L’IA è già un terreno di conflitto
Nei mondi delle sinistre e dell’antagonismo, sull’intelligenza artificiale sembra prevalere una risposta difensiva: regolamentare, limitare, tassare, contrastare il potere delle Big Tech. Ma è sufficiente? E se il problema non fosse soltanto impedire che l’IA venga utilizzata dal capitale, ma riappropriarsi della potenza sociale che il capitale ha incorporato nelle macchine?
È questo il punto di partenza della provocazione che Evgeny Morozov propone in questo articolo. L’IA non è soltanto una tecnologia che automatizza il lavoro o concentra ulteriore potere nelle mani delle piattaforme. È anche un gigantesco deposito di conoscenze, esperienze, intuizioni e capacità prodotte socialmente. Il problema politico diventa allora capire come aprire un percorso di ritorno: come fare in modo che ciò che viene continuamente depositato nelle macchine ritorni agli individui e alle collettività sotto forma di capacità condivisa.
Da questa prospettiva, la questione dell’IA smette di essere soltanto una questione tecnologica e diventa una questione di organizzazione, appropriazione e potere. Non si tratta semplicemente di chiedersi chi possiede l’IA, ma che cosa possiamo farne insieme.
È una domanda che vale la pena prendere sul serio. Pubblichiamo qui l’articolo di Morozov, apparso sul numero di agosto 2026 di Le Monde diplomatique francese, nella traduzione italiana di Alice Campetti.
La sinistra e l’Intelligenza Artificiale
Un tempo, i grandi momenti di emancipazione nascevano sui selciati insanguinati delle barricate; oggi, affiorano dall’atmosfera sinistra dei parcheggi dei centri commerciali.
Nel luglio 2024, nella piccola città di Omskirk, al centro della contea inglese del Lancashire, la società responsabile dei parcheggi locali Parkingeye trasmette una contravvenzione discutibile a Loren Cole. Con l’aiuto di ChatGPT, l’automobilista la contesta, rifiutando di pagare le 60 sterline richieste (circa 70 euro). II tribunale risolve a suo vantaggio il contenzioso, permettendogli di incassare 462 sterline a titolo di risarcimento danni.
Per Karl Marx, il Lancashire, era la terra del cotone. Il luogo in cui gli operai, per la prima volta, avevano «depositato» il proprio know-how nelle macchine — per vederlo riemergere in seguito sotto forma di potenza a loro estranea. Due secoli dopo, un modello di intelligenza artificiale (IA) — ossia una macchina addestrata con l’intelligenza accumulata dall’umanità permette a un uomo di strappare un pezzetto della propria esistenza a un altro piccolo Leviatano.
Cole fa parte di un esercito dell’ombra, geograficamente sparpagliato: quello degli affittuari che combattono i proprietari negligenti, dei migranti che contestano le autorità, dei pazienti che sfidano le assicurazioni. Certo, siamo ben lontani dall’azione rivoluzionaria. Ma sbaglieremmo a sottovalutare la portata di questi segnali.
A sinistra, molti hanno già emesso la sentenza: l’IA è sinonimo di plagio su scala planetaria, di catastrofe climatica, di bolla speculativa. Bisogna opporsi, fermarla, socializzarla. Eppure, è la maggiore opportunità che si presenta al socialismo da un secolo — ma anche la peggior minaccia che grava su di lui.
La situazione è evidente: l’IA offre una possibilità di agire sul mondo tanto morbida quanto artificiale, che smonta ogni slancio rivoluzionario al suono di «Posso fare qualcos’altro per te, oggi?». A cosa serve la sinistra se tutti possono contestare l’oppressione attraverso una tastiera o uno smartphone? Respingendo il fascino dell’IA come una «falsa coscienza», essa firma la propria condanna a morte.
Purtroppo, il compagno ChatGPT è anche una spia. I quesiti (i prompt, le istruzioni date a un’IA) che hanno de- terminato la vittoria su Parkingeye ali- mentano i modelli di IA e, come il lavoro degli operai del Lancashire, sono diventati un archivio. II modello ha ereditato l’astuzia di Cole, rafforzandosi; gli altri frequentatori del parcheggio non ne hanno tratto nessun beneficio. Le ribellioni del prompt devono sempre ripartire da zero.
