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navigare nei movimenti, ripensare l’organizzazione – tradUzione del dialogo con delta media

1. Quando e come è nata la mobilitazione?

Possiamo distinguere due “ceppi” distinti, che seguono una storica linea di divisione del paese. Da un lato nel Sud Italia, per lo più senza nessuna visibilità mediatica, da fine settembre si sono disseminati blocchi molto diffusi da parte di camionisti, piccoli imprenditori e settori legati alla dimensione agricola, in protesta contro il caro-carburanti. Dall’altro nel Nord Italia, si è assistito al montare di una protesta nelle scuole, che guardava molto alla Francia, con occupazioni e blocchi degli istituti, a partire da fine settembre/inizio ottobre. Ha poi iniziato a circolare una pagina Instagram (“Italia17ottobre”), totalmente autoconvocata da persone giovanissime e non appartenenti a realtà politiche, che ha convocato per il 17 ottobre una protesta contro il caro-vita che ha ottenuto una risposta di piazza in particolare a Milano, Brescia, Bergamo, Bologna e Torino (tutte città del Nord Italia). In modo del tutto auto-organizzato le piazze si sono riempite di alcune migliaia di persone, giovani e giovanissime, che (almeno per quel che riguarda Bologna) esprimevano rabbia per la precarietà, il costo della vita, con un senso molto politico e “consapevole”. Una dimensione “generazionale” che in qualche misura parlava di problemi vissuti sia in prima persona che all’interno delle famiglie. Dentro questa composizione, si è anche presa la scena con forza una soggettività (piccola nei numeri, ma radicalissima nei comportamenti) che in Italia viene spregiativamente chiamata “maranza”. Parliamo di ragazzini/e di 12-20 anni, non di più, razzializzati, con famiglie con background migratorio, che (per quanto la nostra inchiesta sta focalizzando) vivono per lo più in contesti di hinterland urbano. Sarebbe fuorviante e sbagliato parlare di “banlieue”, ma per capirsi potremmo fare una sorta di analogia di quel tipo. Abitanti di aree urbane molto lontane dai principali centri, stigmatizzate, sottoposte a frequenti controlli di polizia, che vivono con violenza quotidiana il razzismo. Questa componente ha determinato momenti di scontro molto radicale, durato spesso ore, con le forze dell’ordine. Il giorno dopo, solo a Milano, di nuovo un paio di migliaia di giovanissime è tornata in piazza, convocatasi su chat e social, diffondendo riappropriazioni nei negozi di lusso del centro, aggregandosi e disperdendosi in gruppi, con qualche scontro con la polizia. Questa soggettività (dopo alcuni lampi in periodo pandemico) ha iniziato ad affacciarsi alle piazze in modo un minimo strutturato a gennaio 2025, nelle proteste contro l’omicidio poliziesco di Ramy nel quartiere Corvetto di Milano. È interessante che in alcune piazze delle ultime settimane siano comparse delle bandiere italiane proprio “nelle loro mani”. Al contempo una rivendicazione e una sfida. Non credo proprio si possano fare dei copia/incolla del discorso che viene qui evocato su una “nouvelle Italie” per mimare il discorso della “nouvelle France”, ma elementi da approfondire in questo senso esistono.
La sera del 17 ottobre è circolata una pagina Instagram (“Movimento17ottobre”) che invitava a tornare in piazza il sabato successivo. Per quella pagina, il sabato dopo, è stato portato in carcere Youssef (e incriminata anche la sua compagna Sagia), con una criminalizzazione violentissima a mezzo stampa che lo indicava come “la mente” del movimento. Il tutto in un delirio istituzionale che parlava di “guerra ibrida”, Russia dietro le rivolte, e cose simili. Fatto sta che nonostante (ovviamente…) il suo arresto, il 24 molte più piazze si sono nuovamente riempite, con numeri più alti (e una composizione analoga) e con di nuovo un protagonismo molto conflittuale, con altri scontri. Infine, per il 30 ottobre era stato da tempo convocato da USB (un sindacato di base) uno sciopero generale. La data è decisamente esondata dai perimetri della sua convocazione, che molto probabilmente senza le tappe di lotta di cui sopra si sarebbe risolta in un momento piuttosto rituale e autoreferenziale. Il 30 centinaia di migliaia (c’è chi dice fino a un milione e mezzo) di persone sono scese in strada in tutta Italia, con blocchi delle tangenziali che richiamavano il Blocchiamo tutto per la Palestina dello scorso anno. Una data in primis “giovanile”, che non ha una diretta linearità con le mobilitazioni precedenti, ma che ha confermato l’esistenza in Italia di una serie di correnti di movimentazione sociale e politica in corso. Per chiudere, va detto che le componenti conflittuali giovanili non sono scese in piazza il 30, e per lo più il sindacato ha puntato a legittimarsi istituzionalmente puntando a piazze pacifiche. Un elemento problematica, ma diciamo che possiamo anche guarda al 30 come un momento di accumulo di forza e di conferma dell’esistenza di potenti correnti sociali in movimento.

