La politica oltre la politica: Anton Jäger e una fenomenologia della viralità.

Nel panorama della teoria politica contemporanea, pochi testi recenti hanno saputo condensare con altrettanta lucidità diagnostica le trasformazioni della sfera pubblica occidentale quanto Hyperpolitics. Extreme Politicization Without Political Consequences di Anton Jäger. L’opera, agile nelle dimensioni ma straordinariamente densa sul piano concettuale, si presenta come un tentativo di periodizzazione del presente, ovvero come uno sforzo di nominare quella configurazione storica che emerge dalla crisi simultanea della politica organizzata e delle mediazioni novecentesche. Il merito principale del volume consiste precisamente nell’aver individuato una categoria capace di cogliere il paradosso fondamentale del nostro tempo: l’intensificazione quasi febbrile della politicizzazione, in assenza di effetti politici strutturali e duraturi.

L’iperpolitica descritta da Jäger non coincide infatti con un ritorno della politica nel senso classico del termine. Al contrario, essa designa una forma di mobilitazione permanente, priva di sedimentazione concreta: un regime di eccitazione pubblica che continuativamente produce affetti, identità e conflitti simbolici senza tuttavia ricostruire legami collettivi durevoli né organizzazioni capaci di incidere stabilmente sui rapporti di forza sociali. In ciò il libro si colloca all’incrocio fra storia sociale, sociologia politica e teoria critica, dialogando implicitamente con una genealogia che va da Tocqueville a Weber, da Debord a Baudrillard, da Putnam a Sloterdijk, fino a Fisher e Tooze. Se gli anni Novanta furono dominati da ciò che Jäger chiama postpolitica – una forma di depoliticizzazione caratterizzata dalla convergenza centrista, dalla privatizzazione dell’esistenza e dall’erosione delle appartenenze collettive – l’epoca successiva ha conosciuto una riattivazione intensa del conflitto pubblico senza che ciò producesse una ricostruzione organizzata della società. La politicizzazione cresce mentre la socializzazione collassa, per dirla in mondo un po’ tranchant. È precisamente questa divergenza fra intensità politica e desertificazione organizzativa a definire l’orizzonte dell’iperpolitica. La costruzione teorica di Jäger possiede una notevole eleganza, che attraverso un diagramma a due assi – politicizzazione e integrazione sociale – propone una periodizzazione in quattro momenti: la politica di massa novecentesca, la postpolitica neoliberale, l’antipolitica del decennio successivo al 2008 e infine l’iperpolitica propriamente detta, oggi. L’originalità del modello non risiede tanto nell’individuazione di singole cesure storiche, quanto nella capacità di pensare simultaneamente trasformazioni culturali, economiche e antropologiche. In questo senso, il libro appartiene a quella tradizione teorica che potremmo definire “morfologica”, ossia una linea che in forme diverse attraversa autori come Jameson o Koselleck, interessati non semplicemente agli eventi ma alle strutture di sensibilità che definiscono un’epoca.

Jäger è particolarmente emblematico quando descrive il passaggio dalla società incasellata del Novecento alla fluidità contemporanea. E il confronto implicito con Weber è qui decisivo. Se la politica moderna presupponeva organizzazioni permanenti, disciplina militante, temporalità lunghe e appartenenze relativamente stabili, l’iperpolitica appare invece modellata sulla logica dei mercati finanziari e delle piattaforme digitali: breve durata, volatilità emotiva, bassi costi d’ingresso e rapidità dell’exit. La partecipazione politica assume così la forma di una connessione intermittente, reversibile e performativa. Non più il partito come “chiesa secolare”, ma l’hashtag usa e getta; non più il sindacato come struttura di integrazione sociale, ma la mobilitazione virale; non più la formazione politica lenta e cumulativa, ma la scarica emotiva del feed. La forza del libro emerge soprattutto nelle pagine dedicate alla crisi delle istituzioni intermedie, e qui Jäger rilegge in chiave radicale il celebre paradigma di Putnam: se Bowling Alone aveva descritto l’erosione del capitale sociale americano come un problema civico e culturale, Jäger ne politicizza radicalmente le implicazioni. Il declino delle associazioni, dei sindacati e dei partiti non produce semplicemente isolamento ma modifica la struttura stessa dell’azione politica. In assenza di forme organizzative stabili, la partecipazione tende a divenire episodica, moralizzata e intensamente individualizzata. L’iperpolitica è dunque il correlato soggettivo della desocializzazione neoliberale. E proprio da questo punto di vista, il libro offre una delle analisi più penetranti del rapporto fra capitalismo digitale e trasformazione della sfera pubblica, evitando tanto l’esaltazione tecnofila, quanto il moralismo apocalittico. I social media non vengono presentati come causa autonoma della crisi del Politico, ma come infrastrutture perfettamente coerenti con una società caratterizzata dalla precarietà, dalla frammentazione temporale e dalla finanziarizzazione dell’esistenza. L’utente iperpolitico agisce, infatti, come un investitore affettivo: alloca attenzione, indignazione e appartenenza in modo rapido e opportunistico, ritirandole non appena il rendimento simbolico diminuisce. La temporalità della politica si contrae fino a coincidere con il ciclo della notizia, della polemica o della piattaforma. In tal senso, l’analisi di Jäger rappresenta anche una critica più o meno implicita a molte esperienze dei movimenti post-2011. Esperienze quali Occupy Wall Street, Black Lives Matter, i climate strikes, vengono lette come fenomeni incapaci di superare la contraddizione fondamentale del presente, cioè l’assenza di organizzazione durevole. Non è un caso che il libro torni frequentemente sulla nozione gramsciana di “guerra di posizione”. Poiché, il più delle volte, le mobilitazioni contemporanee eccellono nella “guerra di movimento” mediatica, ma falliscono nel consolidamento progettuale. Esse, quando funzionano, producono visibilità senza accumulare potere.

