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Il terzo contro-circuito: frammenti di un’Intifada globale? – Verso una nuova sincronizzazione planetaria delle insorgenze


Dalle periferie italiane e francesi alle piazze tunisine, dalle rivolte giovanili in Asia alle mobilitazioni contro il carovita in Africa: qualcosa si sta rimettendo in movimento. Dopo i cicli del 2011-2013 e del 2019-2020, potremmo trovarci all’inizio di una nuova fase di propagazione planetaria dei conflitti. Proponiamo alcuni appunti basati soprattutto sull’esperienza di piazza delle ultime due settimane in Nord Italia, cercando però di ampliare lo sguardo. Ci pare che, dentro l’attuale congiuntura di guerra e di ulteriore accelerazione tecnologica dovuta all’AI si stiano definendo le condizioni per un nuovo ciclo di insorgenza. Non si tratta più di “movimenti sociali” guidati da militanti politici, ma di “movimenti politici” che si autorganizzano.

Il terzo contro-circuito planetario

Il 17 ottobre, mentre migliaia di persone manifestavano nelle città italiane contro il carovita, a Tunisi prendeva forma la più grande protesta degli ultimi anni contro il presidente Kais Saied. Nei giorni successivi, nuove mobilitazioni e scontri si sono susseguiti in diverse località tunisine. In Senegal, tredici organizzazioni sindacali hanno proclamato uno sciopero generale di tre giorni, coinvolgendo settori strategici come i trasporti, la scuola e la sanità. A Mauritius, le proteste contro la mancanza d’acqua e l’aumento del costo della vita hanno assunto dimensioni inedite, mentre in Kenya si preparano nuove iniziative contro il rincaro dei carburanti. Il 24 ottobre, in Italia, una mobilitazione convocata nel giro di pochi giorni attraverso alcune pagine Instagram ha portato nuovamente in piazza migliaia di persone, in gran parte giovanissime, in diverse città del Nord, mentre proseguono molti blocchi al Sud. E poi le piazze francesi, albanesi, spagnole, serbe…

Questa contemporaneità, da sola, non dimostra l’esistenza di un movimento globale. Le ragioni delle proteste sono differenti, le composizioni sociali non coincidono e le traiettorie politiche seguono storie territoriali specifiche. Eppure, se allarghiamo lo sguardo oltre l’Europa e il Mediterraneo, includendo le mobilitazioni giovanili che negli ultimi anni hanno attraversato Bangladesh, Sri Lanka, Indonesia, Nepal e Filippine, emerge una questione che non può essere liquidata come una semplice coincidenza: perché, in contesti tanto diversi, si stanno riattivando forme di insorgenza capaci di mettere in discussione, talvolta in pochissimo tempo, assetti politici apparentemente consolidati?

Proviamo ad avanzare l’ipotesi che stiamo assistendo all’avvio di un terzo ciclo di quello che possiamo chiamare effetto farfalla o contro-circuito planetario. Il primo ciclo si è sviluppato tra il 2011 e il 2013, quando la sequenza aperta dalle rivolte tunisine e dalla rivoluzione egiziana ha trovato corrispondenze nelle piazze europee, da Madrid ad Atene, da New York a Istanbul fino al luglio brasiliano del 2013. Il secondo ha preso forma tra il 2019 e il 2020, con una nuova propagazione di rivolte e mobilitazioni che ha attraversato l’insurrezione in Cile, l’Ecuador, il Libano, l’Iraq, Hong Kong e numerosi altri contesti. Oggi potremmo trovarci all’inizio di una terza fase, preceduta e in parte preparata dalle insorgenze degli ultimi anni, dalla già rivolta del Bangladesh nel 2024 alle mobilitazioni in Nepal, Indonesia e altri paesi nel 2025, con uno snodo decisivo alle nostre latitudini con il Blocchiamo tutto, fino alle nuove agitazioni che attraversano l’Europa e il continente africano nell’autunno del 2026.

Non si tratta di stabilire una successione meccanica di cicli, né di annunciare prematuramente una nuova “primavera dei popoli”, quanto di riconoscere una dinamica politica ricorrente: in determinate congiunture, conflitti che maturano separatamente cominciano a propagarsi, a risuonare l’uno nell’altro e a produrre effetti che eccedono le condizioni locali da cui hanno avuto origine.

