Nel 1996, al World Economic Forum di Davos, John Perry Barlow presentava la sua celebre “Dichiarazione d’indipendenza del cyberspazio”. “Governi del Mondo, stanchi giganti di carne e di acciaio, io vengo dal Cyberspazio, la nuova dimora della Mente”, scriveva Barlow. “Non avete alcuna sovranità sui luoghi dove ci incontriamo”. Quel manifesto condensava perfettamente l’orizzonte ideologico della globalizzazione neoliberale statunitense: Internet come spazio senza confini, il mercato come forma naturale dell’ordine mondiale, la Silicon Valley come avanguardia di un capitalismo apparentemente post-politico, capace di oltrepassare gli Stati, le ideologie e persino la storia.
Trent’anni dopo, il 22 aprile 2026, sul canale X di Palantir è stato pubblicato un nuovo manifesto in ventidue punti, sintesi della visione espressa da Alex Karp nel libro La Repubblica Tecnologica del 2025. È difficile immaginare un rovesciamento più radicale. Se la Silicon Valley degli anni Novanta rivendicava la propria indipendenza dalla politica e dagli apparati statali, oggi una parte decisiva del capitalismo tecnologico occidentale rivendica apertamente il proprio ruolo militare, geopolitico e strategico. Nel giro di trent’anni, il sogno libertario del cyberspazio si è trasformato nel suo contrario: non più fuga dallo Stato, ma fusione tra piattaforme digitali, apparati militari e sovranità imperiale.
Palantir è probabilmente l’espressione più compiuta di questa trasformazione. Sul proprio sito l’azienda si presenta come promotrice di una “automazione alimentata dall’IA per ogni decisione”. “Il nostro software alimenta decisioni in tempo reale guidate dall’intelligenza artificiale nelle principali imprese governative e commerciali dell’Occidente, dai reparti produttivi fino alle linee del fronte”, si legge nella presentazione aziendale. I nomi stessi dei software sono eloquenti: AIP promette di “automatizzare le operazioni dalla fabbrica alle linee del fronte”, mentre Gotham offre “superiorità bellica guidata dall’IA, dallo spazio al fango”. La retorica della disruption e dell’innovazione lascia il posto a un lessico apertamente militare, dove guerra, sicurezza e gestione algoritmica della società diventano il nuovo orizzonte dell’accumulazione.
Il manifesto di Palantir è il sintomo di una trasformazione profonda della Silicon Valley: da ecosistema “liberal” orientato ai consumatori a blocco tecno-militare sempre più intrecciato con apparati statali, intelligence, guerra e sorveglianza. I ventidue punti di Karp funzionano come una vera legittimazione ideologica del passaggio dal mercato delle app e dei social ai contratti con esercito, polizie e agenzie governative. Dalle operazioni dell’ICE alla gestione dei conflitti contemporanei, Palantir costruisce una nuova economia fondata sull’IA militare, sulla sicurezza e sulla previsione algoritmica dei comportamenti sociali.
Dentro questa trasformazione si può leggere qualcosa di più profondo della semplice evoluzione di una grande azienda tecnologica. Il paradigma della “globalizzazione felice” è esaurito. Il mercato consumer appare saturo, la promessa di una crescita infinita attraverso piattaforme social e pubblicità digitale mostra i propri limiti, mentre guerra, infrastrutture strategiche e sicurezza diventano i nuovi campi privilegiati di valorizzazione del capitale tecnologico. La promessa originaria di Internet (connessione, apertura, decentralizzazione) viene progressivamente sostituita da una “globalizzazione armata”, in cui piattaforme digitali, IA e infrastrutture computazionali diventano strumenti geopolitici.
Ma il punto cruciale è soprattutto un altro: la progressiva fusione tra Big Tech e potere statale. La “Repubblica tecnologica” evocata da Karp non mira soltanto a una mobilitazione ideologica contro “l’illusione del pacifismo”, né semplicemente a forgiare una nuova generazione di ingegneri patriottici al servizio della sicurezza nazionale americana. Si presenta piuttosto come un nuovo modello di organizzazione del potere, in cui le grandi piattaforme tecnologiche diventano infrastrutture essenziali della sovranità contemporanea.
