Roma, 31 ottobre 1974: il generale Vito Miceli, capo del Sid, come si chiamava allora il servizio segreto militare, viene arrestato su mandato del giudice padovano Giovanni Tamburino. È accusato di falso ideologico e cospirazione contro lo stato. Si presume sia tra i capi di un’organizzazione occulta, composta da elementi delle forze armate e delle forze dell’ordine, strettamente collegata a organizzazioni neofasciste e a strutture della Nato, che trama contro l’ordinamento democratico e lavora per il ritorno di un sistema di governo autoritario.
Perché non ne sentite parlare
Interrogato da Tamburino, Miceli, prima di rinchiudersi nel silenzio, che giustificò come dettato dal segreto politico-militare, fece una sola affermazione sibillina: «È una fase che va concludendosi questa. Finora avete sentito parlare di fascisti, d’ora in poi sentirete parlare soprattutto di “quegli altri”» – dove, per quegli altri, intendeva le Brigate rosse, di matrice comunista.
Nel corso degli anni Ottanta e Novanta, quando le ricostruzioni “complottiste” sul lungo Sessantotto italiano cominciano a prendere forma, quelle parole saranno utilizzate come la prova dell’eterodirezione, da parte di settori deviati dello stato, di organizzazioni armate comuniste. Finora abbiamo manipolato i neofascisti – questa è l’interpretazione di quella frase che guida le analisi “complottiste” – ora useremo soprattutto quegli altri. I comunisti.
Ma si può considerare corretta questa visione? Se guardiamo alla storia repubblicana, ci rendiamo conto che le azioni armate neofasciste non si arrestano nel 1974, con la strage di Brescia, il 28 maggio di quell’anno, o con l’attentato all’Italicus, il 4 agosto, entrambe avvenute prima dell’arresto di Miceli.
Il terrorismo nero cambia forma, le organizzazioni neofasciste si riorganizzano e mescolano, continuando a colpire. Fino ad arrivare al 2 agosto 1980, giorno della strage alla stazione di Bologna: l’eccidio più grosso avvenuto in Italia in tempo di pace. 85 morti e 216 feriti. Fino al 2004 era la strage più cruenta avvenuta in Europa, poi, l’11 marzo di quell’anno, quel triste primato è spettato a Madrid.
Allora cosa intendeva dire Miceli con quelle parole? Forse, più che una strategia di eterodirezione, volevano indicarne una di comunicazione: “sentirete parlare soprattutto di quegli altri”, probabilmente, significava che la stampa e le televisioni, in Italia, in quel momento controllate in larga parte da iscritti alla loggia massonica segreta P2, la stessa che, secondo parecchie indagini, era alla regia delle stragi, si sarebbero concentrate soprattutto sul “terrorismo rosso”, usandolo per criminalizzare tutta l’area politica dei movimenti.
Nel luglio 2025 è stata letta l’ultima sentenza che chiudeva un processo relativo all’attentato alla stazione di Bologna: Paolo Bellini, primula nera del terrorismo neofascista, condannato all’ergastolo come esecutore e i mandanti, per la prima volta nella storia di una strage italiana, individuati.
Ne avete sentito parlare? Probabilmente no, perché giornali e televisioni non hanno dedicato prime pagine e approfondimenti a un fatto che, in altri tempi, sarebbe stato di primo piano. Eppure, tra i mandanti, c’era Licio Gelli, capo della P2; Federico Umberto D’Amato, capo dell’Ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno; Mario Tedeschi, direttore del giornale “il Borghese” e senatore del Movimento sociale italiano, il partito dal quale deriva quello attualmente al governo. Ci sarebbe stato tanto da scrivere, anche connettendo quei fatti all’oggi. Eppure tutto è stato messo in secondo piano. “Sentirete parlare solo di quegli altri”, forse significava questo… E se si guarda alla narrazione dei media mainstream dell’ultimo trentennio, ci si rende conto che soprattutto “di quegli altri” si è parlato. Cosa che ha portato, dopo ogni piazza infiammata, dopo ogni protesta determinata, a richiamare, da destra e da sinistra, il ritorno degli anni di piombo. Mai nessuno che rinfacci a questi signori la complicità con il tritolo che ha massacrato innocenti colpendo nel mucchio. Delle stragi fasciste, progressivamente, si sta perdendo memoria.
La percezione delle stragi neofasciste
Nel dicembre 2017, alla vigilia dell’anniversario della strage di Piazza Fontana, il quotidiano “la Repubblica” pubblicò sul suo sito un video nel quale si chiedeva a studentesse e studenti se avessero memoria di quell’evento. Molt* non ne sapevano nulla e, quando veniva loro chiesto chi fossero stati gli esecutori, rispondevano: le Br!
Lo stesso avviene a Bologna: non di rado ragazze e ragazzi che vanno a visitare i luoghi della strage e a incontrare vittime sopravvissute, oltre che soccorritrici e soccorritori, attribuiscono quell’atto al “terrorismo di sinistra”. Tanto hanno sentito parlare “soprattutto di quegli altri” da giornali, tv e social, che si sono convint* che “quegli altri” siano responsabili di ogni atto terroristico avvenuto in Italia.
È in questa “cultura” che sguazzano i depistaggi (nella storia della strage di Bologna, processuale e non solo, sono stati innumerevoli) ed è questo sentire comune che la destra sfrutta per cercare di addossare ad altr* la responsabilità dei delitti di cui si è macchiata.
