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en mouvement! – note dallo sciopero generale

Il gioco dei numeri ci annoia parecchio, ma un dato è evidente: allo sciopero del 30 ottobre i numeri c’erano. Ed è una conferma importante. Da circa un anno, infatti, qualcosa è cambiato, e radicalmente, nel panorama della conflittualità sociale. Dopo una lunga fase in cui pandemia e guerra avevano contribuito a congelare le forme della mobilitazione, alcune esperienze di lotta organizzata – dalla GKN al No Tav, dai focolai studenteschi ad alcuni comparti lavorativi e radicamenti di quartiere – avevano iniziato, tra il 2022 e il 2024, a riattivare le dinamiche del conflitto. Ma è stata soprattutto la mobilitazione per la Palestina a imprimere una nuova accelerazione. Dall’autunno 2023, soggetti e forme organizzative differenti, attraverso manifestazioni di massa, acampade, blocchi e occupazioni, hanno reintrodotto energie sovversive in un tessuto sociale che sembrava essersi assopito. Lo spartiacque è stato il Blocchiamo tutto dell’autunno 2025: un’irruzione che ha riaperto i giochi. Da allora, il quadro è stato punteggiato anche da eruzioni di conflittualità in diverse parti del pianeta, con la Gen Z protagonista, dall’Asia all’Africa all’Europa, in particolare negli ultimi mesi.

Le ultime settimane in Italia confermano che siamo pienamente in movimento. Una pluralità di correnti di fondo, eterogenee e non lineari, si è attivata e continua a rendere disponibili energie, soggettività e forme di organizzazione alla lotta e alla ricerca di modalità per incidere sulla realtà. È una fase promettente, pur dentro una cornice tutt’altro che semplice: contro-movimenti, spinte repressive e una tensione egemonica guidata dalla destra radicale continuano a esercitare una pressione significativa. Ma proprio per questo la questione non è soltanto registrare ciò che si muove. È capire come queste energie possano incontrarsi, riconoscersi e acquisire una capacità di iniziativa comune. Proviamo allora a fissare alcuni elementi emersi in questa fase e ad avanzare qualche ipotesi per il prossimo periodo.

stratificazioni e composizioni

Il quadro che abbiamo davanti non è omogeneo. Nelle piazze dello sciopero del 30 ottobre ci pare si sia mossa con particolare forza una spinta giovanile, difficilmente riconducibile alle categorie rassicuranti di «studenti» e «lavoratori». Ma sarebbe altrettanto sbagliato considerare questa dimensione giovanile come un soggetto già costituito. Le schegge conflittuali che hanno agito lo scontro il 17 e il 24 ottobre, per esempio, erano per lo più assenti dalle piazze del 30. E la stessa categoria di Gen Z, utile a individuare una tendenza, non può essere scambiata per una composizione sociale e politica già data. Una soggettività giovanile che non dispone di luoghi naturali di organizzazione, nemmeno nella scuola e nell’università, rappresenta un terreno di lavoro politico ancora largamente aperto. Lo stesso vale per il mondo del lavoro, dove non emerge al momento un luogo o un vettore trainante capace di ricomporre le diverse esperienze di conflitto.
Possiamo però registrare una diffusa radicalizzazione e una domanda di trasformazione che attraversano segmenti sociali differenti. La questione, allora, non è restringere ideologicamente il campo delle soggettività che si stanno muovendo, ma comprenderne le stratificazioni e lavorare sulle condizioni della loro possibile composizione.
La spinta giovanile di un ceto medio proletarizzato e bianco, le ribellioni razzializzate delle periferie, la rabbia che attraversa i blocchi dei camionisti, gli scioperi nella logistica, i settori popolari colpiti dal caro vita e le soggettività sotto-proletarie espulse dai centri urbani non costituiscono un insieme omogeneo. Non condividono necessariamente linguaggi, priorità, forme organizzative o orizzonti politici. Ma questa eterogeneità non deve diventare un argomento per separarle preventivamente. Al contrario, occorre domandarsi quali condizioni materiali, quali terreni di conflitto e quali pratiche possano renderne possibile l’incontro. Non si tratta di immaginare una composizione già esistente, ma di lavorare affinché possa prodursi.

