Il movimento che non ci aspettavamo più! Note sulla mobilitazione liceale e sulla ricomposizione politica in corso

Abbiamo tradotto questo articolo di Carlotta Benvegnù pubblicato in francese su GQDécolonial – https://qgdecolonial.fr/le-mouvement-quon-nattendait-plus-notes-sur-la-mobilisation-lyceenne-et-la-recomposition-politique-en-cours/.

Ci sono dunque voluti gli studenti dei licei per farci uscire dallo strano stato di letargia che rischiava di impadronirsi di noi con il passare dei mesi. Mesi trascorsi ad aspettare l’appuntamento elettorale della prossima primavera, a osservare l’estrema destra correre largamente in testa nei sondaggi, la guerra estendersi, il genocidio del popolo palestinese proseguire, le nostre condizioni di vita – lavoro, scuola, casa, tempo libero – peggiorare al ritmo della congiuntura economica nazionale e internazionale. Mesi passati a guardare la sinistra di rottura condurre la battaglia sul terreno istituzionale, senza sapere bene cosa fare, quale posto occupare, come partecipare allo scontro. Ci sono voluti loro perché le università si risvegliassero. E soprattutto per vedere emergere il movimento che non ci aspettavamo: quello che sintetizza tutte le lotte degli ultimi anni, dai Gilet gialli alle rivolte per Nahel, dalle mobilitazioni sindacali contro la riforma delle pensioni al movimento di solidarietà con la Palestina.

Perché, se ci sarebbero moltissime cose da dire su questo movimento dei liceali e ormai anche degli universitari, iniziato a metà settembre – la creatività, l’intelligenza collettiva, il coraggio, il senso dell’ironia necessario a ogni critica del potere che voglia essere un minimo seria –, la prima è senza dubbio il modo in cui sembra condensare da solo l’intera stagione di mobilitazioni degli ultimi dieci anni. La sua composizione sociale è certamente specifica: si tratta, per il momento, proprio di un movimento di giovani, nato nelle periferie, i cui protagonisti sono in gran parte minorenni, molti dei quali di origine immigrata, che si sono mobilitati perché le loro condizioni di studio e di vita non erano più accettabili, perché la soglia di tolleranza nei confronti delle ingiustizie subite o osservate era stata ampiamente superata. Ma la sua composizione politica, come avrebbero detto i vecchi operaisti italiani, è molto più complessa: porta in sé la stratificazione soggettiva di un decennio di lotte che ha visto soggetti a prima vista molto diversi tra loro – sindacalisti, Gilet gialli, giovani rivoltosi non bianchi – scendere in battaglia a turno, raramente insieme, raramente con le stesse parole d’ordine e le stesse pratiche. È la famosa frammentazione delle lotte, quella a cui si dovrebbe porre rimedio grazie a una strategica e necessaria «convergenza». Eppure basta andare davanti a un liceo bloccato o a una manifestazione oggi per ritrovare tutta questa allegra compagnia rappresentata nelle parole d’ordine, nelle pratiche o nei codici estetici: i Gilet gialli, che questi ragazzi hanno conosciuto da bambini, quando talvolta manifestavano nei cortili delle scuole cantando «Macron dimissioni», riappaiono attraverso le bandiere tricolori, i blocchi e la Marsigliese tornata a essere un canto di battaglia. Le rivolte per Nahel, ucciso dalla polizia nel 2023 a Nanterre, riemergono attraverso l’estetica della rivolta e le parole d’ordine contro le violenze poliziesche. Anche le mobilitazioni contro la riforma delle pensioni hanno lasciato il segno, mentre quelle contro il genocidio a Gaza hanno riempito i blocchi e le manifestazioni liceali di bandiere palestinesi, con grande disperazione dei sionisti di ogni schieramento, che vi vedono l’ombra della France Insoumise, che cercano di dipingere come la regia occulta del movimento, per screditare al tempo stesso la mobilitazione giovanile e il partito politico, ampiamente sostenuto dai giovani mobilitati ma ben lontano dall’aver dato avvio al movimento o dall’esercitare su di esso un qualsiasi controllo. A ogni intervento pubblico, i ragazzini smentiscono magnificamente questa narrazione ridicola. Il livello di politicizzazione è impressionante. Si resta a bocca aperta davanti alla qualità dei loro interventi, in televisione, al megafono o davanti al microfono di un influencer dalle inclinazioni fasciste che non riesce a crederci neppure lui: chiari, politici ma non dogmatici, divertenti, precisi. Nella pattumiera della storia tutti gli uccelli del malaugurio che pontificavano su una generazione rovinata dai social network e dall’intelligenza artificiale, atomizzata e individualista! Perché vanno sottolineati altri due aspetti: il carattere fortemente egualitario delle rivendicazioni – vogliamo una scuola migliore e la vogliamo per tutti – e soprattutto il carattere non difensivo della mobilitazione: non si pretende il ritiro di una riforma né il semplice aumento di un bilancio, ma una vita migliore, un’istruzione migliore, prospettive per il futuro, e anche più tempo per il presente, per vivere qui e ora. E poco importa quello che voi (le generazioni precedenti) avete accettato: è un problema vostro.

