svuotano.
Ed è qui che potrebbe trovarsi la differenza tra due epoche. L’immaginario politico del 2011 poteva essere riassunto in una piazza che proclamava: «Nessuno ci rappresenta».
L’immaginario sindacale che comincia a emergere pone un problema diverso:
Come costruiamo organizzazioni di massa che possiamo davvero controllare e che siano abbastanza forti da rappresentarci quando decidiamo di agire insieme?
Intervista a Miriam, militante del Sindacato degli inquilini di Madrid
1. Come è nata e si è sviluppata la mobilitazione? Quali sono le sue prospettive?
In fondo, a questa mobilitazione partecipano persone molto diverse: persone che da anni sono organizzate nel movimento per il diritto alla casa, moltissime persone che vi prendono parte per la prima volta, generazioni differenti. C’è una continuità con le lotte contro gli sfratti, che raccolgono in parte l’eredità della Plataforma de Afectados por la Hipoteca (PAH, Piattaforma delle persone colpite dai mutui).
Ma oggi sentiamo la necessità di fare un passo ulteriore, mettendo in connessione la questione abitativa con gli altri conflitti che stiamo affrontando in questa policrisi generata dal sistema capitalista. Perché noi lavoriamo già tutte – tutte lavoriamo – eppure non possiamo permetterci di vivere dignitosamente.
Per questo abbiamo bisogno di costruire uno sciopero generale articolato attorno a cinque rivendicazioni: contratti a tempo indeterminato, una drastica riduzione degli affitti, una tassa sulla ricchezza per finanziare l’edilizia pubblica, la fine degli acquisti speculativi di abitazioni e il riconoscimento dei diritti sindacali. In altre parole, chiediamo che vengano riconosciuti i diritti sindacali anche ai sindacati degli inquilini.
Vogliamo, in definitiva, uno sciopero costruito dal basso, al servizio del popolo. E, per realizzarlo, tutte noi siamo necessarie.
2. Qual è la composizione sociale e politica del sommovimento? Quali sono gli elementi di continuità e discontinuità rispetto ai movimenti degli ultimi anni e, più in generale, del passato?
Innanzitutto, bisogna capire che questa mobilitazione non nasce dal nulla. Da anni assistiamo all’aumento degli affitti, agli sfratti, alla precarietà: sono anni che la questione abitativa rappresenta la principale preoccupazione del Paese.
Quello che è successo a Mari Carmen è stato il detonatore. Per noi è stata la scintilla che ha acceso la fiamma, innescando un’esplosione sociale che ha dimostrato come neppure una persona di 87 anni, che aveva rispettato tutte le regole che il sistema le imponeva, abbia avuto garantito il diritto alla casa fino alla fine della sua vita.
Per noi, il sistema fondato sulla rendita ha ucciso Mari Carmen, e il suo non è un caso isolato. La settimana precedente allo sfratto di Mari Carmen, a L’Hospitalet si era suicidata Olga; poi è toccato a Javier. Questo sistema dimostra soltanto che ci costa la salute e ci costa la vita. In definitiva, siamo di fronte a un problema di salute pubblica.
La sfida che abbiamo davanti, adesso, è trasformare tutta questa indignazione in organizzazione. Per questo stiamo lavorando alla costruzione dello sciopero generale, che rappresenta il nostro orizzonte.
In fondo, Mari Carmen ci ha aperto questa strada, ha fatto esplodere la nostra rabbia. Ma questa rabbia si sta incanalando verso qualcosa di molto bello, che anche lei chiedeva e che tutte noi rivendicavamo dal sindacato: che i quartieri, i luoghi di lavoro, la sanità pubblica e la scuola pubblica si mobilitino insieme, a partire dalla questione trasversale della casa, il prossimo 11 novembre.
Non basta denunciare ciò che accade. Basta con la semplice denuncia di ciò che succede. Dobbiamo riuscire a incanalare tutta questa forza per cambiare le cose.
3. In quale congiuntura della politica spagnola si colloca la mobilitazione e quali sono i suoi temi di riferimento? Vedi possibili connessioni con ciò che si muove al di fuori della Spagna, per esempio con la mobilitazione sulla scuola in corso in Francia?
La questione abitativa è diventata uno dei principali conflitti sociali in Spagna, ma anche in Europa e nel resto del mondo. La crisi che stiamo attraversando non riguarda soltanto la Spagna.
E, certamente, non può essere risolta esclusivamente attraverso misure circoscritte che lascino aperte scappatoie grazie alle quali la speculazione possa continuare. Bisogna affrontare direttamente gli interessi dei rentier, degli attori che traggono profitto dalla rendita, e scontrarsi apertamente con le organizzazioni padronali e con i governi che sostengono questo modello.
Le nostre rivendicazioni, in questo momento, riguardano tutti i livelli dell’amministrazione pubblica: lo Stato, le comunità autonome e i comuni. Vogliamo che la casa smetta di essere un affare e venga garantita come un diritto. È quanto prevede la stessa Costituzione spagnola, così come, peraltro, molte altre costituzioni europee.
Crediamo che esistano delle connessioni. Noi promuoviamo uno sciopero generale proprio perché riteniamo che ci siano legami con tutte le altre lotte. Quello che sta accadendo in questo momento in Francia con le mobilitazioni studentesche si sviluppa in un contesto diverso, ma alla fine condividiamo una preoccupazione molto chiara: come possiamo costruire un futuro dignitoso di fronte alla precarietà di un sistema che sta mostrando le proprie crepe su tutti i fronti?
Abbiamo bisogno di mettere in connessione tutte le lotte. I diversi Stati e Paesi devono unirsi nelle mobilitazioni per il diritto alla casa, per un’istruzione dignitosa, per una sanità dignitosa e per i diritti del lavoro.
Per lo Stato spagnolo, almeno nella congiuntura attuale, lo sciopero dell’11 novembre rappresenta l’occasione per farlo.