Ritmi e geografie

Se qualcosa si sta muovendo, dobbiamo anche interrogarci sul ritmo possibile di questa mobilitazione. Non sembra possibile descriverne lo sviluppo attraverso una parabola lineare di escalation, né attraverso una progressiva accumulazione di forze. Il Blocchiamo tutto aveva inscritto nella propria dinamica una temporalità crescente, in buona misura legata alla traiettoria della Flotilla, al suo inevitabile momento di impatto contro il blocco israeliano e alle vicende di Gaza. Ma non possiamo immaginare che ogni processo di mobilitazione debba riprodurre una simile sequenza, né che il movimento possa svilupparsi attraverso tappe ordinate e progressive.
Dobbiamo piuttosto imparare a praticare una politica capace di stare dentro una ritmica fatta di irruzioni e silenzi, massificazioni organizzate e improvvise accelerazioni, momenti di concentrazione e fasi di dispersione. Come costruire continuità senza pretendere linearità? Come riconoscere e valorizzare i momenti di salto senza perdere la capacità di lavorare nei tempi più lunghi? Ma ancora: qual è l’orizzonte tendenziale di pretesa, di slancio, di strategia – un tempo si sarebbe detto – che il movimento di soggetti concreti oggi indica a compagne e compagni organizzati? Sono domande aperte, che riguardano direttamente le forme della nostra iniziativa politica.
Anche le geografie contano. I blocchi al Sud e gli scontri al Nord Italia, le acampade spagnole nei centri metropolitani e i vettori banlieusard francesi descrivono un panorama molto variegato, cui corrispondono soggettività e composizioni sociali altrettanto differenti. Eppure, in alcuni passaggi, queste differenze si incontrano, si sincronizzano e iniziano ad alludere alla possibilità di una forza comune. Il 30 ottobre italiano ha indicato, almeno in parte, questa possibilità, pur essendo stato trainato soprattutto da una dimensione giovanile che non possiamo considerare generalizzabile in quanto tale.
Occorre quindi investire politicamente su una dinamica geografica in larga misura inedita: capace di legare dimensioni territoriali, nazionali, continentali e globali. La digitalizzazione ha contribuito a rendere possibili nuove forme di circolazione, sincronizzazione e riconoscimento reciproco, mentre l’emergere di una componente razzializzata come elemento significativo delle mobilitazioni modifica profondamente le coordinate delle geografie politiche contemporanee. Non si tratta semplicemente di mettere in connessione lotte che avvengono in luoghi differenti, ma di comprendere come queste connessioni possano produrre nuovi terreni comuni di conflitto.

Ecologie organizzative

Dentro questo quadro, diventa fondamentale interrogare il panorama delle organizzazioni esistenti e le loro possibilità di trasformazione. Ci pare che l’immagine dell’«ecologia organizzativa» rimanga la più efficace per comprendere ciò che sta accadendo. Le massificazioni delle mobilitazioni non sono oggi il prodotto di un singolo soggetto dirigente, ma di assemblaggi instabili e cangianti di forme organizzate, più o meno strutturate, che di volta in volta trovano vettori differenti di ricomposizione.
Può essere uno sciopero sindacale, una coalizione di soggetti, un appuntamento referendario, una dinamica più anonima e social, un’organizzazione di lotta specifica – dai Giovani Palestinesi ai No Tav, dalla GKN ad altre esperienze – o, ad altre latitudini, anche un partito più istituzionalizzato. Di volta in volta, l’ecosistema viene aggregato e orientato da uno o più dei suoi attori, intercettando una disponibilità alla mobilitazione che oggi appare significativa. Non è detto che domani le condizioni siano le stesse.
Questa lettura non significa sminuire il ruolo delle organizzazioni che rendono possibili le mobilitazioni. Al contrario, impone di interrogarsi sulla loro capacità di trasformarsi e sulla direzione politica dell’ecosistema nel suo complesso. Un’ecologia organizzativa può evolvere in senso di rottura oppure essere progressivamente ricondotta entro logiche di istituzionalizzazione e rappresentanza.
Il 30 ottobre, per esempio, senza USB la giornata di sciopero probabilmente non si sarebbe data. Ma la competizione di questo sindacato con la CGIL, se orientata a sostituirla sul terreno della rappresentanza, riproducendone schemi di compatibilità, di accordo con le controparti e di costruzione di una propria legittimità rappresentativa, ci pare largamente insufficiente a interpretare le potenzialità della fase. La questione non è semplicemente chi rappresenta chi, né quale organizzazione riesca a occupare lo spazio lasciato libero da altre. È piuttosto che nessuna organizzazione esistente sembra oggi in grado, da sola, di interpretare e organizzare la nuova composizione sociale che sta emergendo.
Le forzature avvenute nelle piazze, da Roma a Torino, da Brescia a Mestre, Vicenza o Bologna, sono importanti, ma non indicano ancora un’alternativa. La moltiplicazione delle iniziative e la disponibilità al conflitto non producono automaticamente una nuova capacità politica. Anche su questo terreno c’è molto da lavorare: come trasformare un’ecologia organizzativa capace di produrre mobilitazioni in un ecosistema in grado di sostenere, moltiplicare e orientare processi di trasformazione?

