Hasta siempre, Comandante!

Asmatico eppure rugbista. Appassionato di lettere, si laureò medico. Anche se ammirò Gandhi, fu assertore della legittimità della violenza rivoluzionaria. Per quanto sensibile verso la povera gente, era incapace di illusioni umanitaristiche. Duro come l’acciaio, tenero come le violette, generoso come il grano maturo. Antimperialista, guerrigliero, comandante. Ultimo eroe romantico che non perse mai la tenerezza, né la determinazione di lottare contro lo sfruttamento e per la liberazione dei popolo colonizzati. Questo fu Ernesto Guevara, detto El Che.

Conobbe Fidel Castro, esule cubano, in Messico e si unì al Movimento 26 luglio per la liberazione di Cuba dalla dittatura militare e filostatunitense di Fulgencio Batista. Unico argentino della futura spedizione, durante l’addestramento Guevara viene soprannominato il Che per l’uso di questo intercalare idiomatico che vuol dire all’incirca “ehi, uomo”, “ehi, tu”. A novembre del 1956, lo yacht Granma salpa alla volta di Cuba. Di 82 rivoluzionari solo 19 arriveranno a destinazione. Presero la via dei monti sulla Sierra Maestra.

Dopo più di due anni di guerriglia e sofferenze, le colonne dell’esercito rivoluzionario trionfano a Santa Clara ed entrano finalmente a L’Avana il 2 gennaio 1959. Alla testa della colonna più numerosa c’è il Che. Nel nuovo governo rivoluzionario dirige l’Istituto Nazionale per la Riforma Agraria, per poi presiedere la Banca Nazionale cubana. Non separò mai le esigenze del desarrollo (lo sviluppo) dalle più profonde convinzioni morali della liberazione. Scrisse:

Il socialismo economico senza la morale comunista non mi interessa. Lottiamo contro la miseria, ma lottiamo al tempo stesso contro l’alienazione. Uno degli obiettivi fondamentali del marxismo è eliminare l’interesse, il fattore ‘interesse individuale’ e il lucro dalle motivazioni psicologiche. Marx si preoccupava tanto dei fattori economici quanto della loro ripercussione sullo spirito. Chiamava ciò ‘fatto di coscienza’. Se il comunismo si disinteressa dei fatti di coscienza, potrà essere un modo di ripartizione, ma non sarà mai una morale rivoluzionaria.

Dopo la difesa dell’isola dall’invasione anticastrista della Baia dei Porci (1961) e la fine della crisi missilistica con l’amministrazione Kennedy, dovuta all’allineamento con l’Urss, l’intensa attività diplomatica da ministro dell’industria accresce enormemente la sua fama e il suo carisma. Celeberrimo è il discorso antimperialista tenuto all’Onu nel 1964, concluso con il motto Patria o muerte!

Ma ormai il suo dovere di rivoluzionario lo reclama altrove. Si reca prima in Congo, a fianco di gruppi armati favorevoli a Lumumba, presso i quali cerca di introdurre la tecnica della guerriglia e i principi del marxismo. Tornato in America Latina, è la volta della Bolivia. Qui, contro il governo Barrientos sostenuto dalla Cia nella caccia ai guerriglieri, cade in un’imboscata a La Higueira. Dopo la sua esecuzione, il cadavere viene esposto per la stampa. La sua immagine ricordava quella del Cristo del Mantegna. Ne nascerà un culto religioso locale. E ovunque non finirà mai la sua leggenda.

Soprattutto siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: è la qualità più bella di un rivoluzionario.