Proprio qui risiede l’interrogativo socialista: come restituire a tutti il sapere deposto nell’IA generativa? Come trasformarlo in capacità collettiva piuttosto che vederlo scomparire nei caveaux di pochi proprietari?
Il socialismo si è tradizionalmente presentato come il miglior interprete del capitalismo. Prendeva molto seriamente la promessa borghese di libertà. I suoi rappresentanti, nel XIX secolo, sapevano bene che, dietro alle porte chiuse, i capitalisti preparavano un banchetto. Invece di boicottarlo, hanno sfondato le porte. E osservato come il sistema fosse incapace di assicurare tutti i pasti che affermava di poter offrire. Questo approccio si basava sull’idea dimenticata che bisognava mettere il capitale in relazione con quel che mancava nel menù del giorno, non in quello di due giorni prima.
Due vie per l’emancipazione
L’attuale sinistra resta ancorata ad antiche promesse — la libertà, la fraternità, la giustizia —, mentre nel menù del capitalismo compare una nuova portata: la capacità di agire, di fare, di imparare. L’ etica protestante prometteva una libertà futura in cambio della sottomissione alle macchine: l’IA ci promette la libertà immediata, grazie alle macchine.
Se la sinistra non vede in questo un’opportunità, è perché si ostina a concepire il lavoro in termini estremamente limitati. Ossessionata dall’occupazione, dallo stipendio, dalla dequalificazione, dal potere di contrattazione, ritiene che l’avvento dell’IA sia innanzitutto un nuovo episodio nella lunga storia del braccio di ferro con il capitale.
In realtà, la sua stessa tradizione racchiude un concetto più ampio del lavoro: al di là dello sforzo compiuto per conto di un capitalista, indica anche l’attività umana in quanto capacità creatrice, che si concretizza negli strumenti e nelle macchine, nelle parole e nelle regole.
A questo dualismo concettuale corrispondono due vie verso l’emancipazione: quella di una politica della ripartizione, che si interroga su chi otterrà cosa; quella di una politica dell’eredità, che si interessa al futuro. La prima cerca di liberare il lavoro dal capitale nell’ambito ben noto degli stipendi, degli orari e delle contrattazioni. La seconda punta a sottrarre I ‘ attività umana ai dettami della legge del valore, aumentando le nostre capacità di agire, soprattutto in campo tecnologico, attraverso gli oggetti. L’eredità, poiché le capacità depositate sopravvivono ai loro autori, accumulandosi al pari di un patrimonio. Chi figurerà nel testamento? A deciderlo sono i rapporti di forza politici.
Per un secolo, la sinistra ha privilegiato la ripartizione, assegnando solo un ruolo di secondo piano a quel che il Manifesto del partito comunista individua come «libero sviluppo di ciascuno». E di cui I ‘IA è il prodotto deformato: su vasta scala e per conto del capitale, realizza in effetti il vecchio sogno di una capacità umana aumentata.
Essa ci riporta, dunque, contro ogni aspettativa, a dei vecchi interrogativi marxisti. Per esempio, cosa succede alle nostre capacità quando sono inserite all’interno degli oggetti? Chi deve organizzarsi per riappropriarsene?
Ispirandosi a Friedrich Hegel, Marx definisce «oggettivazione» la parte del percorso che porta dall’interno all’esterno, che potremmo designare come tragitto di andata. Lavorando, ci si esteriorizza: le capacità umane si incarnano negli oggetti mentre gli esseri umani si formano nell’attività. Queste capacità possono acquisire un’autonomia materiale, divenendo strumento, sapere, cultura; ma possono anche condurre a un’autonomia formale, laddove i loro -autori si trovano condannati a scontrarcisi in quanto potenza esterna a loro stessi. La differenza sta in quello che potremmo definire il tragitto di ritorno: i rapporti che riconducono queste stesse capacità ai propri creatori.
