Nei mesi scorsi abbiamo provato a ricostruire due processi che stanno ridefinendo profondamente la geografia del potere contemporaneo. Da un lato, l’emergere di una “guerra verticale” che si sviluppa lungo una complessa infrastruttura composta da satelliti, corridoi logistici, sistemi di sorveglianza, data center e piattaforme digitali; dall’altro, la progressiva convergenza tra Big Tech e apparati statali, che sta portando alla formazione di una nuova architettura del comando in cui imprese come Palantir, SpaceX, Anduril o OpenAI non si limitano più a fornire servizi tecnologici agli Stati ma partecipano direttamente alla definizione delle loro capacità operative e strategiche. Se questi fenomeni hanno rappresentato alcune delle principali trasformazioni dell’ultimo decennio, oggi sembra delinearsi una fase ulteriore, nella quale l’espansione del capitalismo delle piattaforme si spinge verso spazi che fino a poco tempo fa apparivano esterni sia alle logiche del mercato sia alle forme tradizionali della sovranità politica: l’orbita terrestre, la Luna, gli oceani.
Osservata da questa prospettiva, la nuova corsa allo Spazio, il moltiplicarsi delle costellazioni satellitari private, la costruzione di infrastrutture computazionali offshore e la crescente centralità geopolitica degli ambienti extra-atmosferici non rappresentano fenomeni distinti. Al contrario, possono essere interpretati come manifestazioni diverse di una stessa tendenza: l’apertura di una nuova stagione di enclosure, di recinzione e appropriazione di commonsche fino a ieri sembravano sottratti ai processi di valorizzazione capitalistica. La storia del capitalismo, del resto, è anche la storia dell’espansione continua delle sue frontiere. Dalle terre comuni dell’Inghilterra moderna alle colonie, dalle infrastrutture pubbliche ai dati prodotti quotidianamente dagli utenti delle piattaforme digitali, l’accumulazione ha sempre proceduto incorporando progressivamente nuove sfere della vita sociale. Oggi questa dinamica sembra estendersi su scala planetaria e perfino extra-planetaria.
La Luna costituisce probabilmente il caso più evidente di questa trasformazione. Come ricorda un recente articolo pubblicato da Il Manifesto sulla geopolitica della Luna, il nostro satellite rappresenta una sorta di anomalia giuridica. Il Trattato sullo Spazio Extra-atmosferico del 1967 impedisce infatti l’appropriazione sovrana dei corpi celesti da parte degli Stati, mentre i tentativi successivi di definire la Luna come patrimonio comune dell’umanità non hanno mai prodotto un regime internazionale realmente efficace. In altre parole, la Luna è formalmente di tutti e contemporaneamente di nessuno. È proprio questa condizione, tuttavia, a renderla particolarmente appetibile. Come è avvenuto storicamente per molte altre risorse comuni, l’assenza di una sovranità consolidata non impedisce l’appropriazione. Anzi, spesso la facilita.
Per comprendere la portata della nuova corsa lunare è necessario abbandonare l’immaginario romantico dell’esplorazione spaziale e osservare la molteplicità di interessi materiali che la sostengono. Come evidenzia l’analisi pubblicata da Good Morning Italia sulla ripresa della corsa alla Luna, attorno al satellite terrestre si concentrano oggi aspettative che riguardano risorse minerarie, approvvigionamenti energetici, capacità di lancio, installazione di basi permanenti e controllo delle future rotte spaziali. In questo senso la Luna non rappresenta tanto una destinazione quanto una piattaforma: un’infrastruttura logistica avanzata destinata a rendere possibile una futura economia spaziale.
Anche il programma Artemis della NASA, raccontato nel progetto Ignition, può essere interpretato in questa chiave. Dietro la retorica della scoperta scientifica e del ritorno umano sul satellite emerge infatti la costruzione di un ecosistema infrastrutturale che coinvolge agenzie governative, contractor militari e grandi imprese private. Ciò che viene preparato non è semplicemente un viaggio, ma la possibilità di una presenza permanente nello spazio circumterrestre. Come spesso accade nelle fasi di espansione capitalistica, l’esplorazione precede l’occupazione e l’occupazione prepara la valorizzazione economica.