Dietro la retorica dell’hard power e del “debito morale” delle imprese verso la nazione si nasconde anche un problema molto concreto. Negli ultimi anni il capitale ha riversato centinaia di miliardi di dollari nell’intelligenza artificiale, alimentando una gigantesca corsa agli investimenti la cui sostenibilità reale resta incerta. Da tempo economisti e analisti discutono della possibilità di una nuova bolla speculativa legata all’AI. In questo scenario, la militarizzazione della tecnologia rappresenta anche una strategia economica di stabilizzazione del capitale tecnologico. Il complesso sicurezza-difesa offre infatti ciò che il mercato consumer non garantisce più: domanda pubblica potenzialmente illimitata, contratti strutturali, centralità strategica e protezione politica.
La guerra e la sicurezza diventano così non soltanto funzioni dello Stato, ma veri e propri mercati anticiclici. Palantir sembra aver compreso che, in una fase di instabilità sistemica, il modo migliore per sopravvivere non è semplicemente vendere software, ma trasformarsi in infrastruttura indispensabile dell’apparato statale americano. In altre parole: se anche la bolla dell’AI dovesse esplodere, aziende come Palantir sarebbero ormai troppo strategiche per essere lasciate fallire.
In questo senso, il nuovo paradigma tecnologico appare molto distante dalla vecchia “ideologia californiana” che aveva dominato gli anni Novanta. Allora si parlava di un bizzarro intreccio tra libertarismo, neoliberismo e controcultura hippie, capace di unire individualismo radicale e utopia digitale. Oggi i riferimenti ideologici sono profondamente mutati. Figure come Peter Thiel e Alex Karp attingono sempre più spesso a tradizioni filosofiche conservatrici, decisioniste e apertamente anti-egualitarie. L’immagine romantica del garage californiano lascia spazio a un immaginario oligarchico e messianico, in cui l’intelligenza artificiale viene percepita come una forza storica decisiva da proteggere a ogni costo.
Nel pensiero di Thiel emerge quasi una forma di “katechon tecnologico”: la tecnica come forza incaricata di trattenere il collasso dell’ordine occidentale. La crisi non deve essere risolta, ma amministrata permanentemente. È dentro questo spazio di eccezione continua che prosperano piattaforme come Palantir. La distinzione tra tempo di pace e tempo di guerra tende così a dissolversi, mentre l’emergenza si stabilizza come norma generale dell’organizzazione sociale.
La società stessa viene ridefinita come spazio operativo da monitorare, prevedere e gestire attraverso infrastrutture computazionali. Il dato diventa materia prima politica, l’algoritmo dispositivo decisionale, la piattaforma infrastruttura di governo. Non si tratta più semplicemente di “mercato digitale”, ma di una nuova forma di potere che passa attraverso sistemi capaci di organizzare direttamente la realtà sociale, urbana e geopolitica.
Anche la traiettoria teorica di Thiel riflette questa trasformazione. Già nel 2013, nel libro Da zero a uno, sosteneva che “la concorrenza è per perdenti” e che il capitalismo innovativo necessita di monopoli forti capaci di pianificare il futuro a lungo termine. Era già una rottura significativa rispetto alla retorica neoliberale classica. Oggi quella intuizione si radicalizza ulteriormente: il capitalismo tecnologico contemporaneo non tende alla concorrenza perfetta, ma alla costruzione di monopoli infrastrutturali capaci di organizzare interi ecosistemi sociali, cognitivi, logistici e militari.
In questo quadro, anche la vecchia distinzione tra Stato e mercato perde progressivamente consistenza. Le piattaforme digitali non si limitano più a operare dentro l’ordine politico: contribuiscono direttamente a produrlo. La “Repubblica tecnologica” evocata da Palantir non è quindi soltanto uno slogan provocatorio, ma il sintomo di una trasformazione più profonda del capitalismo occidentale. Se negli anni Novanta Internet prometteva un mondo senza sovranità e senza confini, oggi le piattaforme tendono a diventare infrastrutture strategiche di una governance armata della crisi globale.
Se la Dichiarazione d’indipendenza del cyberspazio sottendeva l’aprirsi dell’egemonia globale statunitense, Repubblica tecnologica segna la fine di quell’egemonia. Il cyberspazio è diventato un nuovo campo di battaglia, Karp e Thiel hanno demolito l’ideologia neoliberale riportando al centro il ruolo dello Stato e abbandonando la narrazione del mercato e della concorrenza quali vettori ottimali per l’ordine sociale. Siamo davvero in una nuova epoca. In cui gli USA, per resistere al rischio di collasso, dichiarano la piena disponibilità a difendere il proprio predominio in modo armato.

