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Il prezzo della terra- la protesta degli agricoltori in Calabria

Per capire cosa sta succedendo nelle campagne calabresi, abbiamo raccolto la testimonianza di un agricoltore del lametino, che racconta cosa significa oggi mandare avanti un’azienda agricola, tra costi sempre più alti, guadagni incerti e difficoltà quotidiane.Nelle ultime settimane, intanto, la Calabria è stata attraversata da proteste contro il caro-vita, con agricoltori e autotrasportatori scesi in piazza in un territorio già segnato dalla precarietà e dalle difficoltà economiche. Una protesta che parte dalle campagne, ma riguarda tutti: il prezzo dei carburanti sale, produrre costa sempre di più e mandare avanti una piccola azienda diventa una sfida. E quando aumentano i costi lungo tutta la filiera, a risentirne sono anche i prezzi dei prodotti che arrivano sulle nostre tavole.Al centro delle proteste c’è soprattutto il caro carburante. Il gasolio agricolo è passato da 0,85 a 1,62 euro al litro. Dai presidi di Vibo Marina, la mobilitazione si è estesa a diverse città, tra cui Lamezia Terme e Cosenza. Anche i 15 milioni di euro annunciati dalla Regione sono stati giudicati insufficienti da chi protesta: una risposta che, secondo i manifestanti, non basta ad affrontare le difficoltà di chi ogni giorno cerca di tenere in piedi la propria attività.Ma quello che sta succedendo va oltre il mondo agricolo. Le proteste raccontano le difficoltà di un territorio in cui sempre più persone faticano a far quadrare i conti e a immaginare un presente diverso. Dalle campagne alle piazze, la domanda è la stessa: chi paga il prezzo di questa situazione? E può una protesta nata da problemi specifici diventare un’occasione per mettere insieme le tante voci di chi vive e attraversa la Calabria?

Che cosa significa oggi essere agricoltore, in un territorio come la Calabria ma più in generale nel contesto attuale?

Essere agricoltore oggi significa innanzitutto confrontarsi con una situazione di forte difficoltà. C’è una crisi internazionale che ha fatto aumentare il prezzo delle materie prime e del carburante e, di conseguenza, i costi di produzione. Dall’altra parte, tutto ciò che viene prodotto dall’agricoltore viene pagato sempre meno. Questa è sicuramente una delle problematiche che si avvertono maggiormente in questo momento. A questo si aggiunge un altro fattore fondamentale: l’agricoltura è fortemente condizionata dal clima. Con il riscaldamento globale le difficoltà si vedono concretamente nella capacità di portare a termine un raccolto. Quest’anno, per esempio, la nostra vendemmia è stata ridotta di circa il 40%. Le temperature molto elevate non hanno consentito una produzione normale e hanno creato una sorta di «ribollitura» della pianta. A questo si aggiunge il problema dell’acqua. Nei nostri vigneti non abbiamo impianti di irrigazione perché fino a qualche anno fa non ce n’era bisogno: bene o male, i temporali di agosto riuscivano a mitigare il problema della siccità. Negli ultimi anni, invece, si deve cominciare a pensare che, per riuscire a produrre, bisogna investire anche negli impianti di irrigazione. Sono quindi ulteriori costi per le aziende, mentre il prodotto sul mercato continua a non garantire una remunerazione adeguata rispetto ai costi di produzione.

Quanto incidono il carburante e gli altri costi sulla produzione?

Il problema è che tutti i costi sono aumentati: il gasolio, i concimi, i fitofarmaci e anche la raccolta. Oggi nessuno raccoglie più le olive manualmente come si faceva in passato e si ricorre quindi ad aziende che offrono il servizio di raccolta, con costi molto elevati. Un’ora di raccolta può costare almeno 150 euro. Se si considera una giornata lavorativa di otto ore, si capisce quanto questo possa incidere economicamente. Nel frattempo il prezzo dell’olio è sceso moltissimo. Siamo passati da una situazione in cui, fino a qualche mese fa, riuscivamo a vendere il prodotto al commerciante anche a otto euro al litro, a una situazione in cui oggi il commerciante lo acquista a circa 3,50 euro. È un divario sproporzionato, soprattutto se consideriamo che nel frattempo sono aumentati tutti i costi di produzione. Per molti agricoltori, a questo punto, non è più conveniente neanche raccogliere le olive: può diventare economicamente più conveniente lasciarle sulle piante. Lo stesso discorso vale per le arance e per i mandarini. Il produttore riceve cifre molto basse, mentre poi al supermercato il consumatore può trovare le arance a 1,99, 2,99 o anche 4 euro al chilo, a seconda del luogo. Il produttore è quello che, alla fine della filiera, prende meno di tutti.

Quindi chi soffre maggiormente questa situazione?

