Il 28 settembre 1864, sull’onda dello sdegno per l’aggressione russa alla Polonia, le delegazioni operaie di alcuni paesi europei e statunitensi si riunirono a Londra per fondare un organismo politico che coordinasse e sviluppasse le lotte del proletariato nei rispettivi paesi. Nasceva così la Prima Internazionale dei Lavoratori. Le pratiche di sciopero e il diritto di riunione permisero la crescita del movimento operaio e la diffusione delle dottrine di liberazione del proletariato. La repressione e lo sfruttamento concertati e pianificati dalla borghesia e dai governi nazionali ebbero finalmente la loro controparte, e non poterono che aumentare il prestigio e l’adesione delle masse ai principî dell’Internazionale.
Animata da anarchici, socialisti, mazziniani e comunisti, l’Associazione Internazionale fu egemonizzata da questi ultimi che riuscirono a promuovere la lotta di classe come indirizzo comune dell’organizzazioni affiliate. Proponiamo di seguito la traduzione di alcuni estratti dell’Indirizzo inaugurale redatto da Marx per conto del comitato provvisorio dell’Associazione. Alla luce dei recenti lavori dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, i vecchi compiti del proletariato internazionale appaiono molto più che attuali.
Lavoratori!
È un dato di fatto che la miseria delle masse lavoratrici non è diminuita dal 1848 al 1864, sebbene questo periodo non abbia pari per lo sviluppo dell’industria e la crescita del relativo commercio. […] Il 7 aprile 1864, il Cancelliere dello Scacchiere incantò il Parlamento proclamando che il saldo della bilancia commerciale era cresciuto nel 1863 […] “di tre volte rispetto al 1843!” Nonostante tutto, dovette parlare di “povertà” […] “salari stagnanti”, “vita umana che in nove casi su dieci non è altro che lotta per la sopravvivenza”.
[… Secondo] il “Sesto rapporto sulla salute pubblica” […] i setaioli, le ricamatrici, i guantai, i tessitori di calze e così via non ricevono in media neppure la paga di sussistenza degli operai del cotone, neppure la quantità di carboidrati e proteine “appena sufficiente a scongiurare le malattie da denutrizione”.
“È doloroso pensare che la povertà a cui ci si fa riferimento non è la povertà procurata dall’ozio, ma sempre povertà della popolazione attiva. Infatti, il lavoro a livello di sussistenza dura per la maggior parte troppo a lungo.”
[…] Il Cancelliere [Gladstone] dichiara estasiato: “Dal 1842 al 1852, gli incassi sull’imponibile sono aumentati del 6%; in otto anni, dal 1853 al 1861, sono aumentati dal dato del 1853 del 20%! […] Questa inebriante impennata della ricchezza e del potere è per intero riservata alle classi abbienti.”
Ci siamo prolungati sull’Inghilterra perché essa è prima in Europa per commercio e industria. […] In realtà […] quel che avviene in Inghilterra si replica in tutti i paesi industrializzati e sviluppati del continente. In tutti i paesi europei è ormai una verità inconfutabile per chiunque abbia onestà intellettuale, e deprecata solo da chi ha interesse a rinchiudere gli altri in un paradiso per scemi, che nessun progresso tecnologico, né la scienza applicata alla produzione, nessun mezzo di comunicazione, nessuna nuova colonia, né l’emigrazione o l’apertura di mercati, nessun libero mercato, e neppure tutte queste cose insieme, spazzeranno via la miseria delle masse laboriose. Semmai, sulla base di questi falsi presupposti, è chiaro che ogni nuovo sviluppo delle forze produttive del lavoro non potrà che approfondire i contrasti sociali e acuire gli antagonismi sociali. La morte per inedia assurse al rango di un’istituzione durante questo eccitante epoca di progresso nelle metropoli dell’impero britannico. Quell’epoca è contraddistinta negli annali del mondo dal ritorno frequente, dalla portata crescente e dagli effetti sempre più mortiferi di quella peste sociale chiamata crisi del commercio e dell’industria.
Dopo trent’anni di lotta […] le classi lavoratrici inglesi, approfittando di una momentanea divisione tra latifondisti e capitalisti, ottennero la legge sulle dieci ore […] Non si trattò solo di una conquista materiale, ma della vittoria di un principio: per la prima volta l’economia politica della classe media dovette cedere apertamente all’economia politica della classe operaia.
Ma c’era in serbo una vittoria ancora più grande per l’economia politica del lavoro sull’economia politica della proprietà. Parliamo del movimento cooperativo, in particolare delle fabbriche cooperative sorte per autonoma iniziativa di poche ‘mani’ [operai, ndt] audaci. […] Allo stesso tempo l’esperienza del periodo compreso tra il 1848 e il 1864 ha provato oltre ogni dubbio che, per quanto eccellente in linea di principio e utile nella pratica, il lavoro cooperativo, se ristretto ai circuiti chiusi di iniziativa privata, non riuscirà mai a fermare la crescita geometrica del monopolio, a liberare le masse e neppure ad alleggerire appena il peso della loro miseria.
[…] Conquistare il potere politico è, dunque, diventato il primo compito delle classi lavoratrici. Esse sembrano averlo compreso, poiché in Inghilterra, Germania, Italia e Francia si assiste a un comune risveglio, e ci si sforza insieme di creare l’organizzazione del partito dei lavoratori.
Essi hanno un fattore di successo: il numero. Ma il numero pesa sulla bilancia fintanto che si è uniti nella solidarietà e guidati dalla conoscenza. Le passate esperienze insegnano che il disprezzo per quella fratellanza che sarebbe dovuta esistere tra lavoratori di differenti paesi e spingerli a serrare i ranghi in tutte le loro lotte per l’emancipazione, viene punito con la comune disfatta di tutti loro i assalti scoordinati. Questo pensiero spinse i lavoratori di differenti paesi a riunirsi il 28 settembre 1864, in pubblica assemblea al St. Martin’s Hall, per fondare l’Associazione Internazionale.
Un’altra convinzione animò l’assemblea.
Se l’emancipazione delle classi lavoratrici esige la loro fraterna collaborazione, come potranno esse realizzare quella immensa ambizione con una politica estera intenta a progetti criminali, che gioca sulle divisioni nazionali e dilapida il sangue e la ricchezza del popolo in guerre di rapina? [L’opposizione all’intervento inglese nella guerra civile americana a fianco degli stati schiavisti e l’indifferenza europea alla soppressione russa della Polonia, ndt] hanno insegnato alle classi lavoratrici il dovere di educarsi ai misteri della politica internazionale, di sorvegliare le azioni diplomatiche dei loro rispettivi governi, di contrastarle, se necessario, con ogni mezzo a loro disposizione, e quando non in grado di prevenirle, di unirsi in comuni denunce e di rivendicare le basilari leggi della morale e della giustizia, che dovrebbero regolare le relazioni degli individui così come le norme fondamentali delle relazioni internazionali.
La lotta per una politica estera di questo tipo è parte integrante della lotta generale per l’emancipazione delle classi lavoratrici.
Proletari di tutti i paesi, unitevi!