In ogni caso, queste capacità non rimangono mai immutate. Ciò che è inserito nelle cose torna sempre alla vita sociale. L’influenza del capitale ne provoca, tuttavia, un deterioramento: sul mercato, le capacità umane ritornano sempre sotto forma di merci; durante la produzione, sotto forma di ordini da eseguire. Al tempo del taylorismo, il cronometro sottraeva agli operai il loro sapere implicito, per restituirglielo trasformato in istruzioni.
L’IA è solamente la più recente variazione in questa lunga storia. Cosa restituisce? Non più merci né comandi, ma la capacità stessa, sotto forma di consigli, di parole, di strategie, di giudizi, di iniziative. Ma sotto il dominio del capitale: queste capacità aggiuntive nascono dunque deturpate; imprigionate nella proprietà, separate dai loro creatori, dal contesto e da ogni vincolo, vengono affittate mensilmente ai loro produttori.
In che altro modo questo patrimonio potrebbe tornare ai suoi creatori? A tal riguardo, Marx non ci è di grande aiuto. Sebbene abbia analizzato attentamente il tragitto di andata = il trasferimento del lavoro vivo agli oggetti e alle macchine —, non ha indagato il percorso di ritorno.
Vi si sono dedicati i suoi eredi. Lev Vygotsky e Aleksej Leontiev, teorici sovietici dell’ attività, hanno fatto dell’appropriazione il motore dello sviluppo, spiegando come ogni bambino erediti facoltà depositate negli strumenti e nel linguaggio dalle generazioni precedenti. La psicologia critica tedesca ha fatto un ulteriore passo avanti: secondo Klaus Holzkamp, il risultato ultimo dell’apprendimento risiede nella Handlungsfâhigkeit, l’aumento della capacità di agire. In Brasile, il pedagogo Paulo Freire ha voluto raccogliere un vocabolario «generativo» nel- la vita contadina per restituirlo sotto forma di strumentazione politica (1 ).
Sfortunatamente, nessuno di loro è riuscito a radicare il meccanismo di ritorno nell’economia politica. Questo è il compito che spetta alla sinistra e che, per il momento, la sinistra rifiuta. Più incline a regolamentare il futuro che ad appropriarsene, chiede, come sempre, I ‘introduzione di tasse, norme, moratorie per VIA. E continua a tralasciare la questione fondamentale: la potenza depositata in questi sistemi torna ai propri creatori sotto forma di capacità comune, sostenibile, controllabile, o si accumula verso l’alto, trattenuta dalle piattaforme?
Tra i più audaci, Bernie Sanders invoca la restituzione dei dividendi dell’IA alla società, tramite un fondo sovrano che detenga quote delle grandi aziende del settore. Benissimo, ma questo sviluppo non modificherebbe il rapporto tra cittadini e macchine. Sicuramente Cole si arricchirebbe, ma rimarrebbe isolato nella sua battaglia.
La seconda emancipazione, quella incentrata sull’eredità, è oggi sepolta sotto la cultura, l’istruzione o ancora la previdenza sociale. Sopravvive in qualche giacimento, alcuni poco profondi, altri quasi inaccessibili. Per ritrovarla, è necessario scavare in tre luoghi: nella Svezia degli anni Novanta, nelle fabbriche di Torino degli anni Sessanta e nelle pagine di un manoscritto brasiliano, inedito in italiano. Ognuno ha gli elementi che mancano agli altri: in Svezia, l’istituzione che ha forgiato una classe; a Torino, il metodo che ha portato gli operai a esprimere quello che non sapevano di sapere; in Brasile, la teoria del circuito che concepisce il tragitto di ritorno dal deposito.
Negli anni Novanta, ha fatto brevemente capolino un vecchio problema del socialismo. Nelle loro nauseanti discussioni sull’«economia della conoscenza», racconta la storica Jenny Andersson, i sostenitori svedesi e britannici della «terza via» ricorrevano a due immagini contrapposte (2): quando i primi privilegiavano la «biblioteca» per parlare del sapere come di un bene democratico che fiorisce con la condivisione, i neolaburisti prediligevano l’«officina», rappresentandolo come
una merce insita negli individui e venduta sul mercato.
