Mentre gli addetti ai lavori definiscono l’architettura di FP10 (2028-2034) – il prossimo programma quadro europeo per la ricerca – nei corridoi di Bruxelles e nei Senati Accademici si consuma una svolta epocale. Per decenni, la ricerca finanziata dall’UE è stata considerata un tempio laico e rigorosamente civile: fondi pensati per la transizione verde, digitale, la medicina e la cooperazione pacifica. Oggi, quel modello cede il passo al “duplice uso per definizione” (dual-use by design). Sotto la spinta della congiuntura di guerra, la logica dell’impatto sociale della scienza aperta si trasforma nella costruzione della “Fortezza Europa” come base di partenza per la competizione globale sull’innovazione.
Il catalizzatore assoluto di questa mutazione è la guerra in Ucraina, il laboratorio di prova a cielo aperto più avanzato del pianeta. Nei cieli e sul terreno, il confine tra civile e militare si è dissolto: intelligenza artificiale, cibersicurezza e robotica vengono testate sotto il fuoco e ottimizzate a ritmi impossibili da replicare in tempo di pace.
Il salto di scala: perché l’EDF non basta più e la svolta dentro FP10
Fino a ieri, la spesa militare europea aveva un perimetro ben recintato: il Fondo Europeo per la Difesa (EDF), uno strumento mirato a finanziare lo sviluppo di sistemi d’arma tradizionali attraverso consorzi guidati direttamente dall’industria bellica. Ma oggi l’EDF non basta più. I conflitti contemporanei dimostrano che le vere rivoluzioni tecnologiche — dai sistemi autonomi all’intelligenza artificiale strategica — non nascono più nei laboratori chiusi dei grandi colossi degli armamenti, ma nel ventre della ricerca deep-tech civile e delle startup universitarie, soprattutto quando si tratta di sviluppare armamenti leggeri, ma sofisticati, di cui dotare le masse sempre più grandi di soldati che verranno coinvolti sugli scenari concreti: quindi droni, equipaggiamenti, veicoli, armi, tutti integrati con l’IA, dove ogni piccolo miglioramento può fare la differenza.
È per questo motivo che la vera frattura si consuma dentro FP10. L’Unione Europea ha deciso da tempo di alimentare la congiuntura di guerra e ritagliarsi il suo ruolo nella competizione globale. Per fare ciò non può limitarsi a comprare armi a valle: deve attingere alla fonte primaria dell’innovazione. Integrando la logica del duplice uso direttamente nel cuore del futuro Programma Quadro civile, Bruxelles rompe il vecchio tabù: i laboratori e le università, storicamente votati alla scienza aperta, diventano l’incubatore strategico da cui far emergere le tecnologie necessarie alla sicurezza e alla difesa.
Dalla ricerca di base ai banchi di prova: l’EIC STEP
Questa spinta trova il suo banco di prova immediato in strumenti come l’EIC STEP. Introdotto in fretta e furia per l’ultimo anno dell’attuale Programma Quadro (Horizon Europe 2021-2027), dove si invitano le start-up a ricevere finanziamenti rivolgendo le tecnologie sviluppate verso il settore della difesa. L’EIC STEP funge da vero e proprio ponte e anticipazione di ciò che vedremo strutturalmente consolidato nel prossimo FP10.
In questo bando e grazie a strumenti e alleanze come BraveTech EU, il vero obiettivo del coinvolgimento dell’Ucraina in questa filiera diventa palese: non si tratta solo di fornire supporto tecnologico a Kiev, ma di mettere le mani sulla straordinaria expertise bellica sviluppata sul campo, capitalizzando quel know-how per assorbirlo, testarlo nei banchi di prova ucraini e integrarlo a pieno titolo nella futura spina dorsale della difesa europea. I dati sui cui si baseranno queste ricerche saranno letteralmente le montagne di cadaveri che insanguinano il fronte russo-ucraino.
La nuova università integrata: Research Security ed Export Control
Questa rivoluzione calata dall’alto impatta violentemente sulla filiera della ricerca. La congiuntura di guerra congela anche dei blocchi commerciali che, insieme all’introduzione del duplice uso, impone una stretta drastica sulla sicurezza della ricerca (research security) e sui controlli alle esportazioni (export control).
Le università europee si trovano a dover gestire un apparato di conformità (compliance) e sorveglianza senza precedenti: tracciamento dei flussi di dati sensibili, verifiche rigorose sui background dei ricercatori (in particolare stranieri) e limitazioni sulla condivisione aperta dei risultati scientifici. La paura del mondo accademico — espressa con forza da reti come LERU e The Guild e da singoli ricercatori, come quelli del Politecnico di Torino — è duplice: da un lato la trasformazione dei campus in incubatori occulti della filiera bellica; dall’altro l’imbrigliamento della libertà accademica e della ricerca fondamentale, soffocate da una burocrazia securitaria che subordina la conoscenza ai dettami della geopolitica globale.
La catena di montaggio della sicurezza è tracciata: la tecnologia nei laboratori civili scala grazie ai fondi europei e viene battezzata dal fuoco nei teatri operativi, mentre i confini della scienza aperta arretrano di fronte alle regole della research security. È la nuova università integrata nella filiera bellica.
Forse sarebbe il momento di cominciare a parlarne.

