Occupare il cielo – Accumulazione, guerra e infrastrutture nella nuova fase del capitalismo algoritmico

C’è una linea di continuità che attraversa una serie di interventi usciti nelle ultime settimane e che, se presa sul serio, impone di spostare lo sguardo. Non siamo semplicemente dentro una nuova fase tecnologica, né di fronte all’ennesima ristrutturazione del capitale. Quello che si sta consolidando è un passaggio più radicale: il capitalismo contemporaneo non si limita più a sfruttare il lavoro e la natura o a organizzare la produzione, ma tende sempre più a costruire direttamente le condizioni materiali e simboliche entro cui la vita sociale può esistere, circolare, essere catturata.

Contropiano ha pubblicato una traduzione di alcuni estratti del nuovo libro di David Harvey sull’“accumulazione per espropriazione” e fornisce un punto di partenza e uno sfondo importante per comprendere l’attualità. Ma la sua tesi acquista tutta la sua portata solo se viene estesa oltre il terreno classico della privatizzazione e della rendita. L’espropriazione oggi non riguarda soltanto beni o ricchezza già prodotta: investe le infrastrutture stesse della cooperazione sociale. Come suggeriscono, da angolazioni diverse, anche gli articoli de il manifesto sul cloud e sui “mercanti dello spazio”, così come l’analisi sulla sovranità satellitare pubblicata su Guerre di Rete e la notizia di Milano Finanza sull’interesse di Amazon per Globalstar, il capitale si sta riorganizzando attorno al controllo delle condizioni di accesso alla connessione globale. Non arriva dopo la produzione per appropriarsene i risultati: si colloca prima, definendo l’ambiente in cui la produzione può avere luogo.

È in questo quadro che la questione dell’intelligenza artificiale assume un significato pienamente politico. L’analisi proposta da The Bunker sulla prima “costituzione” per le IA mostra chiaramente come le grandi aziende tecnologiche stiano operando a un livello costituente. Non si tratta di semplici linee guida etiche, ma della formalizzazione di un potere che decide cosa può fare una macchina che ormai interviene direttamente nei processi cognitivi e linguistici. Il punto non è tanto quali principi vengano enunciati, ma chi ha la possibilità di modificarli, o anche di sospenderli/imporli. Siamo di fronte a un enorme potere in cui la costituzione dell’algoritmo è la modalità privilegiata attraverso cui il potere stesso si definisce e si rende operativo.

Questa dimensione costituente non resta confinata al livello del codice, ma si intreccia immediatamente con la guerra. L’articolo dell’Osservatorio Iran sui social media come nuovo campo di battaglia mostra come le piattaforme digitali siano diventate infrastrutture operative del conflitto. Non si tratta più soltanto di propaganda o disinformazione, ma di una vera e propria integrazione tra comunicazione, coordinamento e operazioni geopolitiche. Lo stesso emerge, da un’altra prospettiva, nella puntata del podcast Altri Orienti, dove il rapporto tra tecnologia, conflitto e riassetto degli equilibri globali viene analizzato come un processo unitario e dove viene proposta una interessante differenziazione tra l’approccio cinese e quello statunitensi. Ma in entrambi i casi si può notare come la distinzione tra civile e militare tenda sempre più a dissolversi, e con essa quella tra tempo di pace e tempo di guerra.

In questo senso, cloud, piattaforme e satelliti non sono più semplici supporti tecnici, ma veri e propri territori. L’articolo già richiamato “Cloud sopra le nuvole” insiste su questa materialità spesso rimossa dell’infrastruttura digitale, mentre “I mercanti dello spazio” descrive la crescente privatizzazione dell’orbita terrestre come una nuova frontiera dell’accumulazione. Chi controlla questi spazi e queste infrastrutture controlla le condizioni di possibilità della comunicazione globale, con una strategia coerente di costruzione di una sovranità infrastrutturale privata su scala planetaria.

Qui l’accumulazione per espropriazione assume una forma qualitativamente nuova. Non si limita a sottrarre ricchezza esistente, ma cattura l’accesso stesso alle condizioni di esistenza. Controllare il cloud, le reti, le orbite significa poter modulare l’intera cooperazione sociale, trasformando l’interdipendenza in dipendenza strutturale. È una forma di rendita che non si esercita su un singolo bene, ma sull’ambiente complessivo in cui i beni vengono immaginati, prima ancora che prodotti e scambiati.

In questo scenario si inserisce anche il dibattito rilanciato da The Ideas Letter su un possibile “socialismo dopo l’AI”. Ma proprio alla luce di questo quadro, la questione non può essere posta nei termini di una semplice liberazione dal lavoro. Il nodo decisivo resta il controllo delle infrastrutture. Senza una rottura su questo terreno, l’intelligenza artificiale rischia di consolidare una forma di dominio ancora più pervasiva, capace di estrarre valore da ogni dimensione della vita sociale, una società interamente sussunta sotto regimi di rendita algoritmica.

Se si tiene insieme questo insieme di materiali, emerge con chiarezza uno spostamento nella composizione del potere, riorganizzato in una trama infrastrutturale anche a partire da una cooperazione sociale divenuta pienamente globale. Il conflitto non può più essere pensato soltanto nei luoghi tradizionali ma deve continuamente confrontarsi con queste architetture.

Il problema politico centrale torna così a essere quello delle condizioni materiali dell’esistenza. Se il capitale oggi agisce come una potenza costituente, capace di definire regole, spazi e possibilità, allora non basta rivendicare redistribuzione. Occorre interrompere questo processo di costituzione.

Occupare il cielo non è una metafora. È il nome di un conflitto reale che riguarda satelliti, cavi, server, protocolli. Così come costituire l’algoritmo non è una questione tecnica, ma un terreno di scontro politico. Tenere insieme questi due livelli, il normativo e l’infrastrutturale, significa iniziare a prendere misura della fase.

Perché ciò che è in gioco non è soltanto una nuova configurazione del capitalismo, ma la sua capacità di farsi mondo. E contro un capitale che costruisce il mondo, non basta più resistere all’interno delle sue forme: bisogna iniziare a disfarle.