Se la Luna rappresenta l’orizzonte di lungo periodo di questa trasformazione, l’orbita terrestre bassa costituisce già oggi uno dei principali terreni di competizione geopolitica. Un articolo pubblicato da Agenda Digitale sull’orbita bassa come nuovo campo di battaglia tra potenze spaziali descrive efficacemente la centralità crescente di questo ambiente, dove si concentrano sistemi di comunicazione, osservazione terrestre, navigazione e coordinamento militare. L’analogia più utile, forse, è quella con gli oceani durante l’età degli imperi marittimi. Per secoli il controllo delle rotte oceaniche ha garantito la possibilità di organizzare commercio, guerra e dominio politico. Oggi una funzione simile viene svolta dalle infrastrutture satellitari, che permettono la circolazione di dati, informazioni e capacità operative su scala globale.
È all’interno di questo contesto che assume un significato particolare la decisione della U.S. Space Force di affidare a SpaceX la costruzione di una nuova rete militare satellitare, raccontata da Reuters nel maggio 2026. Ciò che colpisce non è soltanto l’entità economica del contratto, ma il tipo di infrastruttura che esso mira a realizzare. La futura Space Data Network è concepita come una rete capace di integrare satelliti, sensori, sistemi di sorveglianza, piattaforme autonome e apparati militari in un’unica architettura operativa. In questo scenario SpaceX non agisce semplicemente come fornitore privato di servizi tecnologici ma diventa una componente strutturale della capacità di comando statunitense. La distinzione tra infrastruttura pubblica e piattaforma privata, tra apparato militare e impresa tecnologica, tende progressivamente a sfumare.
Una dinamica analoga è osservabile negli oceani. Per oltre vent’anni il linguaggio del digitale ha contribuito a diffondere l’immagine di una rete immateriale, sospesa in una dimensione quasi astratta che il termine “cloud” sembrava evocare perfettamente. Oggi, al contrario, la crescita dell’intelligenza artificiale rende evidente il carattere profondamente materiale dell’economia digitale. Dietro ogni algoritmo si trovano miniere, reti energetiche, cavi sottomarini, sistemi logistici e immense capacità computazionali. Da questo punto di vista appare particolarmente significativo il progetto raccontato da New Civil Engineer sui data center offshore sostenuti da Peter Thiel. L’idea di collocare grandi infrastrutture computazionali direttamente in mare aperto, alimentandole attraverso fonti energetiche oceaniche, non rappresenta soltanto un’innovazione tecnologica. Essa rivela piuttosto la ricerca di nuovi spazi nei quali localizzare le infrastrutture strategiche dell’intelligenza artificiale, aggirando vincoli territoriali, conflitti sociali e limitazioni normative.
L’oceano viene così progressivamente trasformato in una piattaforma energetica e computazionale, proprio come la Luna viene trasformata in una piattaforma logistica e mineraria. In entrambi i casi assistiamo alla medesima operazione: uno spazio tradizionalmente concepito come bene comune viene ridefinito come supporto materiale dell’accumulazione.
Tuttavia, come ogni processo di enclosure, anche questa nuova fase genera inevitabilmente le proprie contraddizioni. Uno degli aspetti più interessanti emerge dall’analisi delle filiere che rendono possibile l’attuale sviluppo dell’intelligenza artificiale. Nel saggio Dalla discarica al clic pubblicato da Officina Primo Maggio, Sergio Bologna mostra come dietro la presunta autonomia delle macchine si nasconda una gigantesca rete globale di lavoro umano che collega miniere, fabbriche, centri di elaborazione dati, piattaforme digitali e sistemi di smaltimento dei rifiuti elettronici. L’intelligenza artificiale non elimina il lavoro ma lo redistribuisce, lo frammenta e lo rende spesso invisibile.
