Può sembrare provocatorio, e forse persino scandaloso, suggerire che una delle più grandi imprese del capitalismo contemporaneo possa costituire un oggetto privilegiato per l’immaginazione utopica. Eppure, se il compito della critica consiste non soltanto nel denunciare le forme esistenti del dominio ma anche nel riconoscere, all’interno delle stesse configurazioni storiche prodotte dal capitale, le tracce di possibilità ancora inespresse, allora Amazon si presenta come un candidato particolarmente interessante. Naturalmente, una simile affermazione rischia di apparire immediatamente apologetica. Amazon è infatti associata a tutto ciò che, nel dibattito pubblico contemporaneo, viene identificato come caratteristico delle patologie del capitalismo delle piattaforme: la concentrazione monopolistica del potere economico, la subordinazione del lavoro agli imperativi algoritmici, l’erosione del commercio locale, la crescente dipendenza delle istituzioni pubbliche da infrastrutture private, l’espansione apparentemente illimitata di forme di estrazione e accumulazione basate sui dati.
Ma è proprio qui che occorre richiamare una delle intuizioni fondamentali della tradizione dialettica. Se ci limitiamo a vedere in Amazon soltanto un dispositivo di dominio, perdiamo di vista ciò che la rende storicamente significativa. E se, viceversa, ne celebriamo l’efficienza organizzativa e la capacità innovativa, ignoriamo il sistema di sfruttamento che ne costituisce la condizione di possibilità. Il pensiero dialettico non consiste nello scegliere tra questi due giudizi, ma nel sostenerli simultaneamente, riconoscendo che essi descrivono aspetti inseparabili di una stessa realtà.
Amazon rappresenta infatti una delle forme più avanzate attraverso cui il capitalismo contemporaneo organizza la circolazione delle merci, delle informazioni e delle capacità cognitive su scala planetaria. Ciò che colpisce non è semplicemente la dimensione dell’impresa, ma la natura della sua infrastruttura. Perché ciò che Amazon vende non sono soltanto prodotti, né soltanto servizi digitali. Ciò che essa gestisce è una gigantesca macchina di coordinamento, un sistema che integra reti logistiche, capacità computazionali, processi previsionali, infrastrutture energetiche, piattaforme di comunicazione e forme di cooperazione sociale distribuite su scala globale.
Da questo punto di vista, la crescita di Amazon segnala una trasformazione più profonda, che riguarda il rapporto stesso tra mercato e pianificazione. Per oltre due secoli, l’ideologia liberale ha raccontato il capitalismo come il regno della spontaneità economica, contrapponendo la presunta efficienza del mercato all’inefficienza delle economie pianificate. Eppure, osservando le grandi piattaforme contemporanee, ci troviamo di fronte a un fenomeno paradossale. Quanto più il capitalismo si sviluppa, tanto più sembra dipendere da forme di pianificazione interna di straordinaria complessità. Amazon non elimina il mercato, ma lo ingloba progressivamente all’interno di una struttura organizzativa che funziona sempre meno come uno spazio di scambio tra soggetti autonomi e sempre più come un dispositivo centralizzato di coordinamento.
In questo senso, la sua importanza teorica non risiede tanto nei profitti che genera quanto nelle capacità organizzative che rende visibili. Ogni giorno milioni di decisioni vengono elaborate, anticipate e coordinate attraverso sistemi informatici che monitorano flussi di merci, comportamenti di consumo, disponibilità energetiche, condizioni meteorologiche, reti di trasporto e prestazioni lavorative. Una quantità di informazioni che nessun apparato statale del Novecento avrebbe potuto anche solo immaginare di gestire viene oggi elaborata in tempo reale da infrastrutture private il cui funzionamento appare, agli occhi della maggior parte degli osservatori, tanto ordinario quanto inevitabile.
È precisamente questo carattere apparentemente ovvio che dovrebbe attirare la nostra attenzione. Perché una delle caratteristiche fondamentali del capitalismo consiste nella sua capacità di naturalizzare le proprie innovazioni storiche, trasformando in necessità tecniche ciò che è invece il risultato di specifici rapporti sociali. La logistica contemporanea offre forse l’esempio più evidente di questo processo. Quando un prodotto attraversa oceani, porti, centri di smistamento, magazzini automatizzati e reti di distribuzione fino a raggiungere la soglia di una casa nel giro di poche ore, tendiamo a percepire questa sequenza come una semplice prestazione commerciale. In realtà, ciò che stiamo osservando è una delle più grandi imprese di coordinamento collettivo mai realizzate.