Un contro-circuito nella “metropoli planetaria”: una propagazione che attraversa le connessioni del mondo contemporaneo e ne riutilizza le infrastrutture, le interdipendenze e i canali di comunicazione, trasformandoli in vettori di conflitto. Le connessioni attraverso cui viene organizzata la vita planetaria possono diventare anche le condizioni materiali e comunicative della sua contestazione. Questo non significa evidentemente che tutte le lotte diventano tra loro uguali o che si possa dare per scontata la loro interconnessioni, né che questi contro-circuiti contengano forme organizzative connaturate. Ma qui si può trovare una base materiale per immaginare le attuali e future forme del conflitto sociale, delle autonomie e di altri futuri possibili.

Dalle questioni sociali ai movimenti politici

Le mobilitazioni italiane di ottobre offrono un osservatorio particolarmente interessante. Il 16 ottobre, in numerose scuole, sono scesi in piazza studenti e studentesse di istituti professionali, tecnici e licei. Il giorno successivo, le manifestazioni contro il carovita hanno coinvolto migliaia di persone a Milano, Torino Bologna, Brescia e Bergamo. Le dimensioni, considerate singolarmente, non sono eccezionali. La novità risiede piuttosto nella composizione delle piazze, nell’età dei partecipanti e nella rapidità con cui la convocazione si è diffusa.

In alcune città, una parte dei cortei ha proseguito oltre i percorsi previsti, raggiungendo luoghi simbolici e nodi della circolazione urbana. A Milano e Bologna, le manifestazioni sono sfociate in scontri con la polizia. Il 18 ottobre, a Milano, gruppi di giovanissimi, anche provenienti dalle periferie e caratterizzati da una composizione razzializzata, si sono nuovamente autoconvocati, alternando concentrazione e dispersione, azioni collettive e piccoli gruppi. Non è una dinamica riconducibile alle organizzazioni politiche tradizionali, né è sufficiente descriverla come una semplice esplosione di rabbia. Una simile dinamica si è ripetuta ed estesa il 24 ottobre.

Parallelamente, nel Mezzogiorno, camionisti e piccoli proprietari hanno organizzato presidi e blocchi contro il rincaro dei carburanti, soprattutto in Calabria e Campania. Si tratta di soggetti sociali differenti, con interessi e culture politiche che non coincidono necessariamente con quelli dei giovanissimi scesi in piazza al Nord. Eppure, entrambi reagiscono a una pressione che investe le condizioni materiali della riproduzione sociale: il costo dei trasporti, l’accesso ai beni essenziali, la possibilità di vivere e lavorare senza vedere continuamente erosi i propri margini di autonomia.

La convergenza non è (ancora?) un progetto comune. È però un indizio di come questioni apparentemente settoriali possano trasformarsi in una contestazione più generale dell’ordine politico ed economico.

Qui diventa utile distinguere tra movimenti sociali e movimenti politici. Le mobilitazioni che osserviamo nel mondo nelle ultime settimane partono spesso da rivendicazioni circoscritte: il prezzo della benzina, il diritto alla casa, la qualità della scuola, la corruzione, le restrizioni delle libertà civili. Ma il loro significato non si esaurisce in questi punti di partenza. Quando la precarietà economica si combina con la percezione di un sistema politico impermeabile, quando la mancanza di prospettive si intreccia con la repressione, una rivendicazione specifica può diventare il punto di accesso a un rifiuto più ampio delle modalità attraverso cui viene governata la società.

In questo senso, la dimensione giovanile è decisiva, ma non va trasformata in una spiegazione autosufficiente. Non esiste una generazione Z politicamente omogenea, dotata di una “coscienza” comune per il solo fatto di condividere un’età o le stesse piattaforme digitali. Quello che emerge è piuttosto una particolare congiuntura generazionale: una parte crescente dei giovani si trova davanti a un futuro percepito come strutturalmente peggiore del presente, mentre le istituzioni sembrano incapaci di rispondere alle loro aspettative e, in molti casi, intervengono soprattutto per restringere gli spazi di dissenso. Tra le giovanissime si sente spesso l’espressione “non abbiamo le carte”. Si percepisce di essere sedute a un “tavolo di gioco” al quale però di fatto non si può giocare. E allora l’idea che il tavolo debba essere ribaltato diventa in qualche misura “razionale”.

La questione palestinese, in Italia, ha contribuito a questa soggettivazione. Le mobilitazioni e i blocchi dell’autunno 2025 hanno offerto a una parte della popolazione giovanile un’esperienza di partecipazione collettiva, un linguaggio politico e la percezione che fosse possibile intervenire direttamente nello spazio pubblico. Non esiste un rapporto lineare tra quelle mobilitazioni e le piazze di ottobre 2026, ma è plausibile riconoscervi un terreno di politicizzazione che non si è esaurito con la fine delle singole iniziative.