2. Qual è la composizione sociale e politica del movimento? Quali continuità e discontinuità presenta rispetto ai movimenti degli ultimi anni e del passato? In particolare, quali rapporti si possono individuare con il movimento Blocchiamo tutto del settembre 2025 e con la mobilitazione in solidarietà con la Palestina e contro il genocidio a Gaza? Possiamo parlare dell’emergere di un nuovo soggetto politico e generazionale?

In parte ho già risposto alla prima domanda. Trazione fortemente giovanile, chiamiamola se vogliamo Gen Z, assumendo però che mischia soggettività differenti (ceto medio in via di proletarizzazione, studenti, proletariato e “sotto-proletariato” di periferia, forme sempre più sfumate di studenti/lavoratori “poveri”, etc.). La composizione politica organizzata ha un ruolo, che tuttavia viene anche spesso produttivamente spiazzato dalle piazze. E vede per lo più sindacalismo di base e collettivi politici autonomi dentro questo movimento. La continuità con il 2025 è da un lato “evidente”, ma non va presa in senso lineare. Il 2025 è stata una scossa profonda, probabilmente la più grande mobilitazione dell’ultimo mezzo secolo almeno in Italia. È tuttavia durata poco, una manciata di settimane (era legata alla rotta della Flottila, e la “tregua” a Gaza aveva potentemente inciso sul suo disinnesco). Probabilmente quell’esondazione ha lavorato sottotraccia in questo anno. Diciamo che assistiamo a una radicalizzazione di più componenti, a un clima complessivo che è mutato, a una serie di fratture che operano su più livelli della realtà sociale. Ma appunto è un quadro in movimento, non omogeneo.
Siamo sicuramente, ciò detto, di fronte a un movimento pienamente politico. Non a movimenti sociali nel senso di movimenti che si attivano su singole istanze, per lo più “guidati” da soggetti di lotta organizzati. Movimento politico nel senso che la singola istanza da cui si parte (la scuola, il caro vita, Gaza, o altro) si generalizza immediatamente in una contestazione più ampia dell’ordine sociale, e in qualche misura movimenti che si “autoconvocano” nelle piazze “a prescindere” dai soggetti che le indicono. Per chiarezza: non si vuole negare l’importanza (evidente!) dei soggetti organizzati nel poter indire e creare condizioni di possibilità per le mobilitazioni, quando indicare la necessità di ripensare le loro funzioni. Che non possono essere né quelle di una “guida esterna” né quelle di un semplice “supporto” a una sorta di movimento “spontaneo”. Siamo di fronte a un quadro più (felicemente) complesso, che richiede di essere sia compreso che agito in modo per larghi tratti inedito.
Per chiudere, chiedete se “possiamo parlare dell’emergere di un nuovo soggetto politico e generazionale”. Anche questo lo accennavo, sì, c’è una nuova soggettivazione di massa in atto. Forse il termine “soggetto” è un po’ pesante, ma quella di una ricomposizione è una direzione possibile. La dimensione giovanile è evidente, ma anche qui io farei attenzione. L’impressione non è quella di una gioventù che si soggettiva contro l’autorità in stile ’68, per capirci. Questo nonostante la scuola italiana nell’ultimo decennio abbia subito un deciso indurimento delle dimensioni disciplinari e di controllo. Se quindi c’è probabilmente da scavare su questa dimensione di contrapposizione al “Potere” che può covare nelle scuole, c’è d’altra parte una sorta di “condivisione” di una condizione con, ad esempio, la condizione delle famiglie di appartenenza, che è molto diversa dal ’68. Le madri e i padri di questa generazione sono essi stessi una generazione largamente precaria, non c’è come in altre fasi storiche una contrapposizione con la Famiglia in quanto garante di ordine e stabilità, quasi come se ci fossero più “condizioni comuni” (in senso ovviamente “negativo”, di discesa sociale, di proletarizzazione) rispetto al passato tra figli e genitori. È questa più una traccia di inchiesta che altro, ma per appuntarla e condividerla.