Ci troviamo dunque di fronte a una generazione iperpoliticizzata, solidale e ambiziosa. E a una generazione capace anche, almeno per il momento, di parlare a mondi – le periferie, da cui è partita la mobilitazione, e i centri cittadini, che si sono uniti poco dopo – e a frazioni di classe (quella dei Gilet gialli, il cui arrivo il 17 ottobre sembra essere atteso da tutti con impazienza; quella che si è mobilitata contro la riforma delle pensioni; e quella che si è ribellata alle violenze poliziesche) che fino a oggi sembravano faticare a comprendersi, e ancor più a mettersi in movimento insieme.

Il potenziale in termini di ricomposizione politica è dunque enorme, ma nulla è deciso in anticipo. Tre ordini di problemi sembrano caratterizzare questa fase.

Il primo riguarda «noi», un noi ampio: comunisti, autonomi e organizzazioni del movimento sociale. Come aiutare questo movimento a rafforzarsi, a estendersi, senza imporgli un cambiamento di natura? Come aiutarlo a superare delle soglie senza dettargli i tempi, ma neppure pratiche (siano esse non violente, sindacali o insurrezionali) e parole d’ordine estranee alla sua natura? Come intervenirvi senza sostituirsi ai giovani, dunque, ma soprattutto come farlo favorendo incontri che ne accrescano la potenza invece di alterarne la natura? In questo senso bisognerà fare tesoro anche dei successi, ma soprattutto degli insuccessi che abbiamo conosciuto durante il movimento dei Gilet gialli.

Il secondo ordine di problemi è caratteristico dei movimenti degli ultimi dieci o quindici anni e riguarda la questione dell’organizzazione. Tradizionalmente, i movimenti liceali sono quelli meno strutturati dalle organizzazioni. Ciò è tanto più vero per questo movimento, che sboccia dieci anni dopo il 2016, ossia dieci anni dopo che l’avanzata autonoma, sullo sfondo di un Partito socialista moribondo, ha accelerato l’implosione delle organizzazioni liceali e studentesche senza… sostituirvi nulla. Certo, la France Insoumise, con l’Union étudiante e l’USL, ma anche Révolution Permanente e altre organizzazioni, cercano di colmare i vuoti. Resta il fatto che raramente i giovani sono stati così poco organizzati sul piano formale. E questo presenta le ambivalenze classiche dei movimenti contemporanei: elementi di forza – la ricomposizione che il movimento realizza tra i diversi soggetti in lotta è resa possibile in parte proprio dall’assenza di un inquadramento organizzativo. Ma, dall’altra parte, si ripropone ancora una volta la questione della continuità del movimento, qualora non riesca a dotarsi di infrastrutture proprie.

Il terzo ordine di problemi riguarda il contesto particolare: la saturazione della vita politica da parte del gioco elettorale dal 2024 e dallo scioglimento dell’Assemblea nazionale. Da quando lo scontro si è, in un certo senso, spostato dalle strade all’Assemblea, ecco il primo movimento capace di emergere dalla strada, di occupare il dibattito politico nazionale e persino di riportarvi dei deputati. Se la sua composizione è nuova, lo è anche il suo modo di esistere, che resta da indagare: quale rapporto intrattiene con la lotta elettorale? Quali fratture di classe attraversano la sua composizione in questo senso? E ancora: siamo di fronte a una ripetizione del ’68, che testimonia una nuova frattura intergenerazionale, ma che potrebbe sfociare in un voto a destra, dopo quindici anni di radicalismo di sinistra e di liberalizzazione della società?

Ciò che si gioca oggi supera, in definitiva, il destino immediato del movimento liceale: forse si sta delineando una nuova ricomposizione politica, a partire da una nuova generazione e al termine di oltre dieci anni di lotte. Resta da capire se saprà trovare le proprie forme di organizzazione, se saprà trasformare questa energia in una forza duratura, dando vita alla costruzione di contropoteri. E, per quanto ci riguarda, resta da capire come contribuirvi senza abbandonarsi ai vecchi riflessi militanti che consistono nel voler organizzare il movimento prima ancora di cercare di comprendere ciò che sta producendo.