Le bianche scogliere di Dover
“Mi permetto pure una colazione e all’una prendo il traghetto. Londra eccomi. Faccio un giro sul traghetto e tre ore passano subito. Dover con le sue bianche scogliere mi sta di fronte”. Sono le ultime parole scritte da Mauro Di Vittorio sul suo diario, ritrovato tra i suoi effetti personali tra le macerie della stazione di Bologna, dove il ragazzo (aveva 24 anni) ha perso la vita in seguito all’attentato.
A Londra, dove voleva tornare dopo una breve assenza a lavorare in un ristorante, Mauro, non ci è mai arrivato: respinto alla frontiera perché aveva pochi soldi con sé dopo un viaggio rocambolesco in autostop attraverso mezza Europa, partendo da Roma. Quel 2 agosto del 1980 si trovava alla stazione di Bologna, di ritorno da quel viaggio che non aveva avuto buon fine. Neanche a Roma arriverà mai. La sua avventura, e la sua vita, si fermeranno lì, nella sala d’aspetto di Bologna Centrale, alle 10.25 di quel sabato.
Perché tra tante vittime parliamo proprio di lui? Perché di Mauro, ucciso dalla barbarie neofascista, è stata anche oltraggiata la memoria. È stato accusato di essere lui il corriere della bomba. E non da gente qualsiasi: da un ex presidente della Camera, Gianfranco Fini e, soprattutto, da un ex deputato di destra, Enzo Raisi.
Per raccontare questa storia però, prima di chiudere, bisogna fare un passo indietro e, anche se vi sembrerà strano, parlare di autonomi e Palestina.
La pista palestinese e gli autonomi
Sin dall’inizio si tentò di attribuire la strage a terroristi stranieri. Già il giorno successivo all’attentato, il 3 agosto 1980, Claire Sterling, giornalista del Washington Post vicina alla Cia, parla in Tv di una fantomatica pista internazionale. Pista che anche Licio Gelli cercherà di accreditare più volte e che sarà indicata anche da un ex Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga.
Ma cosa c’entra Mauro Di Vittorio in questo?
Nel novembre del 1979, nei pressi di Ortona, in Abruzzo, tre militanti romani dell’Autonomia Operaia, in particolare del Collettivo autonomo del Policlinico, vengono fermati e arrestati mentre trasportano sulla loro auto due missili terra-aria di fabbricazione sovietica. Sono destinati ai palestinesi del Fronte popolare di liberazione della Palestina. Pochi giorni dopo verrà arrestato il giordano Abu Anzeh Saleh, militante del Fplp a cui presumibilmente i missili dovevano essere consegnati.
Secondo Enzo Raisi, che si fa scudo di alcune indagini condotte dalla commissione parlamentare d’inchiesta Mitrokhin, l’attentato alla stazione di Bologna avviene per vendicare l’arresto di Saleh. Sarebbero stati quindi i palestinesi a compierlo e Mauro Di Vittorio, indicato come membro del Collettivo autonomo del Policlinico, sarebbe stato il corriere della bomba, morto incidentalmente mentre la collocava.
Peccato che a suffragare questa tesi non ci sia alcuna prova concreta, ma solo una serie di menzogne e congetture.
Mauro Di Vittorio non è mai stato un militante dell’Autonomia. Ha militato fino alla fine dei Settanta, prima di trasferirsi a Londra, dove faceva il lavapiatti, in Lotta continua, organizzazione dalla quale si era allontanato criticamente, pensando che la rivoluzione ciascuno avrebbe prima dovuto farla interiormente. Con quell* del Policlinico non c’entra nulla! Cosa confermata da divers* militant* dell’epoca.
La pista palestinese, invece, che Raisi indica facendo riferimento a documenti dei servizi segreti all’epoca secretati, viene clamorosamente smentita da quegli stessi documenti che cita: una volta desecretati è possibile leggere che affermano l’esatto contrario di quanto Raisi sostiene. I palestinesi stanno trattando con l’Italia per la liberazione di Saleh e degli italiani coinvolti. Non hanno nessun interesse a fare in un paese che considerano amico un atto barbaro come quello che interessa la stazione di Bologna.
Perché?
Ma allora: perché insistere tanto su queste piste alternative del tutto infondate? Secondo lo scrittore Carlo Lucarelli, che si è occupato parecchio delle stragi neofasciste, per una parte politica, quella che affonda le proprie radici nel neofascismo e nel Movimento sociale italiano, è un grosso ostacolo essere associata agli atti più orrendi che hanno costellato la storia repubblicana. C’è la necessità politica di smentire questo loro coinvolgimento e che di quegli atti se ne parli poco. Del resto, la tecnica degli attentati della strategia della tensione era proprio quella di non rivendicarli, ma di attribuirne la responsabilità agli avversari politici, per fare in modo che cittadine e cittadini li odiassero e facessero propri i programmi autoritari e liberticidi dei reali esecutori.
Oggi, che gli eredi di quella stagione di tritolo sono al governo, probabilmente sentono la necessità di cancellare le tracce di quanto compiuto da gente che è nel loro album di famiglia. Di negare la responsabilità dei neofascisti nelle stragi e, in particolare, nella più orrenda di esse: quella di Bologna. Quale capro espiatorio migliore di quello offerto dai palestinesi? In un sol colpo si cancellano le proprie responsabilità e si criminalizza ulteriormente un popolo che ha messo non poco in difficoltà questo governo, cercando di cancellare la simpatia che gli italiani nutrono per esso.