Il carattere politico di queste insorgenze si manifesta anche nella risposta delle istituzioni. In Italia, di fronte alle proteste, il governo ha rilanciato misure di sicurezza e proposte repressive, comprese quelle rivolte ai minorenni, senza aprire un confronto sostanziale sulle condizioni che hanno alimentato il dissenso. La repressione può contenere una manifestazione, ma difficilmente risolve le contraddizioni che l’hanno resa possibile. Quando diventa la risposta prevalente, rischia anzi di confermare la percezione di un sistema che sa esercitare il proprio potere più facilmente di quanto sappia ascoltare le domande che provengono dalla società.

L’effetto farfalla e la geografia delle rivolte

Per comprendere ciò che sta accadendo occorre superare una prospettiva che assume l’Europa come perimetro naturale dell’analisi politica. La contemporaneità delle mobilitazioni non si ferma ai confini europei, né può essere ricondotta esclusivamente alla circolazione di modelli occidentali di protesta.

Na abbiamo già accennato all’inizio, ma ripetiamolo. In Bangladesh, nel 2024, una mobilitazione studentesca contro il sistema delle quote per l’accesso al pubblico impiego si è trasformata in una rivolta che ha portato alla caduta del governo di Sheikh Hasina. In Nepal, nel settembre 2025, le proteste giovanili contro la corruzione, il nepotismo e il divieto di utilizzare diverse piattaforme social hanno travolto il governo. In Indonesia, le manifestazioni del 2025 hanno intrecciato la rabbia contro i privilegi parlamentari, le disuguaglianze e i tagli al welfare con la partecipazione di giovani lavoratori e lavoratrici delle piattaforme. Anche nelle Filippine, le proteste contro la corruzione hanno mostrato la capacità delle reti digitali di contribuire alla costruzione di mobilitazioni di massa. Nel corso del 2026, le tensioni non sono scomparse: in India, all’inizio di ottobre, manifestanti hanno contestato le modifiche alle liste elettorali, denunciando il rischio di esclusione di aventi diritto e chiedendo responsabilità alle autorità elettorali.

Queste esperienze non costituiscono un unico movimento asiatico. Hanno obiettivi, composizioni e conseguenze differenti. Ma mostrano come la crisi delle opportunità sociali, la corruzione, la chiusura degli spazi democratici e la concentrazione del potere possano convergere in una contestazione generazionale capace di mettere in difficoltà governi e istituzioni. Le analisi delle proteste asiatiche più recenti hanno inoltre evidenziato la circolazione di simboli comuni, linguaggi memetici e repertori d’azione, pur sottolineando quanto sia difficile trasformare queste risonanze in un coordinamento politico stabile.

Il quadro africano rende ancora più evidente la necessità di uno sguardo planetario. In Tunisia, la manifestazione del 17 ottobre ha riunito migliaia di persone contro l’autoritarismo di Kais Saied, il deterioramento delle condizioni economiche e la restrizione delle libertà. Nei giorni seguenti, le proteste si sono intrecciate con la rabbia per le morti durante interventi di polizia e per le carenze dei servizi sanitari. In Senegal, lo sciopero generale ha portato al centro le richieste salariali e il costo della vita. A Mauritius, la crisi idrica e il rincaro dei beni essenziali hanno fatto esplodere una protesta che ha messo in discussione anche le disuguaglianze e le discriminazioni sedimentate nella società. In Kenya, le iniziative contro l’aumento dei prezzi del carburante si inseriscono in una più lunga sequenza di contestazioni del costo della vita e delle scelte governative.

Le differenze storiche, sociali e politiche tra questi paesi sono profonde. Proprio per questo, la loro simultaneità merita attenzione. Non siamo davanti a un’unica causa che produce ovunque lo stesso effetto, ma a una pluralità di contraddizioni che, in una congiuntura determinata, diventano politicamente esplosive.

L’effetto farfalla è una metafora utile se la sottraiamo a ogni interpretazione miracolistica. Una scintilla non genera una rivolta dal nulla: può produrre effetti sproporzionati rispetto all’evento iniziale soltanto quando incontra condizioni già predisposte. La morte di un manifestante, una decisione governativa, una misura di austerità, un aumento dei prezzi o il divieto di accedere a una piattaforma possono diventare eventi di propagazione quando si innestano su frustrazioni accumulate, reti di comunicazione attive e una diffusa perdita di legittimità delle istituzioni.

