­La fascio-sfera: come la remigrazioneviene veicolata sui social network

“Remigrazione” è una parola che fino a pochi anni fa quasi nessuno conosceva. Non compariva nei titoli dei giornali, non veniva pronunciata nei talk show e difficilmente avrebbe trovato spazio nel dibattito politico italiano. Oggi, invece, capita sempre più spesso di incontrarla nei video pubblicati sui social, nei canali Telegram, nei podcast politici, nei commenti sotto un post o nelle discussioni che attraversano la rete. Di cosa si celi dietro questo squallido urlo suprematista abbiamo già trattato in un precedente articolo (link), ma la sua storia ci racconta anche il modo in cui le idee si diffondono nell’epoca degli algoritmi. Perché la remigrazione non è arrivata all’attenzione del grande pubblico attraverso i canali tradizionali della politica. Non è nata in Parlamento e non è stata lanciata da un grande partito. Ha seguito un’altra strada, più lenta all’inizio, quasi invisibile, ma estremamente efficace. Ha attraversato comunità online, pagine Facebook, influencer, meme, conferenze digitali e gruppi Telegram prima di affacciarsi nel dibattito pubblico.

Dietro questo percorso c’è anche il lavoro di un complesso gruppo internazionale di divulgatori e media che ha trovato in Martin Sellner, attivista austriaco, uno dei suoi principali punti di riferimento. Le recenti inchieste giornalistiche hanno mostrato come l’attivista austriaco di estrema destra abbia costruito nel corso degli anni una rete composta da attivisti, influencer, organizzazioni e figure politiche provenienti da diversi Paesi europei, unite dalla convinzione che la remigrazione rappresenti la risposta a quella che definiscono una minaccia demografica e culturale per l’Europa. Sellner appartiene a una generazione politica cresciuta dentro i social, e dai social stessi ha tratto la regola fondamentale per la comunicazione del suo apparato di propaganda: l’egemonia culturale va prima conquistata nelle piattaforme digitali per poi dar corpo a un suo riversamento interno alle strade e alle istituzioni. Prima che una proposta politica venga discussa o votata, deve diventare familiare. Prima che una pratica sembri accettabile, deve smettere di apparire estranea. È esattamente ciò che è accaduto alla remigrazione: per anni il termine ha circolato in ambienti relativamente ristretti. Poco alla volta ha iniziato a comparire sempre più spesso all’interno di video, podcast, dirette streaming, conferenze online e contenuti social. Ripetuto, condiviso, discusso, contestato. Fino a diventare riconoscibile anche per chi non frequenta quel mondo. In questo processo il linguaggio precede la politica, si modifica il vocabolario collettivo prima ancora di tentare di modificare le leggi o sviluppare percorsi.

Tale viralità dei contenuti è da ricondurre proprio all’ecosistema comunicativo assemblatosi intorno a questo slogan negli ultimi cinque anni. Un ecosistema fatto, anche qui in Italia, di pagine social, influencer, siti web, attività commerciali, merchandising e reti di amplificazione che condividono riferimenti culturali, linguaggi e narrazioni vicine alla destra sovranista e identitaria. È un universo che può essere descritto con un’espressione efficace: una fascio-sfera. Non si tratta semplicemente di una somma di pagine politiche. La sua particolarità è proprio quella di mescolare continuamente registri diversi: politica, intrattenimento, ironia, cultura pop, identità e marketing convivono nello stesso spazio. Spesso diventa difficile capire dove finisca il divertimento e dove inizi il messaggio politico. Un meme sull’immigrazione, una battuta sul politicamente corretto, una vignetta satirica, un video costruito per suscitare indignazione o una pagina apparentemente dedicata all’intrattenimento possono diventare veicoli di contenuti politici senza assumere le forme tradizionali della propaganda. Ed è proprio questa ambiguità a rappresentare uno dei punti di forza del sistema. Chi si imbatte in questi contenuti non percepisce necessariamente di trovarsi davanti a un messaggio ideologico. Non c’è il tono solenne dei manifesti politici, né lo spiegone noioso di volantini o documenti informativi. Non ci sono lunghi discorsi dottrinari: il coinvolgimento avviene in modo più sottile. Attraverso l’umorismo, la provocazione, la condivisione di una sensibilità comune o di una frustrazione condivisa. Per molti utenti il percorso non è immediato. Raramente si passa da un contenuto leggero a una posizione radicale in un solo passaggio. Più spesso si entra in contatto con una battuta, poi con una polemica culturale, successivamente con una critica all’immigrazione e infine con concetti più strutturati come la remigrazione o la sostituzione etnica. Ogni passaggio appare leggermente più intenso del precedente, ma sempre abbastanza vicino da non sembrare una rottura.

I social network svolgono quindi un ruolo decisivo. Queste piattaforme tendono infatti a premiare i contenuti che suscitano reazioni emotive forti: rabbia, indignazione, paura, senso di appartenenza. Sono emozioni che aumentano le interazioni e rendono più probabile la diffusione dei contenuti. Le questioni migratorie si prestano perfettamente a questo tipo di dinamiche perché toccano aspetti profondi dell’identità collettiva, della sicurezza e dell’appartenenza culturale. È qui che il meme assume una funzione politica particolarmente efficace: un’immagine può essere compresa in pochi secondi, una battuta può essere condivisa senza richiedere spiegazioni, un contenuto apparentemente innocuo può condensare una visione del mondo molto più complessa di quanto sembri. Non servono statistiche, argomentazioni elaborate o programmi politici dettagliati, bastano poche parole e un’immagine ben costruita per suggerire un’intera interpretazione della realtà. La forza della fascio-sfera non consiste quindi soltanto nella capacità di produrre contenuti, ma soprattutto nella capacità di costruire un ambiente comunicativo. Un ambiente nel quale alcune idee, ripetute costantemente, finiscono per apparire sempre meno eccezionali. Gli studiosi della comunicazione parlano spesso di “normalizzazione”: ciò che inizialmente viene percepito come estremo perde gradualmente il proprio carattere di eccezionalità semplicemente perché continua a essere presente nello spazio pubblico.

Va certamente detto che queste reti non vivono esclusivamente online, non sono comunità virtuali chiuse dentro uno schermo. Organizzano eventi, promuovono conferenze, raccolgono fondi, vendono merchandising e costruiscono occasioni di incontro e aggregazioni sul progetto. In tal senso funzionano come vere e proprie infrastrutture politiche: elementi di sostegno sotterraneo a gruppi formali, candidati e personaggi pubblici. In Italia pagine quali Fashowpinion, Sietedeipovericomunisti, Esperia e tante altre svolgono proprio questo tipo di compito, interno allo specifico movimento politico pro-remigrazione. Media sovvenzionati con fondi statali o i cui gestori per anni hanno lavorato nella comunicazione pubblica o dei partiti di destra, tra cui Fratelli d’Italia. La fascio-sfera, in questa prospettiva, si presenta come un insieme di pagine di destra presenti online, ma nei fatti configura un sistema comunicativo che combina attivismo politico, costruzione identitaria, intrattenimento e marketing digitale: il tutto su traiettorie di egemonia culturale. La sua forza non deriva necessariamente dal numero dei suoi aderenti, ma dalla capacità di incidere sulle parole che utilizziamo, sui temi che discutiamo e sui confini di ciò che consideriamo accettabile nel dibattito pubblico.