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Soggetti inediti

Riceviamo e diffondiamo

Bologna. 18.22 di martedì 20 ottobre 2026

Da un po’, durante i tragitti in bus, ho preso l’abitudine di ascoltare Radio Blackout di Torino. Tra le radio di movimento mi sembra la più fresca e quella che alterna più piacevolmente musica e parole. Non di rado ci scopro pure pezzi nuovi, cosa che, su altre emittenti antagoniste, avviene sempre meno spesso.
Ho trovato una bella app su F-Droid, la piattaforma che permette di scaricare su Android applicazioni fuori dal controllo di Google: puoi farti una lista di radio in streaming per poi selezionare quella che vuoi ascoltare in quel momento. Transistor si chiama, e il mio elenco comprende tutte le radio antagoniste, da Cosenza a Torino.
Alla fermata successiva rispetto a quella in cui sono salito, si libera un posto: stranamente riesco a sedermi a quest’ora in direzione Bolognina. Su Blackout va Overjoy, trasmissione che manda conscious reggae ogni martedì. Non conosco l’autore del pezzo che sto ascoltando, ma piglia bene.
Tornano in mente vecchie dancehall di diversi anni fa in riva al mare o in spazi occupati, quando si era senza pensieri e senza acciacchi. Sale un po’ di nostalgia. La nostalgia, però, oltre che essere rimpianto per un tempo perduto, per situazioni o prodotti che non ci sono più, può anche essere sovversiva. Strumento critico per indagare il presente, in rapporto al passato, e comprenderlo. Non sempre il passato, nonostante i sentimenti nostalgici, è migliore.
‘Sta cazzata mi è venuta in mente ieri sera, durante l’assemblea del collettivo di cui faccio parte. Un compagno certificava la fine dei centri sociali, dicendo che bisogna immaginare forme diverse, basate su hub dove convergono le lotte senza essere centralizzate, perché gli hub sono multipli. Un po’ come i server delle piattaforme autonome sul web.
Ho provato una strana euforia mentre lo ascoltavo, simile a quando, mentre pratichi Tai Chi, inspiri ed espiri col naso mentre sei rilassato. Sensazione strana ho pensato!
In altri momenti, forse, avrei pianto il morto. Mi sarei rinchiuso nella nostalgia dei tempi passati, giudicandoli migliori. Come un boomer qualsiasi. Probabilmente avrei pensato alla prima volta che sono entrato in un centro sociale o a quando, undicenne, li ho scoperti seguendo esaltato la cronaca di Milano sul Corriere che in casa mia entrava assieme a l’Unità e a il Manifesto. Perché, comunque, quello che pensavano i padroni lo dovevamo sapere.
Invece no. Ero euforico. Curioso di partecipare a questo esperimento nuovo, con una lacrimuccia per aver seppellito l’esperienza all’interno della quale sono cresciuto. Poche lacrime però: quell’esperienza aveva lasciato una buona eredità. Quello che sorgerà sarà sua figlia matura.
Del resto, che i centri sociali non abbiano più ragione di esistere, è nell’ordine delle cose. È cessata la condizione materiale che ha permesso la loro esistenza.
Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Zero, in seguito alla ristrutturazione industriale, o alla mancanza di fondi nelle casse dei comuni, nelle periferie c’erano migliaia di stabili abbandonati sparsi su e giù per l’Italia. Ex aree produttive, asili, cinodromi, scuole, teatri… La lista potrebbe essere parecchio lunga. Posti da occupare, anche nella provincia più profonda, come quella in cui ho vissuto la mia adolescenza, ce ne erano a bizzeffe. E molti vennero occupati.
Oggi, quegli spazi, dove non persistono occupazioni (emblematico il caso del Leo), sono stati o abbattuti per costruire appartamenti di lusso, o “rigenerati” e “riqualificati” per gentrificare i quartieri. Non di rado sono finiti nel portafoglio di grandi fondi immobiliari. In ogni caso non sono più spazi liberi da hackerare; di cui, dopo averli occupati, fare un utilizzo non previsto dai chi li aveva ideati e tirati su.
Ha senso occupare le case, proprio come negli anni Settanta, di quelle, abbandonate, ce ne sono a milioni. E c’è un’emergenza abitativa. Al contrario, non ci sono più molti spazi immensi disponibili da risignificare e riutilizzare. Ovviamente, se ci sono, vanno squattati! :-) Per farne hub però, non centri sociali.
Vabbe’, mentre mi riperdo in questi pensieri l’autobus arriva alla fermata dove devo scendere. Su Blackout il reggae è finito, va in onda Stacca Stacca, una trasmissione di smanettoni sull’informatica. Hanno più o meno la mia età. Parlano degli spyware che finiscono sul tuo telefono mentre ti compaiono delle pubblicità nel momento in cui accedi a un sito. Molti sono ideati e gestiti da società israeliane. I regaz sottolineano quanto importante sia avere degli adblock.