Ma, dietro la disputa retorica, i laburisti svedesi e britannici rinunciavano già, in pratica, all’ambizione socialdemocratica di socializzare il capitale e, al contrario, diventavano maestri nell’arte di «capitalizzare il sociale», trasformando in capitale umano la curiosità, la creatività, la fiducia, fino alla cultura stessa. In breve tempo, la biblioteca sarebbe diventata, nella migliore delle ipotesi, un’appendice dell’officina.
In origine le due immagini, ben più antiche, non erano affatto contrapposte. Prima di affidarsi allo Stato, il movimento operaio aveva costruito il proprio apparato culturale nei circoli di studio, nelle biblioteche operaie, nelle case del popolo: capitale umano senza il capitale. E questa cultura è prosperata in Svezia più che altrove. La lingua rappresentava un punto di forza. In svedese, infatti, la formazione pratica è detta utbildning, e la co- struzione di sé bildning. Per secoli, la seconda è stata appannaggio dell’aristocrazia. Poi, il movimento operaio ha mandato in frantumi le barriere sociali e issato la bandiera della folkbildning: l’educazione popolare. Non si trattava di un semplice circolo di lettura potenziato, bensì uno spazio dove si insegnava ai lavoratori a decifrare le strutture del potere per smantellarle. Così, la biblioteca e l’officina coesistevano su un piano di parità, sotto il controllo esclusivo degli utenti.
Tuttavia, poco alla volta, il movimento ha abbandonato questa missione„ delegandola allo Stato. l socialdemocratici svedesi si sono resi conto del proprio errore solo decenni dopo, ammettendo, nel manifesto del 1990, che lo sviluppo dello Stato aveva comportato la «liquidazione» dei vecchi principi di solidarietà. La formazione, un tempo strumento del potere popolare, non era altro che un servizio pubblico.
In modo impercettibile, la questione dell’emancipazione degli individui ha perso importanza, fino a sparire dalla scena politica. Se Ia folkbildning svedese ha insegnato a una classe come decodificare il proprio potere, è in Piemonte che ha imparato a decifrare i propri mali, proprio dove la libertà si scontrava violentemente con la necessità. Una componente radicale del mondo operaio è qui sepolta, ancora più in profondità. Per riportarla in superficie, è necessario immergersi nelle oscure pubblicazioni che raccontano le fabbriche torinesi degli anni Sessanta.
Ivar Oddone era medico del lavoro in Fiat (3). Questo ex partigiano, da cui ha tratto spunto Italo Calvino per il suo primo romanzo, si sentiva ripetere sempre la stessa domanda da parte degli operai: «Mi dica come ammalarmi in fretta, per poter scappare da questo luogo nocivo». I sindacati, sostenuti dai medici interni all’azienda, contrattavano il prezzo della disgrazia e nient’altro. Cercavano di ottenere, a determinate condizioni, il riconoscimento di un «indennizzo per malattia professionale». Oddone ha adottato tutt’altra procedura. Con I ‘aiuto degli operai, ha redatto l’inventario di tutto quello che, nella fabbrica, nuoceva alla salute dei lavoratori: fumi, polveri, macchine… Ma per lui, la questione più complessa era l’accesso a una conoscenza che essi affermavano categoricamente di non possedere: le astuzie inventate per sopravvivere giorno
dopo giorno. Quando li interrogava, recitavano i procedimenti imposti dalla direzione. Allora, ha trovato la soluzione: l’istruzione al sosia. La consegna era semplice: immaginate che, domani, qualcuno debba prendere il vostro posto. Cosa insegnereste a questo sostituto affinché effettui il vostro lavoro in maniera tanto perfetta da rendere impossibile il riconoscimento della sostituzione?
Sono emerse così conoscenze che non erano presenti in nessun manuale. Il primo a sottoporsi a questo esercizio diede il suo verdetto: non aveva imparato niente di nuovo, se non che sapeva delle cose che non credeva di sapere. II suo rapporto col lavoro ne era stato tra- sformato.
Unire biblioteca e officina
Sintetizzata in un opuscolo, L’ambiente di lavoro, I ‘epistemologia di questa fabbrica particolare è stata trasformata in modello universalmente applicabile. La lotta ha dato i suoi frutti, dal momento che i rischi per la salute sono stati inseriti nei contratti di lavoro, poi nella legge del 1978, atto fondativo del sistema sanitario italiano. Le sofferenze private diventavano questioni condivise, le questioni condivise una legislazione. Per una stagione, il posto di lavoro e l’archivio si sono trovati nel medesimo luogo.