La propagazione, inoltre, non è una semplice imitazione. Le immagini delle proteste in un paese possono rendere pensabile un’azione in un altro, mostrando che ciò che appariva inevitabile può essere contestato. Un’esperienza locale diventa un repertorio disponibile, un riferimento simbolico, una prova di possibilità. Il passaggio da una piazza all’altra avviene attraverso traduzioni, selezioni e trasformazioni: ciò che circola non è mai riprodotto integralmente.

Le piattaforme digitali hanno un ruolo decisivo in questo processo. Consentono a gruppi privi di organizzazioni consolidate di convocare manifestazioni in tempi brevi, diffondere immagini, costruire simboli e apprendere modalità d’azione osservate altrove. Le pagine Instagram che hanno convocato le mobilitazioni italiane contro il carovita ne sono un esempio. Ma le reti digitali non sono infrastrutture neutrali: dipendono da piattaforme private, da algoritmi che privilegiano determinate forme di visibilità e da sistemi di sorveglianza che possono essere utilizzati anche contro i manifestanti. La stessa infrastruttura che facilita la propagazione può esporre le mobilitazioni alla frammentazione, alla manipolazione e al controllo.

Non è necessario che esista un centro di coordinamento planetario perché si produca una sincronizzazione. Può formarsi una sfera di interconnessione indiretta, nella quale immagini, parole, pratiche e aspettative circolano più rapidamente delle strutture organizzative capaci di tradurle in un progetto comune. Pensiamo che quanto sa avvenendo in molti paesi europei in queste settimane possa essere letto attraverso queste coordinate e in sincrono con gli eventi “analoghi” che si stanno sviluppando in numerosi paesi africani.

Il contro-circuito planetario

È questo il punto in cui la nozione di contro-circuito acquista il suo significato politico. Il capitalismo contemporaneo organizza il pianeta attraverso circuiti di produzione, logistica, finanza, comunicazione e riproduzione sociale che connettono territori distanti e li rendono reciprocamente dipendenti. Le merci, le informazioni, il lavoro e i flussi finanziari attraversano reti che tendono a integrare gli spazi in un sistema di interdipendenze sempre più esteso. Le conseguenze di questo processo, tuttavia, sono distribuite in modo profondamente diseguale: alcuni territori concentrano rendite e potere, mentre altri assorbono i costi sociali e ambientali dell’integrazione.

Le rivolte non si collocano all’esterno di questo sistema. Nascono al suo interno, dalle contraddizioni che esso produce, e utilizzano le sue stesse connessioni per propagarsi. La circolazione digitale degli immaginari, la dipendenza dai prezzi globali dell’energia, le crisi delle catene di approvvigionamento, la precarizzazione del lavoro e la diffusione di aspettative comuni sono dimensioni diverse di uno stesso mondo interdipendente. Il contro-circuito è la possibilità che queste connessioni vengano riutilizzate per costruire percorsi di contestazione che attraversano le divisioni territoriali e politiche esistenti.

Questa dinamica non elimina le specificità locali. Al contrario, si alimenta della loro combinazione. In Italia, la protesta può assumere la forma di una mobilitazione giovanile contro il carovita e di blocchi organizzati da camionisti. In Spagna, il diritto alla casa si inserisce in una storia di lotte urbane e di contestazione della rendita immobiliare. In Serbia, le proteste studentesche hanno fatto della corruzione e della responsabilità delle istituzioni il proprio terreno di aggregazione. In Albania, le mobilitazioni ambientaliste e contro il colonialismo economico hanno sviluppato una traiettoria propria. In Tunisia, la contestazione investe insieme le condizioni materiali di vita e l’accentramento autoritario del potere.

Il contro-circuito non è dunque la somma di rivendicazioni identiche, né la semplice esportazione di un modello di protesta. È una relazione tra conflitti che, pur restando differenti, possono riconoscersi in un’esperienza condivisa di subordinazione, esclusione e perdita di controllo sulle condizioni della propria esistenza.

Il riferimento ai cicli del 2011-2013 e del 2019-2020 permette di cogliere la portata di questa ipotesi. In entrambi i casi, la propagazione delle mobilitazioni ha mostrato che l’ordine politico non è stabile quanto appare e che una crisi locale può diventare il punto di condensazione di contraddizioni diffuse. Al contempo, entrambi i cicli hanno anche mostrato i limiti della propagazione: la simultaneità non garantisce una convergenza strategica, la caduta di un governo non assicura una trasformazione politica di rottura e la forza della piazza non si traduce automaticamente in istituzioni capaci di sostenere le conquiste ottenute.