Mi perdo di nuovo. Mi torna in mente che stamattina pensavo che chi ha animato il movimento possente dei giorni scorsi contro il carovita ha poca consapevolezza del fatto che le nuove tecnologie, e le piattaforme che ci consentono di utilizzarle, sono concentrate nelle mani di poche multinazionali che possono censurare o limitare la circolazione dei contenuti.
Ci ho scritto un post su Mastodon oggi, dove ponevo alcune domande. Le istanze italiane di Mastodon sono popolate soprattutto da quaranta/cinquantenni (spesso anche sessantenni) con un passato radicato nei movimenti. Spesso, molt* di loro, sono stati impegnati nella costruzione delle infrastrutture di rete indipendenti che hanno permesso ai movimenti di comunicare tra loro o verso l’esterno tra la fine degli Ottanta e fino a qualche mese fa, quando Autistici/Inventati è stata chiusa.
Anche lì: mi aspettavo reazioni nostalgiche quando ho scritto: “Le pongo come domande: come mai su questo social, che è l’unico non commerciale, circolano poche informazioni sulle mobilitazioni che in questi giorni hanno attraversato l’Italia e non solo?
Come mai ragazze e ragazzi della generazione Z sono poco critici verso le piattaforme commerciali (ieri una di loro mi diceva: “usiamo quelle perché ci sono tutt*. Che senso avrebbe usare un social dove ci rinchiudiamo nella nostra bolla?”)?
L’avversione dei social commerciali per i link limita la creazione di piattaforme di informazioni indipendenti e di semplici siti di informazioni. Le nuove soggettività non ci pensano proprio a crearli. Questo limita la capacità di elaborazione e il confronto?
Mi fermo qui. Ma credo siano domande alle quali cercare di rispondere. Perché, a differenza della generazione del ’77 con la mia, la mia è riuscita a trasferire poco alle generazioni successive. E non penso sia colpa loro.”
E invece no! Molt*, soprattutto tra veteran* di Indymedia, hanno risposto che, quando ne avranno bisogno, queste ragazze e questi ragazzi, si doteranno degli strumenti che gli servono, senza farsi tante pippe. E che, compito dei più vecchi, è quello della talpa: continuare a scavare, produrre strumenti, e rendere palese che esiste la possibilità di crearli e utilizzarli. Se serviranno, se ne approprierà chi anima i nuovi movimenti.
Sono stato contento di queste risposte! Mo’ chi si vanta da solo eccetera, però, con un minimo di compiacimento, osservo che nei circuiti militanti che ho attraversato non si è smesso di camminare
domandando come prima e durante Genova, o come, ancora prima, facevano gli storici scalzi e i promotori della conricerca.
Una nuova generazione in rivolta, fatta soprattutto di giovanissim*, si sta affacciando sulla scena. E non posso non essere compiaciuto del fatto che i più “vecchi” si pongano in posizione di ascolto e non paternalisitica.
Stamattina il Presidente della Repubblica ha parlato di “Soggetti inediti”. Mi ha fatto sorridere. Richiamava certe ricostruzioni che la stampa faceva ormai quasi settant’anni fa quando sullo scenario esplodevano il movimento antifascista del ‘60 o gli operai massa che si manifestarono per la prima volta a Torino nel 1962.
Allora, come oggi, furono soggetti con background migratorio che infiammarono le lotte. Nei Sessanta. Si spostavano da Sud verso Nord, attualmente dai paesi asiatici, africani e del Mediterraneo verso l’Europa. In entrambi i casi le loro rivendicazioni si saldano con quelle dei nativi, dando vita a un ciclo di lotte e di conquiste. Io non so se siamo all’apertura di un ciclo simile. Le premesse, però, ci sono.
E mentre penso a questo mi tornano in mente alcune ricostruzioni giornalistiche che descrivono i manifestanti di questo sabato a Milano, Bologna o Torino. Si concentrano sull’abbigliamento. Proprio come durante l’insurrezione di Piazza Statuto del ‘62. Ettore Masina, giornalista de il Giorno, il 13 luglio 1962, scrive degli insorti: “Hanno tutti camicie nere con risvolti rossi e casacche a vivaci colori, i capelli alla Marlon Brando, un’espressione trasognata”. Oggi l’abbigliamento è cambiato. Ma quell’espressione trasognata è rimasta. Guarda al futuro. Al superamento del capitalismo. Alla fine dei privilegi.
Fa bene la signora intervistata dal TG5 ad aver paura di passeggiare in Via Montenapoleone. La classe di chi ci ha derubat* del futuro, affamat* e scippato i nostri sogni non dormirà più sogni tranquilli!