Lo stesso non è accaduto altrove. In pratica, la biblioteca e l’officina non erano semplici metafore del sapere, ma rimandavano a due forme di emancipazione collocate in due sedi diverse: la distribuzione faceva girare I ‘officina, mentre la forza lavoro scendeva a patti con la necessità; l’eredità, invece, si collocava in biblioteca, dove avveniva la formazione alla libertà. Almeno fino al momento in cui tutti — anche a sinistra — non hanno ceduto al richiamo delle sirene dell’«economia della conoscenza». Quest’ultima, spiega Andersson, finisce per apparire come uno strumento di riconciliazione tra necessità e libertà. Ma a vantaggio di chi?
La risposta svedese è stata progressiva. Nel corso degli anni ‘90, proprio quando veniva esaltata la bildning, i socialdemocratici sono riusciti a svuotarla del proprio significato equiparandola all’occupabilità, alle competenze valorizzabili sul mercato del lavoro. Nel Regno Unito, il New labour ha risposto in maniera più brutale, distruggendo la biblioteca e mantenendo solo l’officina, atteggiamento logico per un partito che trattava il sapere come merce e le persone come capitale umano.
La liquidazione effettuata dalla Silicon Valley ha piuttosto assunto la forma di una sintesi. Il suo testo fondatore, il Whole Earth Catalog («catalogo della Terra intera»), si presentava come una biblioteca di strumenti (4). E Amazon, l’officina planetaria, è nata presentandosi come una libreria. II famoso garage di Palo Alto dove Steve Jobs ha lanciato l’avventura di Apple tiene insieme officina e biblioteca, il lavoro come creazione di sé, dove la libertà è al centro della necessità. Tuttavia, mentre Iafolkbildning conquistava dal basso, il garage lo requisiva dall’ alto. E ormai, grazie all’IA, a fronte di modiche cifre, chiunque potrebbe approfittarne.
Al tempo stesso, le istituzioni incaricate della formazione sono state sopraffatte. Lo Stato sociale prometteva alle persone di realizzarsi indipendentemente dalla loro classe di origine. Dopo quattro decenni della nuova gestione pubblica, la situazione si è trasformata in un infernale labirinto di idoneità, e l’ IA si presenta agevolmente come una soluzione. In un certo senso, si sono, invertiti i ruoli: il capitalismo è ormai il miglior interprete del socialismo, presentandosi anche come voce critica in grado, al contempo, di fornire rimedi privati a problemi di cui il socialismo non è affatto responsabile.
Da qui la situazione paradossale in cui ci troviamo: la presunta sinistra radicale difende istituzioni burocratiche che hanno perso la loro anima da decenni, mentre i conservatori di destra immaginano utopie luccicanti, fondate su modelli linguistici di grandi dimensioni.
La prima dovrebbe forse rinunciare alla sua intransigenza e iniziare a formulare le proprie utopie in merito all’IA.
L’opera di demolizione a cui assistiamo da quarant’ anni ci offre un insegnamento, poiché la libertà e la necessità, il lavoro e il tempo libero, la tecnologia e la cultura rappresentano le due facce di un’unica attività: essere umani. Se non si può più sperimentarle simultaneamente, bisogna pensarle insieme. II socialismo dopo I ‘IA deve unire le dimensioni che da un secolo tiene separate; altrimenti, il garage di Palo Alto risolverà definitivamente il problema, a totale vantaggio del capitale.
Ricordiamoci della dimensione mancante in Marx: il ritorno delle potenze depositate all’esterno. Un percorso di ritorno, in fondo, si riduce a un circuito: dove vanno gli elementi depositati, che cosa ritorna, a chi. Ebbene, i cicli di retroazione sono appannaggio della cibernetica, antenata dell ‘IA. Dal momento che possono dirigere qualunque cosa, da un missile a un termostato, è facile depoliticizzarli. Ma un filosofo brasiliano, Alvaro Vieira Pinto, ha optato per la scelta opposta (5). Era medico, come Oddone. Inoltre, aveva un interesse per I ‘esistenzialismo e an- che per le teorie della dipendenza. Fatto raro per un uomo di sinistra, conosceva a perfezione la cibernetica. Si comprende, dunque, perché Freire I ‘ abbia considerato il proprio mentore.