3. In quale congiuntura della politica italiana si colloca questa mobilitazione? Come leggete le connessioni con ciò che si muove al di fuori dell’Italia, in particolare con le mobilitazioni in corso in Francia e in Belgio? Quale ruolo svolgono gli appelli transnazionali e quali parole d’ordine, pratiche di lotta e immaginari comuni attraversano queste mobilitazioni?

È una congiuntura con tratti che io penso possano essere per ampi tratti letti più a partire da una dimensione “globale” che da quella nazionale o locale. Poi ovvio, il nazionale e il locale hanno il loro peso, ma le “cause di fondo” mi paiono più legate alla congiuntura di guerra, alla crisi egemonica dell’ordine liberale a guida statunitense, alla mai chiusa crisi economica iniziata con il 2007-2008, etc. Ciò detto, in Italia siamo al quinto anno del governo Meloni, un governo con una genealogia neofascista nel partito di maggioranza, che però si è subito allineato all’Atlantismo e che, oltre ad annunci e a decreti repressivi delle lotte, non verrà ricordato per particolari riforme. Il prossimo anno ci saranno le elezioni, come in Francia. L’impressione è di un clima però meno polarizzato di quello francese, nonostante in qualche misura dopo il periodo precedente (in cui anni di governi tecnici, “di centro”, avevano dal 2011 di fatto commissariato l’Italia, a cui ha fatto seguito l’irruzione del Movimento 5 stelle che per alcuni anni aveva scompaginato la dicotomia destra-sinistra), oggi a livello istituzionale si sia – almeno al momento – ristabilita una certa logica “dei due campi”. La diffusione delle mobilitazioni per un effetto contagio tra paesi mi pare evidente. È d’altra parte qualcosa a cui assistiamo da una quindicina d’anni, con intensità differenti. Si guardi ai cicli 2011-2013 (dalla Tunisia al Brasile) e 2018-2020 (dai gilet jaunes a Black Lives Matter, passando per il Cile). Nel 2024-2025 c’è stata una potente insorgenza asiatica, e ora siamo a un tornante europeo (e in molti paesi africani). Ovviamente parliamo di geografie non lisce, stratificate da imperialismo e legacy coloniali. Ma è un dato su cui riflettere. La digitalizzazione ha in queste propagazioni un ruolo evidente e cruciale. La Francia ha dato uno stimolo di immaginario potente per l’Italia, ma non sottovalutiamo quanto sta avvenendo in Albania o in Serbia. Certo, organizzare queste sincronizzazione, che avvengono in sfere evidentemente al di là di una sorta di “direzionabilità politica volontaria”, resta un problema apertissimo. Però possiamo guardare con interesse a come poter sperimentare in questa direzione. Lo sciopero italiano del 30 ottobre, quello francese del 5 novembre, quello spagnolo dell’11 novembre, possono dirci qualcosa in questo senso.

4. Quali discussioni sono in corso, in particolare a Bologna, sul ruolo delle realtà organizzate di movimento? Come si confrontano queste realtà con un movimento nato al di fuori delle organizzazioni preesistenti, caratterizzato da una composizione sociale e politica e da pratiche in parte autonome rispetto a esse?

