Breve genealogia dei centri sociali italiani e possibili scenari: dalle isole alle “infrastrutture di lotta”

Quando spazi come il Leoncavallo o Askatasuna sono stati sgomberati negli ultimi mesi, il rischio cui si va incontro nel parlarne è quello di raccontare la storia dei centri sociali come una semplice cronaca di occupazioni e sgomberi, o attraverso la lente di una “sottocultura” radicati in alcuni spazi. Ma se si prova a guardare con più accuratezza e profondità, diventa evidente che i centri sociali non sono stati soltanto “spazi”. Sono stati una forma storica di organizzazione politica urbana. Per questo la loro storia non coincide con quella dei singoli edifici. È una storia più lunga e complessa, che attraversa trasformazioni profonde del lavoro, dei tessuti metropolitani e dei movimenti sociali. E forse oggi, proprio mentre alcuni degli spazi più simbolici vengono messi in discussione o chiudono definitivamente, è possibile vedere con maggiore chiarezza come quella forma politica si fosse già esaurita da tempo ma anche le sue persistenze e gli “strumenti” che lascia per il futuro. Non nel senso che la possibilità politica autonoma, o i bisogni politici da cui nascevano, siano scomparse, ma nel senso che il mondo che le aveva prodotte non esiste più. Ma al contempo comprendere questa storia, con le sue continuità e rotture, ci aiuta a pensare la sfida del presente e le sue tendenze anche a partire da un percorso e dai tenti divenire politici possibili.

Per capire questa storia, bisogna tornare classicamente agli anni Settanta.

L’embrione dei centri sociali nasce dentro il ciclo di lotte che attraversa l’Italia tra la fine degli anni Sessanta e la seconda metà dei Settanta.

Prima delle occupazioni dei “Centri Sociali” vere e proprie esistono i circoli del proletariato giovanile, soprattutto nelle grandi città industriali. Sono luoghi che nascono dall’incrocio tra (altro) movimento operaio, autonomia giovanile, controculture musicali e lotte di quartiere. Spesso occupano spazi dismessi o inutilizzati, ma la loro funzione non è quella di costruire comunità alternative. Sono piuttosto dispositivi di organizzazione del conflitto: luoghi dove si mangia insieme, si organizzano concerti, si tengono assemblee, ma soprattutto si coordinano iniziative politiche. In altre parole, sono un’estensione territoriale delle lotte che attraversano fabbriche, università e quartieri popolari. Il primo Leoncavallo, occupato nel 1975 in un edificio industriale a Milano, nasce esattamente dentro questo contesto. Non come un rifugio o un luogo para-istituzionale, ma come un punto di concentrazione di una forza sociale che in quel momento è in espansione.

La fine degli anni Settanta interrompe bruscamente questo ciclo.

La repressione, la crisi delle organizzazioni rivoluzionarie, la trasformazione dell’economia industriale producono quello che spesso viene chiamato il “riflusso” del movimento. Negli anni Ottanta si sviluppano prime esperienze di centri sociali occupati, ma il loro ruolo cambia rispetto agli anni precedenti: non sono più il prolungamento territoriale di un movimento in crescita. Diventano piuttosto delle isole di resistenza. In un periodo segnato dall’arretramento delle lotte e dall’egemonia neoliberale, questi spazi custodiscono frammenti di controcultura e di socialità antagonista e fanno attraversare quel decennio portando avanti alcuni fili rossi. In quella fase il centro sociale funziona come un rifugio politico e culturale, una zona relativamente autonoma dentro una società che sembra aver chiuso il ciclo delle mobilitazioni di massa.

È solo negli anni Novanta che la situazione cambia di nuovo.

Caduta dell’URSS, nuovi movimenti come quello della Pantera che si confrontano con nuovi media come il fax, la crisi dei partiti di massa, la trasformazione delle città postindustriali e l’emergere di nuove pulsioni sociali aprono uno spazio politico inatteso. I centri sociali si moltiplicano in tutta Italia e diventano progressivamente qualcosa di diverso dalle isole degli anni Ottanta. Si affermano come luoghi di controcultura, ma anche come veri e propri laboratori politici. Dentro i capannoni occupati nascono scene musicali, reti artistiche, esperienze di vita collettiva, nuovi progetti di rottura. Punk, reggae, hip hop, le prime posse politiche: interi immaginari culturali passano attraverso questi luoghi. Ma anche nuove elaborazioni sovversive.

In quegli anni si sviluppano reti nazionali, campagne comuni, festival, incontri e cospirazioni che collegano esperienze anche molto diverse tra loro. Dentro questi spazi si producono musica, editoria indipendente, media autonomi e nuova sperimentazione politica. Si ragiona di forme di mutualismo e di cooperazione sociale. Ma soprattutto i centri sociali diventano una delle infrastrutture principali del movimento che alla fine del decennio verrà chiamato “no global”. L’apice di questa stagione è la contestazione al G8 di Genova del 2001. In quei giorni convergono nella città decine di migliaia di persone provenienti da centri sociali, collettivi studenteschi, reti internazionali e movimenti sociali. Genova rappresenta il momento in cui quella costellazione di spazi, culture politiche e pratiche di organizzazione urbana appare come una forza reale dentro il conflitto globale.

