La rivolta delle scuole francesi – appunti a caldo

Una nuova mobilitazione attraversa la Francia. Nata nelle scuole popolari della banlieue parigina, si è rapidamente estesa, intrecciando rivendicazioni sulla scuola, disuguaglianze territoriali e razziali, critica delle piattaforme algoritmiche e denuncia della violenza poliziesca. Ma quale composizione sociale e politica sta emergendo? E quali sono i rapporti tra questa mobilitazione, la crisi del governo Macron e la prossima scadenza elettorale? Abbiamo chiesto a Carlotta, una compagna che vive a Parigi, di condividere alcune impressioni a caldo su quanto si sta muovendo.

Nota di lettura: nel testo si parla di “licei” perché in Francia tutte le scuole si chiamano in questo modo, ma la particolarità di questo movimento è che è partito da istituti che in Italia equivalgono alle scuole professionali
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Come è nata e si è sviluppata la mobilitazione? Quali sono le sue prospettive?

La mobilitazione è nata in Val-de-Marne, a Créteil, nella banlieue sud di Parigi, al liceo Saint-Exupéry, il 17 settembre, sostenuta da alcuni deputati de La France Insoumise, tra cui Clémence Guetté, eletta in questa circoscrizione. Si tratta di un liceo di un quartiere popolare. La mobilitazione è comunque nata spontaneamente sui social e si è sviluppata in forma auto-organizzata. I sindacati sono presenti, ma non è un movimento sindacale. Lo stesso vale per i partiti, e per La France Insoumise in particolare.

La composizione è giovane, giovanissima: studenti e studentesse delle scuole superiori e, ora, forse anche delle scuole medie. La mobilitazione è presente un po’ ovunque in Francia, ma con un fortissimo protagonismo dei licei e degli studenti delle banlieue.

Al centro ci sono le risorse destinate all’istruzione, a fronte di condizioni materiali scandalose: scuole fatiscenti che cadono a pezzi, mancanza di insegnanti e di personale più in generale.

Qui è centrale la questione delle disuguaglianze, delle discriminazioni e del razzismo, che vengono denunciate nei blocchi e nei cortei. Le riforme degli ultimi anni hanno infatti prodotto un divario spaventoso, sempre più profondo, tra i licei del centro e quelli della periferia. Lo stesso fenomeno, del resto, sta avvenendo nelle università. E queste divisioni seguono ovviamente la linea della razza, in un paese come la Francia.

In rete circolano immagini di licei con i muri che crollano, ratti che corrono nei corridoi, infiltrazioni d’acqua, finestre murate durante la canicola, aule senza sedie e banchi. Il liceo Paul-Éluard di Saint-Denis, con i suoi prefabbricati surriscaldati e letteralmente fatiscenti, è diventato una delle immagini simbolo della mobilitazione.

I licei del centro, in molti casi, hanno scelto di mettere al centro la solidarietà e il sostegno ai licei di periferia, più che rivendicazioni proprie. Henri IV, simbolo dell’élite e uno dei licei più prestigiosi di Parigi, ha bloccato per solidarietà.

Poi c’è la questione della selezione attraverso le piattaforme algoritmiche, in particolare Parcoursup, che regola l’accesso alle università. È quindi in discussione anche il ruolo di questi dispositivi nella produzione di pressione, discriminazioni e disuguaglianze.

Il livello di coscienza è altissimo: stiamo parlando di studenti delle scuole superiori che dicono di mobilitarsi per e al posto degli insegnanti, per le loro condizioni di lavoro e per i loro salari.

A tutto questo si aggiunge, ovviamente, la questione della repressione: più di 2.000 arresti di minori, una violenza allucinante, soprattutto nelle banlieue, con ragazzini feriti e mutilati.

Arrivano immagini di violenza inaudita: l’uso di armi non letali contro tredicenni, un ragazzino – probabilmente due – che ha perso un occhio, macchine della polizia che fanno caroselli intorno agli studenti.

Spesso gli studenti mettono queste immagini in prospettiva, confrontandole con il comportamento della polizia nei licei del centro. Circola, per esempio, un video in cui si vede un poliziotto ridere con gli studenti e fare una gara di flessioni con un ragazzo in un liceo del centro di Parigi.

