Una pantera (rosa) si aggira per l’Europa
Marzo 2025. Proteste in Turchia contro il governo di Erdoğan. Un manifestante travestito da Pikachu scappava dalla polizia e diveniva virale. Altre sue immagini ancora più spettacolari sono state generate con l’AI. Qualcosa di analogo pare sia accaduto con la Pantera rosa inseguita da un idrante a Parigi lo scorso 17 ottobre. Tra fine 2025 e inizio 2026 nelle proteste contro l’ICE negli States proliferano personaggi di Dragon Ball e Tartarughe Ninja, costumi di Halloween, gonfiabili da indossare come T-Rex e Unicorni, pigiamini Primark, Labubu giganti. L’apice probabilmente si raggiunge a Minneapolis il 22 agosto 2026 quando Spiderman aggredisce l’attivista di estrema destra Jake Lang durante una manifestazione. D’altra parte, la bandiera pirata di One Piece aveva sventolato in molte piazze asiatiche ed europee tra il 2024 e il 2025, così come si notano nelle recenti lotte brasiliane ripetuti simboli della tre dita come Katniss Everdeen in lotta contro i nemici di Capitol City di Hunger Games. Bella ciao è una canzone diffusa nelle proteste a più latitudini – naturalmente non nella versione partigiana old school, ma in quella resa celebre da La casa di carta.
Questa diffusione di simboli pop nei conflitti non è in assoluto una novità, basti pensare al ruolo che aveva avuto la maschera di V per Vendetta di Guy Fawkes nelle insorgenze del 2011-2013. Ci pare però segnalare un rovesciamento rispetto a una quindicina di anni fa. Se infatti quel precedente ciclo di lotte era spesso raccontato (e, diciamolo, in modo riduttivo e problematico) come la “Twitter/Facebook Revolution”, oggi siamo probabilmente dentro uno scenario mutato e più radicale. Potremmo iniziare questa storia ancora prima. I movimenti degli anni Novanta e primi Duemila potevano sperimentare social media autogestiti ante litteram, nati nelle culture hacker e diy – do you remember Indymedia? Un decennio dopo i primi social media avevano già prodotto uno scarto decisivo. Ma oggi siamo di fronte a un salto. L’ipotesi che vorremmo proporre è la seguente: mentre tra gli anni Novanta e gli anni Zero abbiamo assistito a una progressiva digitalizzazione delle esistenze, e con gli anni Dieci questa è diventata una compiuta nuova forma di vita con le infrastrutture digitali costruite dalle grandi piattaforme, le nuove generazioni nate e cresciute in questo contesto stanno in qualche misura invertendo la direzione. Proviamo a spiegare meglio, pur semplificando un poco. La tesi è che se in precedenza la dinamica è stata quella di un ingresso di massa nel cyberspazio, oggi la distinzione stessa tra cyber e spazio ha sostanzialmente perso di significato.
La piazza e lo smartphone sono lo stesso territorio
Se ancora con Anonymous si poteva declamare “Street and Net, United we Stand”, oggi quella geografia della politica, che in qualche misura assegnava alla strada il compito della realtà e al digitale quello della sua rappresentazione, non funziona più. Se una generazione intera ha attraversato la digitalizzazione come una trasformazione storica, assistendo alla progressiva migrazione delle relazioni, dell’informazione e della socialità dentro le piattaforme, la generazione che oggi entra nella vita politica, invece, è nata in un mondo nel quale quella trasformazione era già avvenuta, almeno in larga parte. Per milioni di persone, la cosiddetta Generazione Z, la rete è il tessuto ordinario dell’esistenza, il luogo nel quale si formano amicizie, desideri, linguaggi, appartenenze, immaginari. La piazza e lo schermo non sono due mondi da collegare attraverso un’operazione di traduzione ma due superfici dello stesso territorio sociale, attraversato da flussi continui di persone, immagini, denaro, informazioni e comandi. È quello che possiamo chiamare “continuità digitale”, dentro la quale l’AI sta ulteriormente approfondendo e radicalizzando lo scenario.
Non è un caso se le proteste di massa e le rivolte di strada replicano le stesse logiche di Internet, la sua cultura fatta di slogan-meme, eroi-influencer e logiche di ingaggio da videogioco, tra gamification e ricerca di visibilità. Anche la protesta ha bisogno degli algoritmi per prosperare, e le rivolte esplodono laddove la soglia tra “mondo reale” e “internet” è talmente sfumata che la folla sembra voler entrare fisicamente dentro le immagini che consuma ogni giorno, assumendone gli stessi tratti. E sono (anche) il frutto del gap tra il mondo che si vorrebbe e la realtà in cui si abita. Gli algoritmi dei social da sempre operano una ambigua dinamica “democratizzante” che promette “a tutti” di poter ascendere socialmente grazie alla visibilità, di “sognare la vetta”. Ovviamente ci si muove su una soglia problematica, ambivalente, in cui viralità, hype conflittuali, il formarsi di sciami (masse, si sarebbe detto una volta), meme che si materializzano in strada, possono aprire inediti spazi di conflittualità così come rivelarsi effimere forme di uno spettacolo che alla fine fagocita tutto.