Ma, come spesso succede per le lotte, l’apice è anche un punto di chiusura e necessaria trasformazione.

La repressione del G8, le guerre che seguono l’11 settembre, la progressiva digitalizzazione della vita sociale e la ristrutturazione del lavoro cambiano profondamente il terreno su cui i movimenti si muovono. I centri sociali continuano a esistere e spesso rimangono spazi importanti per le lotte locali. Molti diventano punti di riferimento per campagne sul diritto alla casa, per reti di solidarietà con i migranti, per iniziative mutualistiche nei quartieri, per l’organizzazione del conflitto sociale. Alcuni svolgono un ruolo significativo anche nelle mobilitazioni studentesche e nel ciclo dell’Onda del 2008.

Eppure qualcosa è cambiato. I centri sociali dagli anni Dieci progressivamente non sono più il dispositivo organizzativo centrale dei movimenti, e (pur considerando che da sempre sono state esperienze estremamente eterogenee) iniziano a prendere direzioni politiche molto diverse tra loro.

La campagna di sgomberi di centri sociali storici effettuata dal Governo Meloni nell’ultimo periodo è sicuramente un attacco diretto ai movimenti, e prova a “regolare i conti” con realtà politiche che da sempre hanno fatto dell’antifascismo militante una loro pratica costitutiva. Ma è un’azione che agisce soprattutto sul piano del simbolico, perché i movimenti degli ultimi anni hanno avuto luoghi di nascita e propulsione ben al di là dei centri sociali – senza, con questo, negare un loro ruolo importante. Ma proprio questa dimensione simbolica, più che essere vissuta come un momento da cogliere come una “difesa”, può essere pensata come un momento di nuova sperimentazione politica -assumendo in modo radicale la chiusura definitiva di una forma politica che si è radicata in epoche e contesti in evaporazione.

Il centro sociale è stato una risposta a una configurazione storica specifica.

Nasce quando le città industriali si ristrutturano di fronte al conflitto operaio e sociale e si riempiono di spazi abbandonati, quando la crisi della fabbrica fordista spinge le lotte a spostarsi sul terreno urbano, quando esiste una forte composizione giovanile del conflitto in cerca di nuove forme e luoghi di espressione. In quei decenni occupare uno spazio significa creare una base territoriale per nuove forme di organizzazione politica.

Oggi i territori e la società sono molto diverse.

La finanziarizzazione urbana ha ridotto drasticamente gli spazi inutilizzati; i processi di trasformazione di interi quartieri definita da flussi globali (come il turismo) cambia con velocità i tessuti socio-urbani; la “piattaformizzazione” del lavoro disperde le forme tradizionali di socialità politica. Così come l’Internet di oggi ridefinisce le forme di interazione sociale e di produzione culturale. In un ambiente di questo tipo le vecchie isole autonome ma anche i luoghi di sperimentazione che si aprivano di fronte alla desertificazione socio-culturale non funzionano più allo stesso modo. Tutto è cambiato e sta cambiando, molto velocemente.

Questo non significa che l’eredità dei centri sociali sia scomparsa. Al contrario, molte delle pratiche che oggi attraversano le città – dal mutualismo alle reti di solidarietà, dalle occupazioni abitative ai media indipendenti, dalle lotte urbane agli snodi organizzativi autonomi – nascono proprio dentro quella storia. Più che nei singoli edifici, quindi, la loro genealogia vive nei saperi politici, nelle infrastrutture sociali autonome, in alcune forme di conflitto e nelle generazioni di militanti che hanno attraversato quegli spazi in questi decenni. Proprio per questo il problema oggi non è difendere nostalgicamente una forma che appartiene a un altro ciclo storico. La questione è piuttosto capire che cosa significa produrre spazio politico nella metropoli diffusa contemporanea.

Se il centro sociale è stato per decenni una base territoriale del conflitto, il terreno su cui oggi si muovono i movimenti sembra molto più diffuso e reticolare. Non più un “centro” né tantomeno un’isola relativamente separata dalla città, ma una costellazione di pratiche che attraversano quartieri, reti digitali, spazi di lavoro precario, infrastrutture sociali e culturali, snodi di lotta. In questo senso gli sgomberi di oggi non segnano la fine di alcuni luoghi simbolici o di una forma storica di organizzazione. Chi se ne importa di questo? Le forme politiche finiscono quando il mondo che le aveva prodotte è già cambiato da tempo. Il punto è che oggi si è di fronte a una sfida nuova, probabilmente più alta e densa di potenzialità di rottura e trasformazione. Il punto è come quella costellazione, ampia e variegata, di conflitti e lotte, può pensare nuove infrastrutture territoriali nel presente.

La domanda che resta aperta non riguarda quindi la sopravvivenza dei centri sociali.

Riguarda piuttosto la possibilità di immaginare nuove forme di organizzazione autonoma e sovversiva all’altezza delle trasformazioni della territorialità contemporanea. Perché se una storia si è da tempo chiusa, è quasi sempre il segnale che un’altra sta per cominciare. È quindi sulla possibilità di immaginare e costruire nuove infrastrutture di lotta che si misura una bella e inedita sfida politica, all’altezza delle profonde mutazioni urbane, delle forme del lavoro vivo, della comunicazione e della soggettività. Del turbinio del tempo storico che stiamo vivendo.