Nelle ultime settimane acta media ha dedicato alcuni post alla colonizzazione dello spazio, a una rete fatta di satelliti, missioni spaziali e stazioni oltre l’atmosfera terrestre. I fenomeni che si è cercato di spiegare rappresentano il tentativo da parte del capitale di oltrepassare nuove frontiere. A dispetto di quanto si potrebbe pensare, però, non sono una novità degli ultimi anni ma un processo che affonda le proprie radici nei mutamenti interni all’organizzazione della produzione e della società in atto dai primi anni Settanta del Novecento. Probabilmente la fase che attraversiamo è il punto più avanzato sorto da quei mutamenti.
Quello che riproponiamo è un articolo pubblicato sul primo numero della rivista Cyberpunk Decoder, datato maggio 1987. È uno dei primi tentativi di analizzare fenomeni che ancora oggi caratterizzano la nostra società da un punto di vista antagonista. Suona anche a voi attuale?
Buona lettura!
Il riassetto dell’economia capitalistica iniziato alla fine degli anni 70 si fonda sulla capacità del comando capitalistico stesso di impossessarsi delle categorie analitiche per eccellenza: lo spazio e il tempo.
Si tratta di un vero e proprio salto quantico, irreversibile e irrefrenabile, è la maturità della rivoluzione industriale che pone le premesse del proprio superamento, una nuova era inizia, imposta da un ciclo che si va chiudendo; l’epoca del capitale disperso, frazionato, molecolare, lo stritolamento del soggetto è l’unica strada per riaffermare l’oggetto cioè il dominio, la conquista dello spazio significa guerra ai proletari che, schiavi costruiranno la nuova Babele.
Curioso e affascinante questo processo generato dal capitale, che mentre ci criminalizza nell’antagonismo, ci fagocita e svuota le nostre capacità di immaginare società, modi di produzione, socialità diverse.
L’era della sussunzione reale della società al capitale è iniziata, l’era nella quale ogni scoperta scientifica, ogni organizzazione giuridica e sociale, ogni manifestazione umana vengono fagocitate o risucchiate dentro questo «buco nero».
Il capitale ha conquistato il globo, ha determinato la più grande mutazione antropologica che si ricordi, come un vero e proprio Behemoth ci ha condotto alle soglie di un «orlo dell’essere» che è forse oggi il più preoccupante prodotto della reificazione del corpo sociale iniziata con la «rivoluzione capitalista» fin dal XVI° secolo. Non è certo un caso comunque, che in questa rifondazione il dominio si affidi in misura considerevole all’ultima tra le utopie borghesi (che imprecisamente chiamo utopia visto che ha da tempo perso la propria carica positiva ed a poco è ridotta se non a raffinata creazione di consenso) ormai null’altro che una fabbrica di dissuasione delle menti dal nome di «frontiera»; la metafora della conquista che conosciamo fin troppo bene.
Questa è la tragica condanna del capitale, il paradosso della sua esistenza effettuale che mentre non può sottrarsi alla obbligata diffusività del proprio rapporto sociale, in questo stesso modo viene ponendo le basi della propria sparizione, dell’irragionevolezza della propria esistenza.
L’urbanizzazione è forse il primo passo verso la «conquista di uno spazio» dell’invenzione di una topica squisitamente e prettamente capitalistica ove si possano svolgere meglio che altrove le operazioni di estrazione del plusvalore.
Le grandi concentrazioni produttive dove la scala di questo processo diviene gigantesca, il taylorismo, le catene di montaggio e Sesto San Giovanni appartengono ormai all’archeologia industriale, visto che il processo suddetto, ormai non si dà su scala gigantesca e massificata, ma si dà molto più radicalmente nella totalità della sua esistenza, in tutta la società dunque non gigantesca, ma totale, molto semplicemente; il ruolo giocato dalle mitologie, quale quella della conquista per esempio del cielo con i dirigibili prima e gli aeroplani poi, è l’equivalente «fin de siècle» della conquista dello spazio.
Il programma Apollo svolge le funzioni di sfondamento delle colonne d’Ercole della conoscenza, certamente non per amore della conoscenza ma dietro la coercizione di un saggio di profitto in caduta libera anche grazie alle lotte degli anni ’50 e ’60, sotto l’effetto devastante della stagflazione, che ha come addormentato le borse di tutto il mondo per quasi trenta anni; ma perché, per quale motivo il programma Shuttle è andato a sostituire il programma Apollo? Non v’è dubbio che esista un problema un problema di climaterio e di costi eccessivi di questo programma, il fatto è che saldamente allo Shuttle sono come attaccate talune tra le più profittevoli occasioni d’investimento da tempo programmate e identificabili nei segmenti ad alta composizione organica di capitale: farmaceutico, informatico, tecnologico, telematico, comunicazionale.