Naturalmente, questa capacità organizzativa è oggi subordinata all’imperativo della valorizzazione del capitale. Ma proprio qui emerge la sua ambivalenza storica. Perché la stessa infrastruttura che permette l’estrazione di profitto potrebbe, almeno in linea di principio, essere orientata verso obiettivi completamente diversi. La stessa rete che oggi ottimizza la consegna delle merci potrebbe essere utilizzata per coordinare la distribuzione delle risorse essenziali; la stessa capacità computazionale che oggi alimenta modelli pubblicitari e sistemi di sorveglianza potrebbe essere impiegata per affrontare problemi collettivi che eccedono la logica del mercato; la stessa intelligenza organizzativa che oggi massimizza il rendimento degli investimenti potrebbe essere mobilitata per affrontare la crisi climatica, la gestione energetica o la pianificazione delle infrastrutture pubbliche.
È in questo senso, e soltanto in questo senso, che Amazon può essere considerata una figura utopica. Non perché rappresenti un modello desiderabile di società, ma perché rende visibili capacità storiche che il capitalismo è stato costretto a sviluppare e che tuttavia non riesce a utilizzare se non all’interno dell’orizzonte ristretto della valorizzazione privata.
L’aspetto forse più significativo di questa trasformazione emerge quando si considera il ruolo assunto dalle infrastrutture digitali. Se la fabbrica era l’istituzione paradigmatica del capitalismo industriale, la piattaforma costituisce probabilmente l’istituzione paradigmatica del capitalismo contemporaneo. Ma la piattaforma non produce semplicemente merci. Produce le condizioni generali entro cui la produzione, la circolazione e il consumo delle merci possono avere luogo. Da questo punto di vista, Amazon Web Services riveste un’importanza forse ancora maggiore del marketplace che ha reso celebre l’azienda. Una parte crescente dell’economia mondiale opera infatti all’interno di infrastrutture cloud che appartengono ad Amazon, una situazione che rivela con particolare chiarezza la natura del nuovo potere capitalistico: non più soltanto controllo dei mezzi di produzione, ma controllo delle condizioni generali della cooperazione sociale.
Ciò che Marx aveva identificato come tendenza alla socializzazione delle forze produttive assume qui una forma inattesa. La produzione contemporanea dipende sempre meno dall’attività isolata di individui o imprese e sempre più da reti complesse di cooperazione linguistica, cognitiva e tecnologica distribuite su scala globale. La conoscenza, la comunicazione e l’informazione diventano forze produttive dirette. In questo senso, ciò che la tradizione dell’operaismo italiano (riprendendo Marx) ha chiamato general intellect cessa di essere una categoria teorica e diventa una realtà materiale immediatamente osservabile.
Amazon non crea questa cooperazione sociale. La organizza, la cattura e la monetizza. Ma il fatto stesso che una tale cooperazione esista rappresenta uno dei dati più significativi della nostra epoca. E forse è proprio qui che la critica dovrebbe concentrare la propria attenzione. Non sulle promesse ideologiche delle piattaforme, né esclusivamente sui loro effetti distruttivi, ma sulle possibilità storiche che esse rivelano involontariamente.
Perché la questione decisiva non è come immaginare un futuro completamente diverso dal presente. La questione è riconoscere in quali forme il futuro sia già incorporato, in modo contraddittorio e incompleto, nelle infrastrutture del mondo esistente. Ed è precisamente per questa ragione che Amazon, pur rappresentando una delle più potenti macchine di accumulazione mai prodotte dal capitalismo, può essere letta anche come il sintomo di qualcosa che eccede il capitalismo stesso: l’emergere di capacità collettive, di forme di coordinamento e di livelli di interdipendenza che rendono sempre più difficile pensare la società nei termini individualistici e proprietari ereditati dalla tradizione liberale.
Articolo frutto di una libera re-interpretazione dell’articolo del 2016 di Fredric Jameson
“Wal-Mart as Utopia”