Ci sono diverse categorie. Sicuramente soffrono di più gli agricoltori che vivono esclusivamente di questo lavoro. Molte aziende agricole, invece, sono in mano a persone o gruppi economici grossi. Penso soprattutto all’olivicoltura e alla viticoltura: alcune delle più grandi aziende viticole italiane sono controllate da gruppi di investimento o da importanti manager industriali. Queste riescono, in qualche modo, a compensare eventuali perdite perché hanno anche altre attività. La situazione è molto diversa per chi deve vivere esclusivamente dell’agricoltura. I margini si stanno riducendo sempre di più e questo ha conseguenze anche sul lavoro. Quando un’azienda non riesce a sopravvivere, può ricorrere sempre di più al lavoro nero, al lavoro sottopagato e allo sfruttamento della manodopera come condizione paradossalmente necessaria per andare avanti. È una catena dello sfruttamento.

In questi giorni ci sono state proteste e blocchi degli agricoltori, anche qui a Lamezia. Tu senti di condividere questo malcontento?

Sicuramente sì, perché il problema dei costi e del prezzo riconosciuto al produttore è reale. Io stesso, quando vado al supermercato, guardo per prima cosa il reparto ortofrutticolo e vedo prezzi anche tre volte superiori rispetto a quelli che vengono riconosciuti direttamente al produttore. Il problema è proprio questo divario.

E rispetto agli interventi sul prezzo del carburante, come il cosiddetto «tetto» per il gasolio agricolo?

Sono provvedimenti che possono dare una boccata d’ossigeno, ma hanno una durata limitata. Non sappiamo quanto durerà la crisi internazionale e quindi non si tratta di una soluzione strutturale. Se il prezzo del gasolio agricolo arriva comunque a 2,19 euro al litro, rimane un prezzo molto elevato, considerando che i mezzi agricoli hanno consumi enormi. Dipende dal tipo di azienda, ma chi produce grano o mais su grandi estensioni utilizza trattori molto grandi, che possono consumare anche 35-40 litri di gasolio all’ora. Facciamo l’esempio del grano: se il prezzo è di circa 20 centesimi al chilo, cioè 20 euro al quintale, e un ettaro produce, in un’annata buona, al massimo 30 quintali, il conto è presto fatto. Bisogna considerare il gasolio necessario per lavorare il terreno, ma anche il costo delle sementi, che sono sempre più care. Le sementi sono in mano alle multinazionali: si tratta di semi ibridati e certificati che l’agricoltore deve acquistare e il cui prezzo viene sostanzialmente imposto arbitrariamente da questi colossi. Per questo si sente sempre più spesso dire dagli agricoltori: «Io non metto nemmeno in moto il trattore. Non vado a preparare il letto di semina, perché parto già perdendo soldi». A quel punto, meglio stare fermi nella speranza che le cose possano cambiare. Mio padre diceva sempre che primo o poi ci sarebbe stata una svolta. Un ritorno alla terra. Me lo diceva almeno trent’anni fa. In trent’anni, però, questa svolta non c’è ancora stata. Molte aziende riescono a sopravvivere perché ricevono alcuni contributi dall’Unione Europea, per esempio per l’olio o per il grano. Sono piccoli sostegni che permettono ancora a diverse realtà di rimanere in piedi, ma si tratta comunque di medie e grandi aziende. Per fortuna, poi, l’agricoltore ha almeno una possibilità che altri lavoratori non hanno: spesso può coltivare un orto e mangiare ciò che produce. Un agricoltore, in questo senso, difficilmente morirà di fame. Ma questo non significa avere una prospettiva economica. Un agricoltore non può più pensare di ingrandire l’azienda, investire o programmare il futuro se non ha degli aiuti. E d’altra parte anche le industrie vanno avanti grazie ad agevolazioni e sostegni.

Secondo te, quale potrebbe essere una soluzione più strutturale?

Il problema non si risolve semplicemente abbassando temporaneamente il prezzo del gasolio. Bisognerebbe intervenire sul prezzo riconosciuto a chi produce. Chi produce dovrebbe avere un prezzo minimo garantito, così come avviene in altri settori dell’economia. Penso, per esempio, all’edilizia, dove esistono dei parametri e dei computi metrici: un determinato lavoro ha un determinato costo. Si potrebbe ragionare in modo analogo anche in agricoltura, stabilendo che il prodotto non possa essere pagato al di sotto di una certa soglia che garantisca almeno la copertura dei costi e una remunerazione dignitosa.

Perché secondo te una cosa del genere è così difficile da applicare all’agricoltura?