Particolarmente accurato è l’uso che Jäger fa della cultura come sintomo storico. Le fotografie di Wolfgang Tillmans, i romanzi di Annie Ernaux e soprattutto l’opera di Michel Houellebecq diventano strumenti diagnostici per leggere le metamorfosi dell’immaginario occidentale. Qui il libro raggiunge sembianze quasi benjaminiane, in cui le forme estetiche non vengono trattate come semplici illustrazioni sociologiche, ma come cristallizzazioni sensibili di mutamenti storici profondi. Il passaggio dalla malinconia post-storica degli anni Novanta all’ansia paranoica e identitaria degli anni Duemila trova in Houellebecq il proprio interprete privilegiato. La lettura di Submission o Serotonin come romanzi della transizione dall’antipolitica all’iperpolitica, è assunta come centrale. Jäger coglie bene come tale universo registri il tramonto dell’individualismo neoliberale gaudente e il ritorno di bisogni di appartenenza che non riescono tuttavia a tradursi in progetti collettivi di emancipazione. Da qui il proliferare di forme pseudo-comunitarie, identitarie o reazionarie. L’iperpolitica, in effetti, non ricostruisce il comune: essa estetizza e privatizza il conflitto. È tuttavia proprio su questo punto che emergono alcune ambivalenze teoriche del libro, che, pur essendo straordinariamente efficace sul piano diagnostico, appare meno convincente quando tenta di delineare possibili vie d’uscita. L’impressione è che l’autore oscilli fra una nostalgia implicita per le forme politiche del Novecento e la consapevolezza della loro irreversibile crisi storica. Tale oscillazione attraversa gran parte del dibattito contemporaneo, come fosse un affanno composto, da un lato, dal desiderio di recuperare quelle “istituzioni organizzative” forti, e dall’altro, dall’innegabile verità per cui le condizioni sociali che le rendevano possibili sono ormai profondamente mutate.

Il rischio della categoria di iperpolitica è forse quello di eccedere in capacità descrittiva a scapito della precisione analitica. Il concetto tende infatti a inglobare fenomeni assai differenti – populismi, mobilitazioni digitali, culture wars, radicalismi identitari, politicizzazione consumistica – correndo talvolta il pericolo di trasformarsi in una metafora totalizzante. Si potrebbe obiettare che non tutte le forme contemporanee di politicizzazione siano equivalenti né riconducibili a una medesima logica affettiva. Vi sono differenze sostanziali fra mobilitazioni emancipative e reazioni identitarie, fra conflitto sociale e polarizzazione populistica. L’impressione, a tratti, è che la categoria finisca per appiattire tali distinzioni, col rischio di produrre quasi una postura di stoica accettazione dello stato di cose presenti, piuttosto che incentivare con intraprendenza una sua sfida. Ciò non toglie che Hyperpolitics rappresenti uno degli interventi più coinvolgenti emersi negli ultimi anni nel campo della teoria politica. Il libro riesce infatti là dove molta pubblicistica contemporanea fallisce: sottrarsi sia al moralismo liberale sia al populismo nostalgico, producendo invece una cartografia concettuale del presente capace di tenere insieme economia politica, trasformazioni tecnologiche e mutazioni antropologiche. Un testo pubblicato ormai nell’ottobre del 2024, che letto oggi entra a gamba tesa, seppur indirettamente, nei tanti quesiti lasciati dalle imponenti mobilitazione del “Blocchiamo Tutto” appena trascorse e dalla loro (apparente) difficoltà di stratificarsi oltre l’esondazione. L’importanza del contributo di Jäger non deriva soltanto dalle tesi avanzate ma anche dal metodo adottato, capace di dar vita ad una teoria storica del presente che restituisce centralità alla lunga durata senza cadere nel determinismo.

In ultima analisi, ciò che l’autore descrive è la crisi del rapporto soggetto-organizzazione. La politica contemporanea appare sempre più virale, emotiva, personalizzata e simultaneamente impotente. Tutto diventa politico perché nulla riesce più a organizzarsi politicamente in senso forte. È questo il paradosso su cui si continua a porre l’accento: la nostra epoca non è postpolitica nei termini di una fine del conflitto, ma nel significato più radicale di una proliferazione incontrollata del politico priva di sedimentazioni infrastrutturali. L’immagine in evocazione è quella di una società permanentemente mobilitata e strutturalmente disarmata. L’iperpolitica produce intensità senza continuità, passioni senza organizzazione, indignazione senza trasformazione. In tal senso, il lavoro di Jäger non offre soltanto una diagnosi del presente, ma rappresenta anche un implicito indirizzo di inchiesta militante. Perché la questione decisiva del nostro tempo non è come politicizzare la società con propositi messianici, ma come ricostruire in forma nuova le condizioni materiali e organizzative affinché la complessità politica intrinseca alla vita di tutti i giorni riesca a condensarsi in capacità di efficacia collettiva, in possibilità concreta di durata.