Né guida né sostegno

Proviamo a chiudere con qualche spunto di prospettiva. Nelle ultime settimane, per fortuna, il ragionamento politico non è stato interamente subordinato alle scadenze elettorali. Sappiamo però che una nuova fase elettoralistica si giocherà nei prossimi mesi, dalla Spagna alla Francia all’Italia, considerando anche le recenti elezioni in Serbia e Brasile, le midterm statunitensi e quelle israeliane. Sottrarsi alla temporalità limitata e sincopata delle elezioni non significa ignorarne il peso, ma evitare che essa diventi l’unico orizzonte attraverso cui interpretare e organizzare il conflitto.
Anche sul piano delle mobilitazioni abbiamo davanti alcune date importanti. Gli scioperi in Francia del 5 novembre e in Spagna dell’11 novembre, la possibile nuova mobilitazione autoconvocata contro il caro vita in Italia del 7 novembre e la giornata del 20 novembre, che oscilla tra mobilitazione studentesca, convocazione della CGIL e possibilità di diventare altro. Sono appuntamenti da attraversare con attenzione e tensione militante. Ma sarebbe limitante ridurre il problema politico alla successione delle prossime scadenze. La questione è capire quale orizzonte, quale ritmo possa assumere il movimento e, soprattutto, quale ruolo possiamo giocare nella sua evoluzione.
Ci pare che occorra sperimentare, in tempi brevi e senza eccessivi timori, nuove modalità di iniziativa politica, uscendo da due prospettive piuttosto tradizionali. La prima è quella grettamente “egemonica”, che si domanda come guidare il movimento. La seconda è quella minimale, che si domanda come sostenerlo. Entrambe presuppongono, in modi differenti, una separazione tra chi agisce politicamente e un movimento che esiste già, da dirigere oppure da accompagnare.
Forse dobbiamo pensare diversamente. Né guida né sostegno. Piuttosto, come contribuire alla costruzione di hub in movimento: dispositivi capaci di connettere soggettività e conflitti differenti, produrre conoscenza e interpretazione comune, sperimentare forme organizzative e infrastrutture materiali e comunicative, trasformare singole mobilitazioni in capacità politica durevole. Non nuove organizzazioni destinate a rappresentare il movimento, né semplici spazi di coordinamento, ma luoghi e processi attraverso cui le energie disperse possano incontrarsi, riconoscersi e acquisire una maggiore capacità di iniziativa.
È una ricerca che riguarda anche il nostro modo di stare dentro questa fase. Non osservatori esterni, non semplici megafoni delle mobilitazioni, non soggetti che pretendono di indicare dall’alto una direzione. Piuttosto, parte di un lavoro di connessione, elaborazione e sperimentazione che contribuisca a rendere politicamente produttive le possibilità che si stanno aprendo.
Una nuova ricerca politica giovanile e il conflitto sul caro vita ci sembrano, da questo punto di vista, due terreni particolarmente interessanti. In entrambi si intravedono possibilità di incontro tra soggettività, bisogni e forme di organizzazione che non sono ancora ricomposte. È lì che vale la pena investire, provando a costruire dispositivi capaci di tenere insieme l’immediatezza dell’insorgenza e la necessità di produrre continuità, su una prospettiva oggi tutta da ipotizzare e tracciare a partire dal solco concreto che le scosse intorno a noi producono.
Non sappiamo ancora quale forma assumerà questa fase, né se le energie oggi disponibili riusciranno a sedimentarsi in una nuova capacità di trasformazione. Ma proprio per questo non possiamo limitarci a registrare ciò che accade. Dobbiamo contribuire a farlo accadere, creando le condizioni perché ciò che oggi si muove possa incontrarsi, organizzarsi e diventare qualcosa di più.

Intanto, buone aura battles sovversive nelle strade stasera!