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Aura VS Carovita – Il movimento che l’Italia non merita, ma di cui abbiamo bisogno

Di Laboratorio Crash!

Sparategli a vista a tutta questa gentaglia!
La borghesia che trema d’orrore davanti alla profanazione di una vetrina.

Ci siamo concesse qualche giorno prima di prendere parola su un weekend, fuor di retorica, sorprendente per l’Italia, ma potremmo dire anche per la Francia, l’Albania, l’Europa intera. Un continente logoro e insalvabile, quest’ultimo, consumato dallo stesso odio e sfruttamento con cui per secoli si è impegnato ad avvelenare il mondo, un continente che tutt’ora si rifiuta di fare i conti con l’evidenza della propria storia coloniale, un continente che si dimena non accettando il processo di inarrestabile provincializzazione che ormai lo trascina via da ciò che crede spettargli di diritto: essere il centro del mondo. A ben guardare una contro-storia di tali luoghi, lo scoppio della lotta di classe è stato innanzitutto un moto di rivolta interna e contraria a questo processo, a questa ferocia, un attacco da dentro la bocca della tigre. Ecco, oggi ci si pone davanti un continente che nel suo delirio di riaffermazione, sceglie la guerra come refresh generale dei propri connotati politici, economici, sociali. Basterebbero metà delle malefatte anche solo degli ultimi trenta o quarant’anni per dire che Italia e compagnia cantante, alle porte del più grande shock economico mai vissuto dopo il ’45, raccolgono ciò che hanno seminato. Ma si sa, l’Europa ha una particolare familiarità con l’autoconvincimento del “sta andando tutto bene” mentre la nave affonda e la gente comune muore. Basti pensare a quella belle epoque di cui la borghesia nostrana non è riuscita a fare a meno neanche durante due guerre mondiali: organizzando rinfreschi a ritmo di Fox Trot mentre tutto intorno piovevano bombe, negando l’innegabile. Eppure, le piazze delle ultime settimane, ma anche il Blocchiamo tutto! dell’anno scorso, scuotono quelli che – per rimanere nella metafora anni Venti – sarebbero stati i lampadari di cristallo affissi ai soffitti. Li scuotono come vere e proprie esplosioni, e per questo fanno paura. Ricondividere velocemente i connotati del nostro punto specifico di osservazione ed azione, non vuole essere un inno al senso di colpa universale o l’apologia dell’immobilismo, ma anzi, riconnetterci ad una storia di lotte, rivolte e slanci rivoluzionari capaci di rispedire al mittente la sua brutalità, proponendosi di costruire un mondo nuovo. Perché, in forme totalmente inedite, oggi si rimettono in gioco le possibilità radicali di iniziativa antagonista, proprio qui.

Un anno fa questo Paese veniva travolto dall’esondazione impetuosa di quello che, noi come altre, abbiamo chiamato Palestina Globale: un enorme moto di indignazione contro il progetto di sterminio perpetrato da “Israele” col supporto esplicito dei nostri governi, davanti ai nostri occhi, ergendosi come troppo grande da fermare. In centinaia di migliaia, allora, siamo scese in strada per “bloccare tutto”, per spezzare la prigione di impotenza in cui sembravamo essere destinate a vivere. Giorni di cortei oceanici che bloccavano porti, autostrade, stazioni e poi? “Più nulla” è stato detto. Come se si fosse trattato di uno spin off, più o meno bello, da cui però tutti e tutte si sarebbero dovute accomiatare per far ritorno alla realtà, alla sua miseria e ai miserabili tentativi di intestarsi ex post la paternità di un movimento – un movimento finito però, si intende – e l’indirizzo di quest’ultimo verso l’unico piano definito possibile: quello elettorale. Ma fatti qualitativamente radicali come il 3 ottobre 2025, né avvengono per caso né cadono nel nulla anche quando le loro manifestazioni più concrete cessano di emergere. Prima, durante, dopo: esiste sempre un processo di accumulo sociale, più o meno visibile, che trasforma capillarmente la realtà attraversata da tali fiumi di forza collettiva. Ed eccoci – senza narrarla come lineare, perché appunto non lo è – all’autunno 2026, ai prezzi materiali della vita che divengono sempre più insopportabili, alla moltiplicazione di forme di protesta anche molto differenti tra loro, alla generalizzazione di una rabbia che difficilmente potrà essere messa sotto il tappeto. Da settimane ormai, nel sud Italia agricoltori e autotrasportatori bloccano autostrade, si rifiutano di portare avanti il proprio lavoro pagato a pane e miseria; parallelamente monta la protesta studenti e studentesse, ma diciamo giovani e giovanissime, che si scagliano con furore contro il futuro di morte che gli si impone come già scritto. Ci pare abbastanza evidente che non esistono ricette universali per ogni tempo e ogni dove, e quindi non proponiamo semplicistiche sovrapposizioni tra il nostro contesto e gli altri focolai di un’insorgenza generalizzata. Ma da Parigi a Milano, da Tirana a Bologna, si sgretola la normalizzazione del baratro, ci si solleva contro la fame a cui si è costrette qui per finanziare guerre altrove. Lo si fa in un contesto in cui, volenti o nolenti, ogni corpo intermedio o ogni mediazione sociale sono stati consapevolmente auto-smantellati: un movimento che, onestamente, la putrescenza di questo territorio e della sua classe politica non si merita, ma di cui tutte noi abbiamo bisogno.

