Vorremmo approfittare del centocinquantenario della Comune di Parigi per aprire una riflessione sulla Comune senza nessun intento celebrativo o agiografico, quanto piuttosto con uno spirito che provi da un lato a ripensare la Comune come forma politica anche al di là della singola esperienza parigina (pensando alle varie altre comuni nello spazio e nel tempo), e al contempo pensare con la Comune in avanti, come possibilità di futuro. Partirei comunque dall’evento storico specifico, l’irruzione di un evento nuovo che ha scaturito tante riflessioni. Qual è il tuo punto di vista sul rilievo di questo evento storico?
Hai usato più volte e giustamente la parola evento per accennare alla Comune. Evento nel senso che si tratta di una congiunzione di azioni, progetti, conflitti e tragedie (alla fine la Comune è stata una tragedia) che non erano previsti né prevedibili all’interno di nessuna configurazione teorica. È l’emergere di un nuovo scenario, questa è la Comune. Marx dice, parlando del giugno 1848, che in quella occasione per la prima volta si liberarono sulla scena, in conflitto, le due classi decisive nella società moderna: la classe operaia e la borghesia. Effettivamente nel 1848 nella disposizione politica della città di Parigi, nelle manifestazioni di massa, nei conflitti di quei mesi, la classe operaia, gli operai, per la prima volta si manifestò con i propri interessi particolari. Ma in realtà è nel 1870-71 che questa divergenza e questa autonomia dell’interesse operaio si manifesta pienamente. Marx dedica alla Comune un testo, scritto nei mesi subito successivi (La guerra civile in Francia), e in questo testo Marx sottolinea proprio ciò che di specificamente operaio emerge. La richiesta di una garanzia del salario e la decisione di ridurre l’orario di lavoro, o di limitarlo. In questo senso con la Comune emerge non una rivendicazione di un ceto fra i tanti, ma emerge il discrimine fondamentale del tempo successivo, del XX secolo. Emerge in forma molto organizzata nella gestione delle giornate della Comune, ma priva di una
soggettività politica consapevole, unificante, strategica, diciamo così. Questo è il problema che con la Comune emerge. Come si organizza nella Comune la soggettività operaia? È il problema da cui poi diparte l’Internazionale e la prima esperienza di rivoluzione vincente, la rivoluzione sovietica del 1917. Lenin parte dalla Comune ma tentando di trasformarla, di trasformare il conflitto operaio in progetto di un’altra società, di un altro modello. Per questo con la Comune emerge la nuova geografia socio-politica strategica che poi nel corso del XX secolo si svilupperà.
Collegandomi a questo, ti chiederei una tua lettura di come quell’evento-Comune si propaga, sviluppa risonanze nel tempo successivo. È noto l’aneddoto di Lenin che balla sotto la neve nella piazza Rossa quando la rivoluzione bolscevica supera la durata della Comune, ma la Comune si riverbera ad esempio nel ’68 francese, a Shangai, a Oaxaca, e non solo. Che importanza ha avuto il propagarsi di questa memoria sovversiva della Comune nei decenni successivi nel caratterizzare le strategie e l’immaginario politico nei movimenti sovversivi, rivoluzionari.
150 anni dopo dobbiamo tentare una valutazione, chiederci: ma la Comune alla lunga ha vinto o ha perso? Modo brutale e stupido di porre le questioni, nella storia vincere e perdere sono parole che significano poco. Nel processo storico noi non abbiamo di fronte un problema a cui dobbiamo trovare la soluzione, perché mentre la cerchiamo il problema cambia continuamente. Dunque le valutazioni non possono essere fatte in maniera meccanica riferendosi a quello che era il progetto di governo e così via. No, dobbiamo chiederci, punto uno: il problema della Comune è svanito o permane? Punto due: c’era dentro la Comune un progetto che potesse farsi maggioritario e cambiare in modo coerente il corso della storia? Sono due domande distinte. Nella prima mi chiedo: ma oggi la Comune è svanita nel nulla? Parliamo di qualcosa come le guerre puniche? Oppure c’è una attualità della Comune? La seconda questione invece è più storica. Comincio da qui, e ancora una volta riferendomi a Marx. Ha parlato della Comune con toni di totale adesione e profondo entusiasmo, la lotta fra le classi che per la prima volta emergeva come fenomeno così evidente. Però sappiamo che nel pensiero di Marx il processo rivoluzionario, di trasformazione, non è definito in termini di soggettività che rompe la continuità del processo sociale. Quando Lenin nel 1917 riesce a trasformare la rivolta dei proletari russi in una rivoluzione vittoriosa Gramsci scrive un artico su L’Avanti definendo la rivoluzione di Lenin una rivoluzione “contro il capitale”, con espressione duplice: contro il capitalismo ovviamente, ma anche contro il libro del vecchio Marx, contro il Das Kapital, perché Marx ha evitato di definire la rivoluzione come un processo di rottura soggettiva della politica che rompe la continuità del conflitto sociale. Non ha mai detto “è il partito che guida la trasformazione”: Marx non ha mai elaborato una teoria del partito e tutto sommato non ha nemmeno elaborato una teoria della rivoluzione, forse la parola rivoluzione stessa arriva dal passato della storia borghese. Certo c’è stata la rivoluzione francese e l’Ottocento è un secolo in cui la parola rivoluzione ha un significato promettente, per cui abbiamo come ereditato nel Novecento la parola rivoluzione senza troppa riflessione. Ma insomma che cos’è questa rivoluzione? È una rottura nel processo di costante trasformazione sociale. Marx ha piuttosto pensato che il processo di trasformazione sociale produca come dal proprio interno la liberazione del tempo di vita dalla forma del lavoro salariato. 