Non ci sono troppi modi per dirlo, quindi lo diciamo chiaramente: la giornata di sabato a Roma mette in luce alcune difficoltà strutturali che attraversano non solo le realtà organizzate della capitale, ma più in generale l’insieme dei movimenti sociali.
Il 13 giugno si è configurato come uno spazio conteso, in cui diverse componenti della destra radicale e reazionaria hanno cercato di costruire una presenza pubblica coordinata, dalla galassia del cosiddetto “Comitato Remigrazione” fino ai settori più istituzionali e militanti dell’estrema destra, passando per le reti provita e antiscelta. Un tentativo composito di occupazione simbolica e materiale dello spazio urbano.
Di fronte a questo scenario, al di là di ogni automatismo identitario e senza alcuna adesione all’idea che “l’unità a tutti i costi” sia di per sé una risposta politica efficace, resta aperta una domanda più scomoda: quale capacità reale di intervento e trasformazione producono oggi le forme di mobilitazione antifascista quando si articolano come dispositivi paralleli, frammentati, centrati soprattutto sulla propria autoaffermazione?
Se si guarda anche alle grandi mobilitazioni di fine settembre, che avevano segnato un momento di riattivazione significativa attorno alla parola d’ordine del “blocchiamo tutto”, si nota oggi una difficoltà diffusa a tradurre quella spinta in continuità organizzativa e in una ridefinizione del terreno del conflitto. In molti casi, sembra prevalere una tendenza alla chiusura identitaria, che rischia di ridurre la forza della mobilitazione a una forma di riconoscimento reciproco più che a una capacità di incidere sui rapporti sociali.
Non si tratta di negare la buona fede o la radicalità delle singole esperienze, né di cedere a una lettura moralistica delle pratiche. Si tratta piuttosto di riconoscere un limite politico: la difficoltà crescente a uscire dalla gabbia dell’autonarrazione, dove ogni giornata di piazza viene immediatamente ricodificata come “successo” indipendentemente dalla sua effettiva efficacia nel modificare i rapporti di forza.
Prendere atto di questa situazione non significa indulgere nella rassegnazione, ma aprire uno spazio di rilancio. Significa interrogarsi su cosa voglia dire oggi antifascismo, e soprattutto su quale sia il terreno reale dello scontro. In un contesto in cui nuove forme di razzismo, nazionalismo e suprematismo si riorganizzano anche dentro le crisi sociali e le insicurezze materiali, è sufficiente restare sul piano del movimento d’opinione e della risposta simbolica?
Forse la questione decisiva è proprio questa: riscoprire il terreno del conflitto sociale, i soggetti concreti che lo attraversano, e la capacità di costruire una narrazione politica che non si limiti a reagire, ma che torni a nominare e organizzare la lotta di classe nelle sue forme contemporanee. Non come slogan, ma come pratica materiale, radicata nei territori, nei lavori, nelle vite.
Solo a partire da lì l’antifascismo può tornare a essere qualcosa di più di una postura: una forma di organizzazione del conflitto capace di incidere davvero sulle condizioni che rendono possibile, oggi, la crescita delle destre radicali.

