Governare il dissenso: cosa dice davvero la Relazione sulla sicurezza 2026

La Relazione annuale sulla sicurezza 2026 costruisce un quadro principalmente centrato su come la tecnologia sia diventata un motore di trasformazione totale e la sicurezza sia la leva decisiva per la capacità di “governare il cambiamento”. Ma è nel capitolo sulla “minaccia interna” che emerge con maggiore chiarezza il dispositivo politico del documento: la ridefinizione del conflitto sociale come problema di sicurezza.

Dalla guerra globale al dissenso interno.

Uno dei passaggi più rilevanti è la connessione sistematica tra scenari internazionali e mobilitazioni interne. Il conflitto a Gaza diventa il punto di saldatura tra diverse aree di opposizione: movimenti pro-Pal, antagonismo sociale, ambienti marxisti e anarchici vengono letti come un campo convergente che “sfrutta” la guerra per rilanciare il conflitto interno. La mobilitazione pro Palestina, in particolare, è descritta come catalizzatore politico capace di ricompattare il dissenso attorno a parole d’ordine comuni: antimilitarismo, anticapitalismo, critica all’“economia di guerra” e denuncia della repressione. Ma ciò che per i movimenti è un processo di politicizzazione, nella Relazione viene riletto come rischio di radicalizzazione e convergenza eversiva.

L’antagonismo come dispositivo di connessione.

Un elemento originale del documento è l’insistenza sulla funzione “connettiva” dell’antagonismo. I movimenti non sono analizzati tanto per la loro capacità organizzativa quanto per la loro capacità di saldare fronti diversi: guerra, carcere, tecnologia, ambiente, lavoro. L’intelligence individua una strategia implicita: costruire un terreno comune tra lotte differenti attraverso una lettura unificata del presente. In questa chiave, anche la critica alla tecnologia viene interpretata come dispositivo politico di aggregazione. L’opposizione alla tecnologia “dual use” (civile e militare) permette infatti di collegare Gaza, la sorveglianza interna, l’intelligenza artificiale e la digitalizzazione del lavoro in un’unica narrazione sulla militarizzazione della società.

Piattaforme, dati e sicurezza: il paradigma Palantir.

Pur senza sempre nominare esplicitamente singole aziende, la Relazione restituisce chiaramente il ruolo crescente di piattaforme di analisi dati, intelligence predittiva e integrazione informativa: il modello reso emblematico da Palantir. Il punto centrale non è solo tecnologico, ma politico: la sicurezza contemporanea si fonda sulla capacità di raccogliere, correlare e anticipare comportamenti attraverso enormi flussi di dati. In questo schema, il dissenso diventa un pattern da individuare, tracciare e prevedere.

I movimenti antagonisti vengono così implicitamente inseriti in un campo di osservazione continua, dove le reti sociali sono mappate, le campagne vengono analizzate come dinamiche virali e le convergenze tra soggetti diversi diventano indicatori di rischio. La stessa capacità “connettiva” dei movimenti (che la Relazione individua come elemento politico) diventa, dal punto di vista della sicurezza, un dato da processare algoritmicamente. In questo senso, il modello Palantir non è solo uno strumento: è la forma contemporanea del potere, dove logistica, guerra e governance del dissenso convergono in un’unica infrastruttura informazionale.

Antagonismo e pro-Pal: la costruzione di un frame.

Gli ambienti antagonisti vengono descritti come attori che “strumentalizzano” le crisi internazionali per rafforzare iniziative antimilitariste e anti-atlantiste, inserendo il sostegno alla Palestina in una cornice anticapitalista. Questa lettura è significativa: non si contesta tanto la radicalità politica, quanto la capacità di produrre un’interpretazione sistemica del conflitto globale. Il problema, per l’intelligence, è in qualche misura quando la protesta diventa “teoria”, quando cioè riesce a nominare il nesso tra guerra, capitale e tecnologia.

Dalla protesta al sabotaggio.

Il documento segnala anche un passaggio ulteriore: la trasformazione simbolica degli obiettivi. In particolare, la “filiera della guerra” – logistica, infrastrutture, ricerca, intelligenza artificiale – viene indicata come possibile bersaglio di pratiche di blocco o sabotaggio. Qui emerge un punto chiave: la sicurezza nazionale si estende ben oltre lo Stato, includendo università, data center, supply chain e infrastrutture civili. Il conflitto sociale viene così ridefinito come minaccia sistemica alla riproduzione materiale del paese.

Antirepressione e ciclo di conflitto.

Un altro nodo centrale è il tema della repressione. La Relazione evidenzia esplicitamente che le mobilitazioni si sviluppano anche in risposta a misure legislative e operazioni di polizia, producendo campagne “antirepressive” che denunciano la criminalizzazione del dissenso. Il conflitto appare così come un ciclo: repressione e mobilitazione si alimentano reciprocamente. Ma il documento resta ancorato a una lettura securitaria, senza interrogarsi sulle cause materiali e politiche del dissenso.

Cosa ci insegna questo documento.

Letta contro se stessa, la Relazione 2026 è anche una fonte preziosa per i movimenti. Dice molto più di quanto vorrebbe. In controluce possiamo infatti leggere come la nostra forza stia nella “connessione”, ossia ciò che viene percepito come minaccia non è la singola lotta, ma la capacità di connettere piani diversi: guerra, lavoro, tecnologia, ecologia. È lì che si produce potenza politica. In secondo luogo, emerge chiaramente come unterreno decisivo siano la logistica e l’infrastruttura. Non è un caso che la “filiera della guerra” venga indicata come punto sensibile. Significa che lo Stato e il capitale contemporaneo sono vulnerabili nei nodi che tengono insieme produzione, dati e circolazione. In terza battuta, la tecnologia è un campo di conflitto centrale, dove le piattaforme tipo Palantir mostrano che il controllo non è solo repressivo ma predittivo. Questo implica che anche le pratiche antagoniste devono confrontarsi con il terreno dell’informazione, della visibilità, dell’opacità. Ulteriore elemento da rimarcaè che in qualche misura il dissenso viene trattato come minaccia alla sicurezza nazionale, e ciò significa che si registra che quanto avvenuto nell’ultimo periodo ha superato il livello della protesta episodica. È percepito come forza capace di incidere sulla stabilità complessiva. La Relazione teme soprattutto la capacità di articolare una lettura coerente del presente. Questo indica un compito chiaro: non solo mobilitazione, ma produzione di analisi, continuità organizzativa, radicamento, laddove il documento ci restituisce che a preoccupare il potere è la possibilità che il conflitto diventi infrastruttura capace di attraversare e bloccare quella del capitale.