Per questo le parole d’ordine diventate centrali sono la violenza poliziesca e, soprattutto, il ruolo del razzismo nella violenza della polizia.

Direi, in sintesi, che è l’ordine razziale a essere contestato dal movimento. Secondo me lo si può leggere innanzitutto come un movimento antirazzista, come mostra anche la centralità degli slogan contro il Rassemblement National nei blocchi.

Qual è la composizione sociale e politica del movimento? Quali continuità e discontinuità presenta rispetto ai movimenti degli ultimi anni o del passato?

La continuità con i movimenti passati è fortissima. C’è una vera e propria stratificazione, visibile nelle pratiche, nelle parole d’ordine, ma anche nell’estetica stessa del movimento, che appare come un ibrido.

Da un lato richiama quasi i Gilets jaunes, con i blocchi e le bandiere tricolori. C’è una sorta di idea del «tocca a noi», che emerge anche nelle interviste ai ragazzi che hanno visto quel movimento da bambini e che, dieci anni fa, partecipavano ai cortei durante le ricreazioni a scuola.

Ma c’è anche l’estetica émeutière del cortège de tête del 2016, quella delle rivolte seguite all’uccisione di Nahel, ucciso dalla polizia a Nanterre nel 2023, e quella del movimento per la Palestina e contro il genocidio a Gaza, con le bandiere palestinesi e altri simboli.

E poi ci sono i codici propri dei liceali, dal cosplay alle immagini dell’Uomo Ragno sui blocchi, insieme ad altri personaggi dei cartoni animati.

Ci sono anche elementi di discontinuità, soprattutto rispetto ai movimenti del 2016-2018, quando il movimento liceale e studentesco fu violentemente represso e stroncato. Basti pensare alle immagini raccapriccianti di Mantes-la-Jolie, nella periferia di Parigi, con gli studenti costretti dalla polizia a inginocchiarsi con le mani sulla testa nel cortile della scuola.

La differenza è che questa volta la repressione non funziona così bene. C’è una forte solidarietà da parte degli adulti, dei genitori, dei sindacalisti, dei partiti e delle associazioni dei genitori. Circolano immagini di insegnanti che formano cordoni davanti alle scuole per difendere gli alunni.

In quale congiuntura della politica francese si colloca la mobilitazione e quali sono i temi di riferimento? Vedi qualche possibile connessione con ciò che si muove al di fuori della Francia, come ad esempio la mobilitazione sulla casa in corso in Spagna?

La congiuntura è, secondo me, innanzitutto nazionale, e va letta anche in relazione alle elezioni del 2027.

È una mobilitazione prima di tutto antirazzista, ma anche contro il governo, contro Macron e contro l’estrema destra, con tantissimi slogan contro il RN nei blocchi.

Sul terreno istituzionale, il movimento si traduce anche in uno scontro tra il governo e La France Insoumise, che è presente nei blocchi e si schiera apertamente a difesa del movimento. La destra, con Retailleau e Les Républicains, cerca invece di approfittarne per rilanciare l’idea di rendere illegale LFI, accusata di essere la regia occulta della mobilitazione e di manipolare il movimento. In questo modo si finisce però per negare la capacità di riflessione e di organizzazione autonoma degli studenti delle banlieue.

In vista delle elezioni, il movimento gioca a favore di LFI o, al contrario, rischia di danneggiarla? Da un lato è il movimento di cui aveva bisogno, perché le consente di mostrare la propria base sociale e di dare legittimità allo scontro duro sul terreno istituzionale. Dall’altro, la questione della violenza è ovviamente delicata per una forza politica che vuole vincere le elezioni.

La questione, ora, è capire se la mobilitazione riuscirà ad allargarsi alle università e ai settori del lavoro. Il Ministero dell’Istruzione ha promosso un incontrato coi rappresentanti dei sindacati, ed è stato ritirato un aumento delle tasse di iscrizione previsto per due diplomi (equivalenti universitari) previsto in legge finanziaria. Ma i sindacati se ne sono andati dall’incontro, questo tentativo di bloccare il movimento con piccole concessioni non pare funzionare, e oltre alla repressione stanno venendo ordinate le chiusure di diversi istituti. Martedì 6 sarà un importante banco di prova per il movimento, è previsto l’appello di tutti i sindacati a una mobilitazione in suo sostegno.