Il terzo ciclo, se davvero è cominciato, si sviluppa inoltre in una congiuntura differente. La pandemia ha congelato o riorganizzato molte forme della vita collettiva, mentre la guerra russo-ucraina (per quel che riguarda l’Europa) e la più ampia militarizzazione delle relazioni internazionali hanno contribuito a restringere gli orizzonti politici e a normalizzare una gestione emergenziale delle società. La propagazione dell’AI indica un ulteriore elemento di novità rispetto alla fase precedente. Le mobilitazioni che si sono intensificate negli ultimi due anni, almeno in Italia, possono essere interpretate anche come una prima risposta a un periodo di “congelamento” delle lotte avvenuta tra il 2020 e il 2022. Una riapertura dello spazio del conflitto dopo una fase in cui la possibilità di intervenire collettivamente sembrava essersi ridotta.

Il mondo è in una condizione di profonda instabilità, qui si tratta di capire se le insorgenze riusciranno a trasformare la loro capacità di propagazione in una forza politica capace di incidere sulle strutture che producono le disuguaglianze e limitano le possibilità di conflitto.

Dalla sincronizzazione alla composizione

Per ora, sarebbe prematuro parlare di un nuovo movimento planetario. In Italia, le mobilitazioni di ottobre hanno coinvolto numeri ancora limitati e territori circoscritti. La rapidità della convocazione non equivale alla costruzione di un’organizzazione, così come l’intensità di una giornata di protesta non garantisce la continuità del conflitto. La capacità di generalizzazione dipenderà anche da ciò che accadrà nelle prossime settimane, dalle risposte del governo, dalle eventuali convergenze con il sindacalismo di base e con gli scioperi generali previsti per il 30 ottobre e il 20 novembre, e dalla possibilità che le proteste trovino forme di continuità oltre la dimensione di attivazione evenemenziale.

La stessa cautela vale su scala globale. Le rivolte in Bangladesh e Nepal hanno dimostrato che una mobilitazione può rovesciare un governo, ma anche che la caduta di un esecutivo non risolve automaticamente le contraddizioni che hanno prodotto la protesta. In altri contesti, la frammentazione organizzativa ha reso difficile mantenere una pressione collettiva nel tempo. La repressione, la cooptazione istituzionale e la capacità delle élite di riassorbire il dissenso restano ostacoli strutturali.

Il problema politico fondamentale è quindi il passaggio dalla sincronizzazione alla composizione. La prima è la possibilità che mobilitazioni differenti emergano in tempi ravvicinati, si osservino e si influenzino reciprocamente. La seconda richiede la costruzione di legami più durevoli, l’elaborazione di obiettivi comuni e la capacità di tradurre esperienze diverse in una forza collettiva. È un passaggio che non può essere prodotto automaticamente dalle tecnologie di comunicazione, né risolto attraverso la sola moltiplicazione delle manifestazioni.

La sincronizzazione, tuttavia, apre una possibilità. Permette a soggetti che agiscono in condizioni differenti di riconoscere che le proprie difficoltà non sono soltanto problemi individuali o anomalie nazionali, ma aspetti di una trasformazione più ampia. La politicità delle nuove insorgenze risiede anche in questo spostamento: dalla richiesta di risolvere un problema particolare alla contestazione delle relazioni di potere che rendono quei problemi ricorrenti.

È per questo che il perimetro europeo come unità di analisi rischia di essere troppo stretto. La questione non è immaginare una solidarietà planetaria già esistente, né cancellare le differenze tra le lotte. È costruire uno sguardo capace di riconoscere connessioni che attraversano il Mediterraneo, l’Africa, l’Asia e l’Europa, senza ricondurle tutte a un unico centro o a una sola grammatica politica.

Come già detto, non siamo davanti a una evocativa “primavera dei popoli”, ma a processi aperti alla possibilità che si riattivi un circuito di propagazione planetaria del conflitto entro un nuovo ciclo nel quale le insorgenze si alimentano reciprocamente, rendono visibili contraddizioni comuni e aprono spazi d’azione che fino a poco prima sembravano impraticabili.

Il terzo effetto farfalla non è una promessa di vittoria né una legge della storia. È un’ipotesi politica da verificare. Ci dice che il mondo interdipendente costruito dal capitalismo può diventare anche il terreno sul quale si trasmettono le sue contestazioni, che una scintilla locale può trovare altrove condizioni di risonanza, e che la sfida decisiva consiste nel trasformare questa risonanza in capacità collettiva. Il punto, ci pare, non è domandarci dove e quando scoppierà la prossima protesta, quanto verificare se le connessioni che oggi rendono possibile la diffusione delle insorgenze potranno diventare le infrastrutture di una nuova composizione politica planetaria.