Ci interessa però indagare e approfondire il primo versante di questa ambivalenza, ossia quando un meme condensa una rabbia diffusa, una sequenza cinematografica offre una grammatica comune a esperienze lontane, una canzone diventa la colonna sonora di una moltitudine che ancora non conosce il proprio nome. Quando i costumi in piazza servono ad attirare l’attenzione delle telecamere ma anche a ridicolizzare le forze dell’ordine con le loro tenute professionali antisommossa, trasformando la sproporzione visiva tra il potere armato e il manifestante travestito in una gag politica. L’accostamento tra costume pop e situazione drammatica produce un cortocircuito da social virale mentre avviene in una strada. Forme di vita onlife. Possiamo dunque guardare questi fenomeni come una protesta che si mette in scena per essere consumata, mera performance, oppure come l’emergere di una nuova condizione del conflitto nella quale circolazione delle immagini, formazione di sensibilità comuni e occupazione delle strade appartengono a un unico processo insorgente. Dietro il giudizio negativo sull’estetizzazione della rivolta si nasconde spesso la convinzione che la sua verità risieda nella presenza fisica, nell’organizzazione riconoscibile, nella parola pronunciata in assemblea, mentre tutto ciò che attraversa gli schermi apparterrebbe a una sfera sospetta, volatile, subordinata alle logiche dello spettacolo. Per noi non è così.
Rivolta.exe
La questione fondamentale non è se il virtuale sia reale o irreale, ma come le capacità umane che lo producono vengono organizzate socialmente, catturate dal capitale e, potenzialmente o in atto, riattivate come potenza autonoma. Su questa soglia, su questo movimento continuo tra cattura del capitale e potenziali di autonomia, si situa una partita decisiva per una lettura politica insorgente nell’epoca della continuità digitale. Ogni rivoluzione ha avuto bisogno di immaginare sé stessa prima di riuscire a riconoscersi nella storia. Le stampe, i giornali, i romanzi, le canzoni, i simboli religiosi e le iconografie popolari hanno accompagnato le insurrezioni fornendo loro immagini nelle quali rendere visibile un mondo possibile. La specificità del presente risiede nella velocità e nella scala con cui questi immaginari vengono prodotti, condivisi e trasformati, dentro un ambiente in cui milioni di persone possono partecipare alla costruzione di un linguaggio politico senza attendere che qualcuno lo elabori per loro. La cultura pop diventa così una materia instabile, attraversata da appropriazioni e rovesciamenti, nella quale i prodotti dell’industria culturale possono essere sottratti ai loro significati originari e messi al lavoro per altri fini. Sarebbe ovviamente ingenuo attribuire a questa circolazione una vocazione liberogena automatica. Il punto però è che proprio questa contraddizione rende insufficiente ogni nostalgia per una politica finalmente liberata dagli schermi, come se bastasse spegnere i telefoni per ritrovare una comunità originaria, una classe già unita, un popolo in attesa di essere convocato.
Il problema politico oggi si trova altrove, nel rapporto tra la potenza di connessione che attraversa la società e la capacità di organizzare quella potenza contro le condizioni che la governano. La viralità può accendere una miccia, far conoscere una violenza, rompere il monopolio di una narrazione ufficiale, mettere in comunicazione persone separate da migliaia di chilometri. Il suo movimento, tuttavia, rimane esposto alla dispersione quando non riesce a sedimentare in rapporti durevoli, in forme di cooperazione, in capacità di interrompere il funzionamento ordinario delle cose. Torna in fondo una vecchia questione rivoluzionaria, che ogni epoca deve affrontare con gli strumenti della propria congiuntura: come passa una forza sociale dalla sua esistenza diffusa alla capacità di agire politicamente? Lenin conosceva bene il problema della circolazione, dell’organizzazione e della costruzione di un linguaggio comune, in una società nella quale i giornali potevano diventare infrastrutture materiali di una politica rivoluzionaria. Oggi il terreno è radicalmente diverso, e sarebbe sterile cercare analogie meccaniche tra il giornale clandestino e il feed algoritmico. Tuttavia, rimane intatta la questione strategica di come trasformare una molteplicità di esperienze in una forza capace di conoscere i propri nemici, coordinare le proprie azioni e intervenire nei rapporti sociali. L’orizzonte che si apre è quello di una politica che assuma la continuità digitale come una condizione materiale del conflitto e lavori a trasformarla.
Lottavano così come si gioca,
I cuccioli del maggio era normale
Loro avevano il tempo anche per la galera
Ad aspettarli fuori rimaneva
La stessa rabbia la stessa primavera…