Freire deve in parte la propria reputazione alla critica del modello «bancario», che riconduce l’educazione al semplice atto di depositare le conoscenze nella testa degli studenti passivi. II problema di Pinto era opposto e riguardava non i depositi imposti alle persone, ma quelli che venivano sottratti e mai restituiti. II colpo di Stato del 1964 lo aveva costretto all’esilio, da cui era potuto rientrare solo a condizione di mantenere il silenzio. Questo può forse spiegare come mai il saggio di 1.410 pagine da lui redatto negli anni 1970, II concetto di tecnologia, sia apparso solo nel 2005.
Mentre gli autori canonici di questo campo — da Martin Heidegger a Jacques Ellul, passando per Lewis Mumford — ammiccano alle definizioni più totalizzanti della tecnologia, Pinto considera che le macchine, come l’intelligenza e il lavoro, siano sociali ben prima di essere artificiali.
Questa idea porta a esaminare le implicazioni politiche del retorno do efeito, del ritorno dell’effetto, che la cibernetica chiama retroazione. Tra il prodotto della macchina e il suo produttore si colloca il vero circuito di ritorno. L’essere umano, «regolatore supremo di tutti i regolatori», decide la sorte della macchina: se dev’essere conservata, modificata, distrutta e a che scopo. Quando un ciclo sembra richiudersi all’interno del sistema, e la macchina sembra funzionare o correggersi da sola, è perché qualcuno ha discretamente amputato la sua regolazione finale.
La manipolazione non ha niente di innocente, poiché riduce l’utente allo status di semplice «operatore» di una macchina che obbedisce a scopi a lui ignoti. Questo porta spesso i lavoratori a biasimare la tecnologia, «mentre il vero nemico si nasconde dietro di lei». La risposta sta nell‘appropriazione, riconnettendo I ‘ arco interrotto del circuito e posizionandosi alla sua estremità per tornare ad essere regolatore e smettere di rappresentarne un semplice collegamento. Ogni circuito di retroazione è quindi uno schema politico dissimulato, che solleva diverse domande: qual
è l’itinerario seguito nel ritorno? Chi raccoglie i frutti al capolinea? E chi non fa che alimentare un circuito che appartiene a qualcun altro?
Torniamo al nostro parcheggio del Lancashire. Cole ha ricevuto una risposta e Parkingeye ha subito una sconfitta, la piattaforma ha identificato un nuovo utente che ha imparato a difendersi. Il tragitto di ritorno di Marx si riduce a un guadagno personale di 462 sterline, mentre il massimo utile andrà in alto: la prossima vittima di Parkingeye non ha tratto alcun vantaggio.
Il socialismo dell’IA dovrebbe invece invertire la tendenza e, laddove il capitalismo propone sessioni terapeutiche individuali, dovrebbe costruire depositi collettivi. Perché questa economia della sessione è un’economia della secessione, in cui ogni persona che risolve un problema si allontana dal proprio vicino, il quale pur tuttavia suda sette camicie sulla medesima questione. Se i picchetti hanno reso visibili le rivendicazioni condivise, la finestra di dialogo sullo schermo le disperde. La chiusura di ogni finestra del browser è un eccesso di cultura che non ha potuto oggettivarsi in modo duraturo.
Il circuito capitalista non è di certo completamente chiuso. II percorso diventa sempre più stretto man mano che ci si avvicina a un portale rigidamente controllato, il filtro del valore. Per un Loren Cole che riesce a superare questa barriera, altri novantanove falliscono lungo il cammino. E il sopravvissuto ne esce sfigurato: l’astuzia diventa fatalmente un business model, poiché la legge del valore concede il permesso di uscita solo alla merce. Nel Brasi- le di Pinto, l’applicazione Anula multa permette di contestare le sanzioni, a fronte del pagamento di una somma equivalente al 30% del loro importo.