Tornando al weekend e alla moltiplicazione di sproloqui in merito, proveremo a procedere schematicamente e dal nostro punto d’osservazione situato: Bologna. Nel contesto sopra descritto di povertà dilagante, mentre da Catania a Cosenza mezza Italia è bloccata nel più generale silenzio istituzionale, scoppia un venerdì di mobilitazione studentesca in cui centinaia di migliaia di giovanissime si riversano per le strade, correndo e mettendo su delle aura battle: cosa sono? Momenti di affermazione collettiva, ironica, gioiosa ma soprattutto desiderosa. Desiderosa di che? Di tutto, dell’opulenza, del lusso, della stessa vita che spesso e volentieri non sembra appartenerci. Una wave che oltrepassa le Alpi e che diventa lo sfondo nella mobilitazione della GenZ: volere tutto. Ecco, a questo ritmo i cortei del venerdì con scontri in varie città, le occupazioni e i blocchi delle scuole, ma anche i contest di “stile” tra regaz, si sono ibridati con la chiamata nazionale del sabato contro il carovita, promossa sui social dalla rete Italia 17 ottobre. Un’idea di riscatto del Paese modellata sul “Facciamo come in Francia e in Albania” e sul “Ora parliamo noi”, con una viralizzazione degli appuntamenti andata ben oltre il canale promotore e divenuta invece vero e proprio meme, iniziato a circolare su TikTok – do you remeber Blocchiamo tutto? – prima come emulazione delle proteste altrui, poi come necessità materiale di scendere in piazza anche qui. Una mobilitazione cripto fascista per qualcuno, ma intanto il “cringemente” noto influencer del razzismo Eterno è stato bloccato dalle stesse balotte di partecipanti, prima di poter avvicinarsi alla piazza in cui voleva inserirsi per dar vita a uno dei suoi squallidi siparietti. Una volta iniziati i pianti, è stato messo in salvo dalla digos – come i suoi colleghi qualche settimana prima in Bolognina – e della sua presenza d’odio rimane un solo lamentoso video su TikTtok.

Quello che abbiamo visto infatti sono state bandiere antifasciste, della Palestina, dell’Albania, un tricolore con la stella rossa dei partigiani, una falce e martello gialla in campo rosso e l’unico vessillo improbabile una bandiera del Regno d’Italia con lo scudo dei Savoia: per il ragazzo in questione simboleggiava l’unità d’Italia come compimento del percorso risorgimentale, elemento bizzarro soprattutto considerando il giubbotto punk dello stesso. Ma in piazza Minghetti la composizione era molto più simile a quella che abbiamo potuto vedere nei Friday for Future, nelle maree di Non Una Di Meno, o nel movimento per la Palestina. Tante sedicenni o neo-maggiorenni, attente all’ambiente, contro il riarmo, contro la guerra, contro il genocidio, perfettamente consapevoli che l’aumento delle spese militari e la congiuntura di guerra internazionale sottraggono risorse alla sanità, al welfare, all’istruzione, al mondo del lavoro, alla casa. “E i maranza?” Beh, ma quando pensi ai sedicenni oggi, immagini una balotta bianco latte? È stato qui a Bologna, ma come ci sembra un po’ in tutta Italia, un corteo capace di rispecchiare le sembianze delle nostre metropoli. Ossia totalmente commisto di giovani e giovanissimi di seconda generazione accanto ai e alle loro coetanee senza background migratori che hanno portato tutta la loro rabbia, essendo i primi a essere stritolati dalla crisi, le prime a finire nel tritacarne di questo mercato del lavoro precario, a rischiare di essere mandati al fronte di guerre che non gli appartengono, a vedersi condannati a una vita di sopravvivenza. Sono coloro a cui, già di partenza, era stato promesso il nulla, il no future, privati di sogni e ambizioni di benessere, costretti a fare i conti con un mercato del lavoro spietato, deregolamentato, subito da giovanissimi, forzati dalle condizioni economiche e dall’impoverimento delle loro famiglie. Si diceva bandiere dell’Italia? Beh sì, probabilmente oggi per una giovane arabodiscendente, una ragazza di sedici anni nata e cresciuta qui e a cui si nega ferocemente la dignità di vita in questo marciume che chiamiamo Italia, portare un tricolore è anche un’azione di riscatto. È dire “Vi piaccia o no, io esisto!”. Gli interventi che si sono susseguiti parlavano proprio di questo, un vero e proprio grido di denuncia delle condizioni di vita inaccettabili per reddito, lavoro, background migratorio, genere, e tanto altro.