150 anni dopo direi che Marx aveva ragione. Aveva visto che noi abbiamo a che fare con un processo che è essenzialmente evolutivo. È noto che Marx aveva grande stima e ammirazione per Charles Darwin. È strano, noi siamo abituati a pensare Darwin come a un pensatore molto maneggiabile in un senso neoliberista. Il pensiero neoliberale degli anni Settanta e Ottanta si è intimamente legato con un’idea di darwinismo sociale per cui chi vince è il più forte, e il neoliberismo ha detto che il più forte è l’imprenditore capace di trasformare il mondo per il proprio profitto, per l’azione di capitale, per l’azione della sua proprietà privata di capitale. Questo ha detto il neoliberismo interpretando a modo suo il darwinismo. Ma io credo che c’è un’altra maniera di intendere l’evoluzione, che probabilmente è quella che sta scritta dentro le pagine di Marx. Il più forte non è l’imprenditore, non è il proprietario. Sì, quello è più forte nel confronto attuale, di quello che nel corso della modernità si è determinato in forma di lotta di classe tra operai e borghesia, ma nel lungo tempo della storia umana, della storia moderna, il vincitore non vince niente, il vincitore distrugge tutto. E l’unico vincitore che possa identificarsi con il progresso della storia umana è in realtà il lavoro che si libera dalla forma salariata. Marx questo a mio parere volva dire: i più forti sono gli operai, non come una specie di esercito disciplinato, ma come la forza dell’invenzione che si emancipa dalla schiavitù del lavoro salariato. Questo è il contenuto propositivo, progettuale, visionario che io ricavo dal pensiero di Marx. La Comune è stata una soggettivazione fortissima e ricchissima di contenuti, ma era una storia che non poteva vincere per forza di soggettività, per forza di esplosione rivoluzionaria. Io credo che noi siamo giunti a comprendere poco alla volta questa povertà del soggettivisimo. Negli ultimi cinquant’anni e oggi compiutamente di fronte alla catastrofe di tutte le forme di soggettività politica. E allora vengo all’altra domanda: la Comune ha ancora una attualità? E mi rispondo: più che mai. Non come modalità politica e soggettiva, ma come presenza, pesantissima ed evidentissima, di una contraddizione fra l’interesse collettivo e universale e la forma della proprietà privata. Parlo nel momento in cui, nell’anno 2021, due fenomeni giganteschi stanno dimostrando come solo la priorità del comune può salvare il genere umano. Questi due eventi sono sotto i nostri occhi: uno è quello che riguarda i vaccini per il Coronavirus. Stiamo scoprendo in questi giorni che il sistema pubblico ha finanziato il sistema privato farmaceutico perché grandi corporation farmaceutiche private potessero produrre un bene comune ma nella forma della proprietà privata, nel senso che la società deve pagare il bene indispensabile per la salute collettiva, lo deve pagare due volte: prima finanziando la ricerca privata poi comprando a caro prezzo il vaccino. Io credo che si siamo avvicinati, come se ci fossimo messi un cappio al collo, e Pfitzer eccetera stanno tirando la corda. È il risultato di un quarantennio di privatizzazione del sistema sanitario, della ricerca, della formazione pubblica, ecc. L’altro fenomeno simile è quello che abbiamo scoperto il giorno in cui Twitter e Facebook hanno impedito al presidente Usa (che è un porco fascista, ma il punto non è questo) di avere la parola. L’hanno impedito tra l’altro dopo averglielo permesso per quattro anni, ma nel momento in cui Trump ha perso tutto (speriamo), a quel punto le grandi corporation della comunicazione gli hanno tolto la parola. Ma il punto è che la parola viene tolta ai perdenti, verrà tolta a chiunque le grandi corporation non gradiscano. Questo è il risultato di quarant’anni di privatizzazione del sistema tele-comunicativo globale, di quarant’anni di privatizzazione della parola pubblica, che è stata progressivamente privatizzata. E anche qui ci troviamo con un cappio al collo con Facebook, Twitter, Google che hanno la possibilità di tirare questa corda. Ecco allora che il nucleo, il problema posto dalla Comune, è ancora qui. Come conflitto tra interesse pubblico e interesse privato, e qui la possibilità del lavoro (e solo del lavoro) di farsi soggetto, di mettere in moto un processo di liberazione del cappio al collo dell’umanità.