Se il dividendo capitalista restituisce valore, la restituzione socialista compenserà in risorse: le risorse depositate tornano ai creatori attraverso istituzioni che estendono il limite del possibile per
tutti gli altri. Scuole, sindacati, biblioteche, associazioni di inquilini, famiglie di migranti, diventeranno punti di deposito collettivizzati, in cui gli utilizzi dell’IA saranno raccolti, generalizzati,
declinati e restituiti. I prompt utili smetteranno di deperire nelle schede dei browser, i quesiti vincenti non verranno più relegati alla rubrica degli aneddoti piccanti, le astuzie che permettono di aggirare la burocrazia diventeranno proprietà collettiva.
Bisogna accorciare due tragitti, quello che va dal torto individuale all’abolizione strutturale e quello che unisce l’ingegnosità privata all’eredità comune. Chiamiamo «istituzioni di deposito» i corpi incaricati di registrare quanto appreso dai loro membri nella lotta e di restituirlo sotto forma di capacità estesa. Un’istituzione di questo tipo possiede innanzitutto un registro, memoria comune in cui si trova consegnato, corretto e potenziato il sapere acquisito dall’insieme degli utenti.
Queste istituzioni potrebbero diventare, rispetto all’attività inventiva non retribuita, quel che il sindacato è stato per il lavoro salariato. II genio dei sindacati non risiedeva nella loro capacità di raccogliere le lamentele, ma nella loro capacità di consolidarle, permettendo ai lavoratori di non ripartire perennemente da zero. Così, un nuovo dipendente non doveva battersi per reinventare il contratto di lavoro. Immaginiamo un sindacato di inquilini il cui modello si basi sull’insieme delle azioni condotte e vinte dai suoi membri. II millesimo affittuario potrebbe fare affidamento sulle precedenti 999 vittorie.
Senza dubbio, è molto più facile delineare prototipi di questo genere piuttosto che comprendere come mai siano falliti tanto spesso. L’opuscolo redatto da Oddone ha fatto il giro del mondo ed è andato a ruba, eppure non è bastato a scatenare una rivoluzione.
In Italia, la delega del circuito allo Stato, decretata dalla riforma del 1978, ha assorbito gli strumenti del movimento e disperso le sue forze. Nel 1994, Oddone non era più tanto sicuro che rimanesse qualcosa delle vittorie ottenute dalla sua generazione. Ma il suo lavoro proseguiva in Francia. Nei
dintorni della raffineria di Fos-sur-Mer, nei pressi di Marsiglia, i medici di base assegnati a due cliniche mutualistiche amministravano il sistema che lui dirigeva da Torino. Ogni volta che la malattia di un paziente era riconducibile alla sua attività professionale, il caso veniva registrato in una memoria cumulativa. In breve tempo, i nove medici con cui Oddone collaborava avevano elaborato da soli un numero di dichiarazioni di malattia professionale pari al resto dei medici della regione, di tutte le specializzazioni.
Nel 2007, questo documento è stato pubblicato online, accessibile a chiunque con un semplice click: illustrava attraverso dei puntini rossi su di una mappa le malattie prevenibili, la cui interfaccia dei rischi collettivi era ispirata alla sala di controllo del progetto cileno Cybersyn (6).
Nonostante il suo successo, questa iniziativa fu poi fermata. II finanziatore di Oddone prese questa decisione contro il parere dei revisori, ammettendo tuttavia di aver obbedito a una «ingiunzione paradossale»: si chiede di supplire alle carenze delle istituzioni e, poi, si biasima chi ne ha messo in luce le mancanze. Inoltre, questa mappa era stata ignorata dagli stessi organismi ai quali contava di fornire supporto: i sindacati, le assicurazioni sanitarie, le associazioni delle vittime. II problema non si poneva a monte, bensì a valle, dove la questione doveva essere recepita da istituzioni costrette ad agire in funzione delle informazioni raccolte.