Perché l’agricoltura è un settore molto più complesso. È un settore che riguarda tutto il continente e, con l’apertura dei mercati, soprattutto dagli anni Duemila, la crisi si è evidenziata ulteriormente. Arrivano prodotti da Paesi extraeuropei dove i vincoli di produzione sono meno stringenti rispetto ai nostri. Possono essere utilizzati pesticidi che qui sono vietati e il costo della manodopera è molto più basso. Quindi diventa difficile competere. Anche il costo del lavoro regolare in Italia è aumentato moltissimo, soprattutto nell’ultimo periodo. Le retribuzioni sono aumentate, ed è giusto che sia così: noi abbiamo pagato regolarmente tutte le persone che hanno lavorato con noi. Ma bisogna considerare che quest’anno abbiamo raccolto molto meno. Di conseguenza, i margini di guadagno dell’azienda sono stati quasi inesistenti. Alla fine siamo riusciti praticamente solo a coprire i costi di produzione. E già questo, in una situazione del genere, è qualcosa per cui dobbiamo essere contenti.

E rispetto ai fondi e agli interventi annunciati dalla Regione, come li valuti?

Sono sempre provvedimenti che considero “tampone”. Penso che alle persone non interessi vivere di assistenza. L’assistenza, alla fine, non dà neanche dignità, perché chi fa questo lavoro in campagna lo fa per scelta o perché gli piace; altrimenti avrebbe cercato altro. A me interesserebbe molto di più che qualcuno si occupasse di garantire ai produttori un prezzo per i loro prodotti che permetta loro di continuare a esistere. C’è un proverbio cinese che dice: se una persona ha bisogno, oggi puoi darle un pesce, ma la prossima volta le dai una canna da pesca. Io vedo così anche questa situazione. Il provvedimento assistenziale può essere giusto in un momento di emergenza, ma bisogna pensare a qualcosa di diverso: oggi dai il pesce, ma domani devi dare la canna da pesca, in modo che quella persona possa pescare autonomamente e non abbia più bisogno dell’assistenza. C’è poi un problema che riguarda in particolare le piccole aziende agricole ed è un altro paradosso. Bisognerebbe distinguere tra grandi, medie e piccole aziende agricole, perché dal punto di vista degli adempimenti burocratici spesso vengono trattate nello stesso modo. Devono produrre la stessa documentazione e sostenere gli stessi costi, e questo pesa molto di più sulle piccole e medie aziende. Per esempio, noi siamo obbligati a fare la raccolta dei rifiuti pericolosi e paghiamo ogni anno una quota che è sostanzialmente la stessa pagata da una grande azienda. Oppure pensiamo ai lavoratori stagionali. Noi abbiamo persone che lavorano per una ventina di giorni, ma dobbiamo sostenere costi e adempimenti simili a quelli di un’azienda che ha lavoratori assunti stabilmente per tutto l’anno, a livello burocratico. Abbiamo dovuto pagare le visite mediche, i corsi sulla sicurezza, la formazione HACCP e tutti gli altri adempimenti. Sono costi che per una grande azienda possono essere sostenibili, ma per una piccola azienda diventano molto più pesanti. È come se si volesse, di fatto, che la piccola azienda scomparisse. Il piccolo agricoltore percepisce proprio questo: che le piccole aziende agricole siano destinate a scomparire a favore delle grandi aziende, quasi come un ritorno al latifondo. Anche su questo bisognerebbe intervenire. Molti piccoli e medi agricoltori sono scoraggiati proprio da questo: non solo dai costi del lavoro e dai costi di produzione, ma anche dall’insieme di tutti gli altri costi e degli adempimenti che devono sostenere.

C’è qualcosa che vorresti aggiungere, più in generale, su questo momento di trasformazione, sull’aumento del costo della vita e sul rapporto tra agricoltura e società?

Penso che oggi molte persone non si rendano conto di quello che hanno davanti quando si siedono a tavola. Forse non ci rendiamo conto di quanto ciò che mangiamo dipenda dalla terra e dal lavoro agricolo. Può sembrare una frase retorica, ma secondo me manca proprio la consapevolezza dell’importanza dell’agricoltura. E questa importanza non riguarda soltanto il cibo. Riguarda anche la salvaguardia ambientale. In questo momento c’è un abbandono notevole delle campagne. E anche il problema degli incendi, in un certo senso, è collegato a questo. L’agricoltura svolge una funzione di tutela del territorio da un certo punto di vista: mantenere i terreni curati e coltivati significa avere un ambiente più pulito, più curato e anche meno esposto al rischio di incendi. Io penso che non ci sia abbastanza consapevolezza dell’importanza dell’agricoltura. Ci sono anche giovani che vorrebbero avvicinarsi a questo settore, ma vengono scoraggiati proprio dalla mancanza di un riscontro economico. Non si tratta di pretendere di arricchirsi come se un’azienda agricola fosse una multinazionale. Si tratta di garantire dignità a chi lavora e si cura di un territorio.