Ogni generazione deve, in una relativa opacità,
scoprire la sua missione, adempierla o tradirla.
Frantz Fanon, I dannati della Terra
Come inizia un’esondazione? Tanto dal punto di vista fisico quanto da quello sociale, è un processo di accumulo, per larga parte silenzioso, invisibile, anche scostante. Poi, più gli effetti dell’esondazione si manifestano, più si fa chiara la radicalità della trasformazione. È da un anno che un’esondazione ha rotto gli argini del nostro tempo, o quantomeno della nostra possibilità di conflitto contro questo presente. Siamo forse davanti all’ineluttabilità di un mondo nuovo? No, perché non c’è trasformazione senza la forza di un cammino capace di costruirla, e questo ancora non è tracciato. Eppure, oggi che le onde percuotono e scavalcano le imponenti mura della diga di precarietà dentro cui abbiamo stagnato, ecco che ci si spalanca la sfida dell’orizzonte.
Mentre guerre, miseria, desolazione infuriano tutt’intorno, un potente effetto-contagio scatena, a macchie, la spinta di un movimento che si sviluppa in sincronia in tantissimi luoghi. D’altronde, cosa c’è di più “generale” della lotta contro il caro-vita? Cosa rappresenta questo termine se non l’aggrovigliarsi di tutti gli attacchi, i soprusi, lo sfruttamento che si è state costrette a incassare fin dalla nascita? C’è chi parla di un nuovo ‘68… Ci interessano davvero poco le analogie storiche, possiamo però azzardare uno sguardo di immaginario per grandi linee ed assolutamente tranchant. Il ‘68 è stato l’apice, lo spartiacque, della fine dell’epoca moderna, tra decolonizzazioni, accumulo di potere operaio e politicizzazione radicale della società e dei suoi rapporti di potere (si pensi solo ai femminismi). La sconfitta di quell’ondata ha aperto alla fase neoliberale. Oggi potremmo star vivendo una nuova esondazione planetaria, dentro un nuovo spartiacque che potrebbe segnare la fine dell’epoca contemporanea – come si afferma sugli stessi cartelli in innumerevoli piazze. O almeno, si lotta per lo smantellamento di quest’ultima e col desiderio di non dover subire l’ennesimo futuro padronale.
Come dar spazio a questa forza e potenzialità, e moltiplicarla allargandola socialmente, dovrebbe costituire l’urgenza per chiunque. Decine di migliaia di giovanissime (e non solo!) si sollevano anche in Italia con la fame del volere tutto, l’impeto di farla finita con ciò che viene chiamato “normalità”. E nella rottura dell’epoca contemporanea rientra anche l’evaporazione delle sue esperienze politiche e delle loro geometrie, consuetudini, limiti, possibilità non realizzate. Partire dai soggetti in lotta, scavalcando con arroganza ostacoli, detriti e macerie che stanno intorno, è quello che ci interessa per immaginare nuovi spazi del movimento concreto.
Dopo le scintille di lotta di inizio autunno e lo sciopero generale del 30 ottobre, in cui le energie espresse nelle settimane precedenti hanno trovato possibilità di accumulo, oggi bisogna rilanciare la prospettiva. Fuori dal becero scadenzario, e nella indispensabilità di un rinnovato lavoro quotidiano e della prospettiva strategica, la processualità in corso può trovare nella data internazionale giovanile del 20 novembre un nuovo scarto. Una nuova tappache possa portarci a puntare direttamente il dito contro i Palazzi del Governo Meloni il 12 dicembre a Roma, nel mese di approvazione della Legge di Bilancio.
Dopo un autunno di lotte da Sud a Nord, e a fronte di un Governo che decide di andare dritto per dritto nell’escalation bellica, nell’imposizione della miseria, nell’attacco alle piazze, oggi è possibile lavorare nei territori verso un assedio popolare a Meloni. Destabilizzare questo quadro politico di guerra, miseria e invivibilità contrapponendo al caro-vita una vita bella, al razzismo il meticciato, alla repressione l’ingovernabilità, alla guerra un mondo nuovo. Dentro la fine oggettiva dell’epoca contemporanea, oggi si gioca la partita su che fine debba essere: quella del rilancio capitalistico a suon di bombe o quella della liberazione collettiva a furor di popolo? Nel bene o nel male, ancora non è scritta l’ultima parola. E accettare tale sfida è già una traccia di lavoro!
Ricapitoliamo, per chiudere. Il quadro è quello di una nuova sincronizzazione globale delle lotte dentro un’inedita insorgenza giovanile che può condurre verso un salto nella durissima fase che abitiamo da anni. Sta emergendo un programma politico implicito nelle mobilitazioni che parla di vita bella contro l’asfissia del presente (contro il caro-vita), di rifiuto radicale di arruolamento bellico e riarmo, della materialità di conflitto di una nuova soggettività meticcia che abita e abiterà i territori europei e che si scontra contro la logica dell’espulsione. Dobbiamo costruire una prassi e uno sguardo politico capaci di dare forma a un «immediato» che sappia proseguire e alimentare le lotte nel loro dispiegarsi quotidiano, individuando al loro interno momenti di accumulazione delle forze e di approfondimento della rottura. Un’immediatezza che si inscriva in una ritmica di movimento – scandita dalle prossime tappe del 20 novembre e del 12 dicembre – ma che, al tempo stesso, sappia guardare al medio periodo, aprendo lo spazio per la costruzione di nuovi esperimenti politici.