Decapitalizzare il sociale
È evidente quale sia il punto debole: i sosia torinesi impartivano le loro istruzioni faccia a faccia; la mappa marsigliese riguardava solo una raffineria. L’eredità non poteva essere tra- smessa al di là delle persone coinvolte. Ma proprio in questo contesto, l’IA cambia le carte in tavola. Ormai, il sapere restituito a una persona può, con un unico gesto, essere trasmesso a qualunque altra persona che ricopra una posizione simile. L’appropriazione intesa da Pinto, da artigianale, assume
una dimensione planetaria.
Non verrà ricostruito il muro di separazione tra la biblioteca e l’officina: su questo vigila la Silicon Valley. Ma è possibile modificare le condizioni della loro fusione. Le proposte avanzate oggi dalla sinistra — i dividendi dell’IA, i fondi IA — non sono all ‘altezza della posta in gioco. Non farebbero che provocare il ritorno alla socializzazione del capitale, il quale incasserebbe il colpo senza batter ciglio: i capitalisti non hanno alcun problema a cedere delle quote, purché sia preservato il principio della proprietà. E necessario promuovere una proposta inedita, ossia la decapitalizzazione del sociale, privando il capitale delle risorse costituite dalle astuzie inventate dagli utenti, dalle loro
richieste vittoriose, dalle loro conoscenze duramente acquisite, restituendole loro sotto forma di capacità senza proprietari, di potenza collettiva.
Questo patrimonio e già Inserito nel circuito su scala planetaria, in una forma tronca, standardizzata, passata al vaglio del valore. Inutile fare affidamento sulla SoftBank, sul fondo sovrano del Qatar o su Sam Altman per restituirlo ai suoi creatori. Non abbiamo bisogno della loro autorizzazione: «non delega», diceva lo slogan torinese. Inoltre, possiamo trasformare immediatamente qualunque modello di IA in istituzione di deposito. Per il momento, questa epoca
appartiene ai suoi creatori. Loren Cole di tutti i paesi, unitevi!
Note
(l) Andrey Maidansky e Vesa Oittinen (a cura di),The Practical Essence of Man. The “Activi- ty Approach ” in Late Soviet Philosophy, Hay-market Books, Chicago, 2017; Ute Osterkamp e Ernst Schraube, Psychology From the Stand point of the Subject. Selected Writings of Klaus Holzkamp, Palgrave Macmillan, Basingstoke, 2013; Pedro Buarque e Maria Inez Carvalho, «The self-saying Ofa people: Word, praxis and performativity in Paulo Freire», Educaçâo & realidade, no 49, Porto Alegre, agosto 2024.
(2) Jenny Andersson, The Library and the Workshop. Social Democracy and Capitalism in the Knowledge Age, Stanford University Press, 2009.
(3) Ivar Oddone, Alessandra Re e Gianni Briante, Esperienza operaia, coscienza di classe e psicologia del lavoro, Einaudi, Torino, 1977; Maria Luisa Righi, «Le lotte per l’ambiente di lavoro dal dopoguerra ad oggi», Studi storici, vol. 33, no 2-3, Roma, 1992; Elena Davigo, «II movimento italiano per la tutela della salute negli ambienti di lavoro (1961-1978)», tesi di dot-
torato, Università degli Studi di Firenze, 2018.
(4) Questa pubblicazione di educazione popolare è comparsa in diverse versioni a partire dal 1968. Raccoglieva tutto ciò che sembrava necessario per uno stile di vita di contro-cultura e
indicava come procurarselo e cosa farne.
(5) Alvaro Vieira Pinto, O conceito de tecnologia, due volumi, Contraponto, Rio de Janeiro, 2005. Cfr. inoltre, Rafael Grohmann, «Humanist and materialist perspectives on communication: The work of Alvaro Vieira Pinto», TripleC: Communication, Capitalism & Critique, vol. 14, no 2, Paderborn, 2016 e Adriano Euripedes Medeiros Martins e Breno Augusto da Costa, «Alvaro Vieira Pinto on the concept of technology: An introductory discussion», O que nosfazpensar, vol. 29, no 47, Rio de Janeiro, dicembre 2020.
(6) Si legga Philippe Rivière, «Allende, I ‘informatica e la rivoluzione», Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 2010.
(Traduzione di Alice Campetti)