Da un lato c’è certamente entusiasmo. Dopo tanti anni in cui il conflitto di piazza viveva per lo più per azione delle soggettività organizzate, il protagonismo dell’ultimo anno/anno e mezzo è qualcosa che rincuora e apre nuove possibilità. Dall’altro certo c’è anche un po’ di produttivo spaesamento, una necessità di ripensare il proprio ruolo dentro un contesto politico-sociale mutato. Su un altro piano, diciamo che in quest’ultimo anno a mio avviso sono emersi i punti di forza e di debolezza di ogni singola forma organizzativa. Solo per fare un esempio. È evidente che senza una forma-sindacato non è (almeno all’oggi) possibile indire uno sciopero generale vero e di massa. Al contempo, non credo si possa dire che quella stessa forma-sindacato sia espressione di rapporti di forza reali nella maggior parte dei luoghi di lavoro, è come su all’oggi il sindacato supplisca all’assenza di organizzazioni politiche in grado di indire mobilitazioni. E stiamo spesso vedendo come le “tare congenite” della forma sindacale (burocratizzazione, tendenza alla ricerca delle tessere, compromessi con le contro-parti, etc) si riproducono inesorabilmente. Anche tutto un altro ambito di organizzazioni (più legate alla tradizione autonoma) sta mostrando i suoi limiti nella difficoltà a esprimere una forza riconoscibile di costruzione di senso e orientamento nelle mobilitazioni.
Da qualche tempo cerchiamo di ragionare, un po’ come ha proposto nel libro Né verticale né orizzontale Rodrigo Nunes, attraverso la metafora di una “ecologia organizzativa”. Ossia sul fatto che la lotta di classe oggi, i movimenti e i conflitti, si producono (anche) attraverso l’assemblaggio di forme organizzative eterogenee (sindacati, centri sociali, collettivi, in alcuni casi – non in Italia – partiti, o altro). E che avere a mente questa dimensione ci aiuta a ragionare le dinamiche politiche in modo più complesso. Ciò detto, l’ecosistema delle organizzazioni non è evidentemente “piatto”, deve esso stesso organizzarsi. E spesso anche in modi molto conflittuali al proprio interno. E comunque una soggettività in grado di orientare e trainare un’ecologia organizzativa serve. Noi ci stiamo interrogando su come poter costruire delle proposte di lotta “dentro il movimento”, e su come poter potenziare strumenti di comunicazione politica e di “senso e prospettiva”. Un vasto programma, evidentemente… Diciamo che se per un po’ di anni ci siamo dedicati soprattutto alla costruzione di radicamento territoriale, legittimazione sociale di pratiche antagoniste, strutturazione di interventi politici in scuole, università e quartieri, costruzione di infrastrutture (se vogliamo, per chi conosce un po’ la storia dell’Autonomia, guardano al modello dei Collettivi Politici Veneti), oggi probabilmente si tratta di inserire anche una dimensione differente. Sempre giocando di metafore, diciamo che da un fare più “di terra” ci si muove verso una fase più di “navigazione”, e su questo torna forse utile riprendere in mano l’esperienza di Rosso, l’Autonomia milanese della seconda metà dei ’70.

5. Come stanno reagendo il governo Meloni e le istituzioni alla mobilitazione? Quali forme assume la repressione e quali effetti può avere sullo sviluppo del movimento?

La risposta governativa è solo repressiva, non ci sono state (anche perché anche volendo non ce ne sono le condizioni economico-politiche oggettive, per lo più) risposte con tentativi di cooptazione o di dare briciole per depotenziare la movimentazione, se non qualcosa dispetto al Sud Italia (che in qualche misura è anche per alcuni tratti più sovrapponibile all’elettorato di riferimento del Governo). È stato emanato proprio in questi giorni un ennesimo “decreto-sicurezza”, un decreto legge che inasprisce ulteriormente le “pene per reati di piazza” e introduce il “fermo preventivo” anche per i minorenni (si può essere arbitrariamente fermati e portati in questura per 12 ore prima di una manifestazione se ritenuti “pericolosi” dalle Questure). Misure che di fatto non incidono sulla mobilitazione, almeno nel breve periodo. L’anno scorso era stato approvato dal Governo un “pacchetto sicurezza” che per la terza volta rendeva ancora più pesanti le condanne (carcere e multe) per il blocco stradale. Pochi mesi dopo centinaia di migliaia di persone hanno bloccato le strade in tutta Italia… Poi certamente per le dimensioni militanti il carico repressivo si sta facendo più pesante che in passato, con multe, daspi urbani (allontanamento da alcune aree della città), divieti di dimora, richieste di sorveglianze speciali, etc in aumento. Misure che chiaramente colpiscono anche le persone non immediatamente legate alle realtà politiche che vengono fermate nelle piazze. Va anche detto però che se in questi anni la conflittualità di piazza è aumentata è anche per il cambiamento della linea governativa sulla sua gestione. Fino a pochi anni fa in Italia la gestione dell’ordine pubblico era quasi esclusivamente svolta dai reparti di celere. Il confronto di piazza per quel motivo coinvolgeva per lo più le soggettività militanti disponibili a contrapporsi frontalmente alla polizia. Oggi invece la gestione delle piazze avviene sempre più ampiamente con il ricorso a una profusione di gas lacrimogeni e di idranti. Questo coinvolge immediatamente moltissime persone e allarga lo scontro ben oltre le “prime file” delle manifestazioni. Se l’intento era probabilmente quello di generare paura e allontanare partecipazione dalle piazze, al momento pare si sia ottenuto il risultato opposto. Ovviamente questo non va letto come un “tanto peggio tanto meglio”, sia chiaro! Ma è un dato da registrare. E personalmente anche una certa enfasi diffusa su una grave “torsione autoritaria” in atto non mi convince molto.