Il corteo ha sfilato su un percorso autorizzato, come possiamo vedere dalla locandina, da piazza Minghetti fino a Piazza XX Settembre, e qui si è concluso con gli interventi finali. È stato in quel momento che tantissima gente – sì, per lo più giovane ­– ha scelto di attraversare la strada e raggiungere la stazione, per bloccarla. Perché? Proprio perché da giorni gli autotrasportatori, gli agricoltori e gli operai in tutta Italia stanno bloccando gli snodi della viabilità come statali e autostrade, stanno bloccando i depositi di carburante al sud, perché gli operai dell’ex Ilva hanno occupato le sedi istituzionali per far valere la loro protesta (questa mattina, 19 ottobre, l’aeroporto di Genova). C’è chi, definendosi di sinistra (qualunque cosa voglia dire), in queste ore cerca di contrapporre due generazioni: i secondi votano, quindi, per quanto comunque la fame devono continuare a farla, non si può certo attaccarli a qualche mese dalle urne; i primi non votano, sono irriverenti e per giunta neanche a tutti gli effetti considerati “cittadini”, quindi vale todo. Un’occupazione della stazione per denunciare il carovita poteva essere gestita in maniera completamente diversa, su un piano di negoziato tra manifestanti e forze dell’ordine completamente diverso. Si è scelto invece di attaccare quel moto a suon di cariche, gas lacrimogeni e idranti: passaggio malriuscito visto che per ore la polizia è stata incapace di far disperdere la gente, che ballava e scherzava alla faccia di chi la miseria la porta nell’anima e non nel proprio ISEE. Una serata di resistenza, evidentemente insopportabile per chi ha scelto il sopruso come mestiere, tanto da far sfogare reparti celere di mezzo nord Italia ad un mercatino autogestito nel quartiere Bolognina, ore dopo e chilometri più in là della Stazione Centrale. Ironia della sorte, anche davanti a famiglie e persone prese alla sprovvista, la polizia ha dovuto battere la ritirata. Il bello è che fior fior di scribacchini domandano perché si gridi così a squarciagola tout le monde deteste la police, mentre il corpo di Abderrahim Fakir – per fare solo l’ultimo degli “esempi noti” –, ucciso dalla polizia il 19 luglio di quest’anno qui a Bologna, giace ancora in qualche reparto di Medicina Legale, privo di verità e giustizia. E come ci si affanna adesso per trovare regie metropolitane, nazionali, transazionali, ultramondiali e intergalattiche di chissà che machiavelliche articolazioni di una segretissima rete che altro non è che la rabbia di quando il vaso trabocca. Di quando la gente non ha più nulla da perdere, perché le è già stato tolto tutto. E allora avanza, senza paura. E allora decide di non chinare più la testa, di guardarvi negli occhi e sfidarvi. Tutti contesti diversi tra loro, sia chiaro, ma Bologna , Milano, Torino, Bergamo, e poi Marsiglia , Parigi, Lione, e Tirana o Bruxelles, fino ad arrivare a Madrid: la misura è colma. E prova ne è la paura che serpeggia dalle fogne di rigurgito dei nuovi fascismi alle ville imbellettate di chi è così sinceramente democratico da indignarsi per una vetrina invece che per un genocidio. Da chi va a caccia di persone solo per racimolare qualche voto in più promettendo briciole avvelenate, senza capire che qui sotto la gente è stufa di ingerire retoriche vuote e propaganda elettorale. Da chi respira troppa buona e fresca aria dei colli, per conoscere quanto sia asfissiante la povertà, la fame.

Che ne sarà di questo movimento, potrà dircelo solo il tempo. Ma oggi è certo che siamo in movimento, non tanto noi compagne e compagni, ma noi povere, sfruttate e dannate. Opporsi a guerra e carovita non è – non può continuare a essere inteso come – il format di una campagna stagionale, ma il terreno necessario che l’infamia di questo presente ci impone nel quotidiano. Strappare l’abbondanza dalle mani di pochi non è un’evocazione retorica per infiammare un’assemblea di rito, ma deve essere l’effetto concreto di una forza sociale oggi palpabile. Aura versus Carovita: liberazione contro apocalisse, pretesa del lusso contro accettazione della miseria, l’incontenibile vitalità di un sedicenne contro la pochezza d’animo di tanti di quei boomer forcaioli. Nella progressiva marginalizzazione di questo continente, con la sua folle corsa agli armamenti, qui e ora la Storia può probabilmente irrompere in maniera radicale. Soffiando via i detriti di questo mondo marcio, nella certezza di un intero altro mondo da costruire.