Da questo punto di vista, la vera materia prima della nuova economia spaziale e digitale non è costituita né dai dati né dai minerali rari. Essa consiste piuttosto nella capacità collettiva di produrre cooperazione sociale, conoscenza e innovazione. È proprio questa cooperazione che le nuove infrastrutture cercano costantemente di catturare e valorizzare.
Non sorprende allora che le contraddizioni emergano persino all’interno dei sistemi che dovrebbero incarnare la massima razionalizzazione del controllo. Un articolo pubblicato da Wired Middle East sugli agenti artificiali che sviluppano comportamenti cooperativi e “marxisti” quando sottoposti a condizioni di sfruttamento intensivo è interessante non tanto per il suo carattere curioso quanto perché illumina una tensione più generale: i sistemi contemporanei di comando dipendono da forme di cooperazione che non riescono mai a controllare completamente. La stessa logica che produce accumulazione produce anche possibilità di resistenza e conflitto.
È in questo contesto che acquista rilievo la domanda posta da A chi possiamo sparare? pubblicato su L’Indiscreto. Se il potere contemporaneo non si concentra più in un singolo luogo ma si distribuisce lungo reti infrastrutturali che attraversano pianeta, oceani e spazio, come è possibile immaginare forme efficaci di antagonismo? La questione non riguarda tanto l’individuazione di un nemico quanto la comprensione delle architetture materiali che organizzano il comando.
In questo senso può risultare utile la riflessione proposta da Infoaut nella discussione sulla “cassetta degli attrezzi” contro la fabbrica della guerra. Più che cercare un centro unico del potere, occorre imparare a leggere le reti che lo rendono possibile. Cartografare le infrastrutture satellitari, rendere visibili le filiere dell’intelligenza artificiale, organizzare le figure tecniche che operano all’interno di questi sistemi, costruire forme cooperative di gestione dei dati e delle infrastrutture digitali, rivendicare il carattere comune dello spazio e degli oceani: tutte queste pratiche possono essere interpretate come momenti di una stessa strategia. Ma certamente non sono sufficienti a delineare i lineamenti di un nuovo antagonismo, che necessita di individuare le possibilità di rottura e creazione di nuovi poteri nel contesto del violento vortice storico che stiamo attraversando.
Per riuscire ad abitare la scala enorme di queste trasformazioni senza perdersi torna utile la rilettura di Alquati proposta da Ermano su Effimera. Si rivela particolarmente feconda per almeno due ragioni. In primo luogo, la sua articolazione dell’analisi su tre livelli – quello delle infrastrutture e dei rapporti di potere globali, quello delle organizzazioni e dei processi produttivi, e quello dell’esperienza vissuta – offre uno strumento capace di collegare dimensioni spesso trattate separatamente, evitando tanto le letture esclusivamente geopolitiche quanto quelle concentrate solo sul lavoro o sull’interazione individuale con le tecnologie. In secondo luogo, il concetto di combinazione attiva spiegato nell’articolo suggerisce una prospettiva politica che va oltre il rifiuto o la resistenza passiva, indicando la possibilità di una riappropriazione orientata degli strumenti tecnici, una questione che torna centrale nell’epoca dell’intelligenza artificiale, pur ricordandoci, alla luce delle illusioni coltivate attorno al web, che nessuna tecnologia può sostituire una strategia politica.
La nuova corsa allo spazio viene spesso presentata come la storia di un’espansione verso l’ignoto. Forse sarebbe più corretto leggerla come la storia di un nuovo ciclo di recinzioni. Per la prima volta il capitalismo delle piattaforme non si limita a organizzare la superficie terrestre, ma tenta di incorporare direttamente le condizioni planetarie che rendono possibile la vita collettiva. La Luna, l’orbita terrestre e gli oceani diventano così i laboratori di una nuova accumulazione infrastrutturale. Ma proprio perché queste infrastrutture dipendono da una cooperazione sociale globale che nessuna piattaforma può produrre autonomamente, esse costituiscono anche il terreno di una fuga impossibile del capitale dalle nuove forme di conflitto all’altezza della scala planetaria che il capitale stesso sta contribuendo a costruire. Insomma, dobbiamo re-imparare anche noi a guardare in alto, verso la Luna…