6. Quali sono le prospettive della mobilitazione? Quali possibilità di consolidamento e di estensione si aprono? Quali sono i principali nodi politici e organizzativi che il movimento si trova ad affrontare?

Al momento sta aleggiando la possibilità di una nuova mobilitazione “auto-convocata” per il 7 novembre sul caro-vita, e ci sarà una data significativa il 20 novembre. È una data studentesca che gira anche in altre parti d’Europa (ad esempio in Germania contro la leva militare), e che qui la CGIL (il principale sindacato concertativo) ha indetto come sciopero generale. Probabilmente si produrrà un evento nazionale con convergenza a Roma su dicembre, è probabile… Ci sarà da “divertirsi”, e da agire in modo intelligente e militante in questi appuntamenti. Ma al di là di queste scadenze, a mio avviso il tema per noi urgente è trasformarci dentro questa nuova fase alla ricerca di salti in avanti organizzativi e politici all’altezza.
A me pare che per garantire consolidamento ed estensione dobbiamo collettivamente lavorare sull’immaginare e costruire dei “luoghi” socio-politici dove il movimento possa trovare una temporalità non unicamente scandita dalle piazze. Dove si consolida al di là dei momenti di picco. Delle basi materiali di organizzazione. Un lavoro politico-organizzativo tutto da inventare. Dove con luoghi intendo anche forme digitali è! Prendiamolo in senso metaforico. Ma diciamo che abbiamo bisogno di capire come le correnti sociali in movimento possono sviluppare contatto, dialogo, costruzione di immaginari e pratiche, strategia. Poi luoghi magari anche fisici. L’impressione infatti è che alcuni luoghi “tradizionali” (ad esempio le università, per non parlare dei centri sociali!) da tempo non funziono più come spazi di aggregazione politica con capacità di esprimere queste funzioni. E anche sul terreno dei luoghi di lavoro e dei quartieri, non è facile individuare dove concretamente si possano condensare forme continuative di organizzazione, incontro, “istituti di contro-potere”. Diciamo che il ragionamento che stiamo sviluppando è quindi ampio, la sfida è quella di come tenere assieme una forma organizzativa adeguata all’oggi, delle ipotesi di lotta sociale, e un’internità ai movimenti che possa complessivamente disegnare dei dispositivi politici efficaci, conflittuali, in grado di incidere e costruire potere collettivo. Mi rendo conto, siamo su un piano per lo più astratto, ma il disegno di “macchine politiche” per il presente non è d’altra parte un qualcosa su cui all’oggi esistano esperienze-modello a cui ispirarsi. Abbiamo bisogno di metodo, dedizione, militanze, creatività, studio e azione per lavorare in questa direzione.
Come accennavo prima, infine, si tratta di attivare una ricerca politica che possa giocare su più piani. Una certa capacità di radicamento territoriale con una di “navigazione” nei flussi di movimento, una capacità di scatenamento della potenza politica insita nell’attuale dimensione di connessione tecnologica con una paziente articolazione di lavoro di base, delle risonanze internazionaliste con la necessità di dare risposte concrete di quartiere in quartiere, la capacità di autodifesa e avanzamento nello scontro di piazza con l’efficacia comunicativa. Vaste programme… Quel che possiamo probabilmente dare per certo, è che viviamo in una congiuntura strutturalmente instabile, in un momento di “riapertura della Storia”. Non so se saremo capaci di cogliere le possibilità che ci sono e che si apriranno, ma sicuramente possiamo attrezzarci per provarci. E non è poco.