Hai usato la dicotomia pubblico-privato come progressivo spostamento dell’asse negli ultimi decenni sul piatto del privato. Al contempo storicamente nella modernità pubblico è tendenzialmente associato a Stato, in una teoria politica che mira a processi di liberazione mi pare che questo punto ponga dei problemi da sciogliere. La Comune tendeva alla rottura dello Stato costituito. Come possiamo pensare oggi a questa relazione pubblico-privato-comune dentro prospettive certo non semplici né immediate, ma nell’ottica di aprire spazi di liberazione?
La riduzione del concetto di comune, o se vuoi anche di pubblico per quanto le due cose non siano identificabili, ma insomma di interesse collettivo alla mediazione dello Stato. Questa riduzione è effetto, responsabilità del movimento comunista del Novecento, anzi del movimento operaio ufficiale in tutte le sue forme. L’idea che lo Stato abbia il compito, la possibilità di diventare il rappresentante degli interessi del lavoro, cioè dell’attività umana complessiva, cioè insomma degli interessi dell’umanità (l’interesse dell’umanità si identifica con la capacità del lavoro di produrre ciò che è necessario per l’umanità), e soprattutto si identifica con la capacità dei soggetti del lavoro di liberarsi delle forme oppressive, di sfruttamento in cui il lavoro si determina storicamente. Quindi l’interesse della società è stato ridotto alla capacità dello Stato. Questo non ha mai funzionato, in nessuna delle forme in cui il movimento operaio l’ha sperimentato. Né il quella leninista, in cui lo Stato diventa l’attore del processo e sostituisce in questo modo la spontaneità del movimento sociale. Ma anche nell’esperienza riformista, sia quella socialista che quella ad esempio del partito comunista italiano, l’esperienza italiana da questo punto di vista mi pare abbastanza esemplare. Negli anni Sessanta e Settanta si è espresso un conflitto culturale e politico esemplare. Il conflitto tra il PCI e i movimenti autonomi aveva come posta proprio questa, cioè: dobbiamo noi scommettere o credere che grazie alle forme della democrazia rappresentativa lo Stato possa diventare l’espressione degli interessi della società, oppure dobbiamo pensare che soltanto l’autorganizzazione di settori sociale è in grado di mettere in moto un processo di trasformazione dei rapporti di produzione, di distribuzione? In questo scontro che ha avuto il suo momento cruciale direi negli anni Settanta italiani, ci siamo resi conto del fatto che la strada intrapresa dal movimento operaio in tutto il secolo ci portava a depotenziare il movimento sociale e ad attribuire un potere assoluto alla forma- Stato. È evidente che lo Stato ha sempre continuato a funzionare come… un tempo di diceva “comitato d’affari della borghesia”. La questione è molto più complessa in realtà. Ha funzionato come equalizzatore dei diversi interessi di un modello fondato sulla crescita, sull’accumulazione, dello sfruttamento. Quello era il modello da salvaguardare, magari talvolta in alcuni periodi anche da democratizzare. Ma lo Stato non è mai stato in grado di romperlo. Nemmeno nell’Unione Sovietica bada bene, dove il primato della produttività sugli interessi sociali continuava – certo in condizioni molto più drammatiche – a porsi. Il grande tema eluso è stato quello del piacere sociale, cioè della riduzione del tempo in cui la società è costretta a riprodursi. Quindi il movimento operaio non è mai riuscito ad emanciparsi da questa dipendenza. Poi in realtà non è vero, ci sono state molte esperienze locali di autorganizzazione che hanno riproposto il modello parigino del 1871. La zona liberata: la creazione di uno spazio in cui non vale la Legge, non comanda lo Stato, ma la società sperimenta le forme migliori per poter sopravvivere, riprodursi e poter inventare il nuovo, Ma questi sono stati in fondo movimenti eccezionali, marginali, nei grandi rivolgimenti del secolo passato. Se ci poniamo dal punto di vista dell’oggi io credo che il collasso che stiamo sperimentando, che abbiamo sperimentato, e che continueremo a sperimentare per un pò, prodotto non solo dalla pandemia ma dall’insieme di collassi specifici cui abbiamo assistito negli ultimi anni (ambientale, economico, il collasso psichico che è il fenomeno sistemico maggiore del nostro tempo, e alla fine il collasso sanitario-pandemico). Ecco questo collasso ci pone in una condizione estrema che è quella dell’estinzione della civiltà umana, ma da questa stretta io credo che non si esce con la forza della politica, con la capacità di comando dello Stato, ma con la capacità di autorganizzazione di alcuni frammenti della società, Io credo che assisteremo nei prossimi anni soprattutto alla moltiplicazione e proliferazione, e alla separazione, all’allontanamento di comunità, di collettivi, al concatenamento con carattere locale ma anche globale che sperimenteranno forme di riproduzione di vita legate alla loro specifica dimensione e possibilità. Per questo il contenuto della Comune si ripresenta, e non credo che abbia più quella forma eroica e unificante che dalla Comune in poi abbiamo sempre attribuito ai momenti emancipativi. Credo che avrà un carattere molto più nomadico, molecolare, virale vorrei dire se la parola non avesse acquisito un oscuro significato.
Mi collegherei a come hai chiuso questa riflessione. In occasione di una ricorrenza del ‘77 di qualche anno fa parlavi di comunismo futuro ed evocavi la Comune come dinamica, come tema possibile di un comunismo futuro. Negli ultimi anni la tua riflessione si è caratterizzata per un pensiero del futuro che dentro una dimensione tragica a tratti inserisce però anche questa visuale su un futuro che passi anche sul ripensare i nodi che abbiamo discusso qui. Ti chiederei qualche riflessione finale su una comune futura, sul comunismo possibile, pensando attraverso la comune sull’umanità a venire.
Io non credo che noi siamo in grado di immaginare appieno gli effetti disgregativi, scardinanti, che il collasso avrà sugli assetti economici, geopolitici, psichici. Però ho l’impressione che alcuni cardini siano saltati. Mi limito ad un campo specifico che è quello del rapporto fra l’utile e lo scambio. Nei mesi in cui è esplosa la pandemia le agenzie finanziarie mondiali, quelle statali e quelle private, le banche ecc. hanno tutto ad un tratto allentato moltissimo i cordoni della borsa. Il deficit ha smesso di essere un problema, il debito ha smesso di essere un problema. Ma come? Cinque anni fa si era detto che se la Grecia non pagava il debito li ammazzavano tutti, e praticamente li hanno ammazzati, politicamente, moralmente. E invece no, abbiamo scoperto d’un tratto l’acqua calda, cioè che il denaro non esiste. Che è un enunciato semiotico, una convenzione sulla base della quale decidiamo di potere o non potere spendere, scambiare. Ma abbiamo contemporaneamente avuto l’impressione che il denaro forse non ci serve fino in fondo, ci servono qualche miliardo di fiale di vaccino, e non le abbiamo, ci servono mascherine e respiratori, ci servono degli ambienti di comunicazione non centralizzata, ci servono delle cose che non ci sono o non ci sono più perché per esempio ci servono molti medici e invece da molti anni c’è il numero chiuso alle facoltà di medicina, la spesa per l’istruzione è stata drasticamente ridotta, per la sanità, per creare, produrre… Cos’è successo? L’aggressione predatoria della finanza negli ultimi 15 anni ha impoverito enormemente la società non del governo, ma delle cose, dell’utile. Ho la percezione del fatto che il tema dell’utile stia ritornando per tante ragioni, non solo economiche ma anche psichiche, derivanti dalla mutazione che la nostra vita quotidiana ha subito nell’ultimo anno. Una sorta di scoperta, forse obbligata, e qui sta la parte triste della faccenda, della frugalità. Siamo oggi costretti a calcolare ciò che è davvero utile, e lo saremo sempre di più nel prossimo periodo. La parola utile nel pensiero di Marx e in tutta la storia del movimento operaio è la parola centrale anche se delle volte ce lo siamo dimenticato. La battaglia fondamentale è quella tra l’accumulazione di astratto e la produzione di utile. Il comunismo è questo. È la focalizzazione, la messa al centro dell’utile e del piacere, non della scambiabilità e dell’astratto. Questa questione durante il passaggio pandemico a mio parere tende a diventare la questione fondamentale. Ora assistiamo a questo intervento finanziario gigantesco, almeno in Occidente, per rimettere in moto la società. Io non so come si svolgeranno le cose, mi auguro che la razionalità prenda il sopravvento, ma il punto non è quanti soldi lo Stato o il sistema finanziario mette nella società, ma quali energie utili riusciamo a mobilitare e in quali condizioni, In quelle della precarietà, della miseria, della paura, della diseguaglianza? Non funzionerà non funzionerà. Ecco che diventa inevitabile, necessario e indispensabile, ciò che abbiamo detto da tanto tempo ma non si è mai trasformato in tendenza prevalente. Ora o il comune, il comunismo, l’eguaglianza e la frugalità, divengono la forza aggregante, o questo accade, o non mi aspetto niente di buono dal futuro prossimo e lontano.