Affiancati al programma Shuttle dove peraltro il condizionamento militare (carta sempre sicura da giocare in caso di crisi) è schiacciante e ci limitiamo a citare il progetto di scudo spaziale SDI, occorre ricordare i programmi Explorer e Voyager attraverso i quali si va delineando uno scontro tra lobbyes, tra NASA e SPATIAL CENTER STUDY di Pasadena; i primi ancora coinvolti e promotori della colonizzazione umana dello spazio, i secondi fautori di una robottizzazione delle stesse macchine esploratrici sulla scorta della ormai collaudata robottizzazione dei cicli produttivi; infine con la precisa volontà di scalzare gruppi ormai decaduti stanno le compagnie televisive, in grado di usare, commissionare e gestire la colonizzazione «de facto» avvenuta con i satelliti (in specifico NBC, ABC, CBS, BBC, RAI, GLOBO).
Come valida misura della MUTAZIONE ANTROPOLOGICA della odierna realtà, si può usare la Epoch-Making che ha portato ad una estrema raffinazione delle scale e dei metodi di misurazione nonché dell’invenzione di nuove unità di misura. È senza dubbio questa un’ottima dimostrazione delle trasformazioni intervenute; l’anno-luce è immaginabile con molta fatica solo nel 20° secolo, mentre il kilogrammo trova una sua prefigurazione reale come la moneta del resto, solo in base all’ascesa e all’affermazione di un certo modo di produzione e distribuzione della ricchezza. Oggi misurare decimi di millesimo di millimetro o di millilitro, o milioni di gradi centigradi, o peggio ancora millesimi di secondo è giocoforza per un sistema, che per reggere il proprio brutale dominio deve sempre più affidarsi a sofisticati sistemi di controllo.
Tutti strumenti questi, grazie ai quali sia possibile ad esempio misurare la «prima velocità cosmica» con cui si ottiene la satellizzazione attorno alla terra a tempo indefinito di 7,8 Km/sec.; si pensi poi al ventaglio di possibilità o l’induzione determinata da questo «nuovo settore» di nuove merci quali nuovi tessuti, nuovi farmaci, nuove leghe, i quali funzionalizzano la permanenza nello spazio dell’uomo, non va infine dimenticata la necessità di misurare fenomeni della durata di centesimi di secondo, e di saper riparare ad eventuali errori per mezzo di una rapidità di calcolo possibile solo alle intelligenze artificiali.
Dunque lo spazio è sottoposto a due processi di impossessamento quello utopico e/o pionieristico e in via pratica quello reale e colonizzatore.
Da un lato si tenta la conquista dello spazio come categoria storica della scienza, come è venuta formandosi dal XV° secolo in Occidente (l’altra sarà il tempo!) conquistare lo spazio ha dunque una valenza «morale» prontamente usata; come nel caso del Challenger esploso dopo il lancio dove si parlò degli astronauti come di martiri, dei protagonisti sacrificali dell’utopia della conquista umana; a questo ha portato la cultura della «frontiera» semplice velina ideologica della sempre maggiore instabilità intrinseca al sistema.
Ciò che invece è ormai realtà è la lottizzazione dello spazio, per ora simile nei modi (anche con uno sguardo al ritardo del diritto internazionale su questo punto) al movimento della privatizzazione dei campi nell’Inghilterra del XVIII° secolo e che si mostra in tutta la sua profondità con i satelliti.
Ovviamente se le superfici hanno due misure, lo spazio ne ha una in più, questo non significa che non sia legittimo parlare di impossessamento e lottizzazione vista l’ipoteca storica sul significato di questi termini, anzi qui sta la grande trasformazione che viviamo oggi, un’orbita geostazionaria o una stazione orbitante non potranno certo avere una trattazione geografica informata dai concetti di costa, lago, capitale bacino carbonifero, senza dubbio potrà tuttavia esistere una trattazione economica identica, tant’è che se il plusvalore è estorto in India o nella sua atmosfera poco ci manca anche se molto cambia. Bene, lo spazio inteso come il reparto più scomposto e lontano della fabbrica totale, dopo avere reso produttivo ogni interstizio economico e territoriale è il protagonista che con il capitale si cimenta in questa nuova pietra filosofale.
Occorre tra l’altro una rifondazione del concetto di produttivo e di materiale, tali concetti non sono più definibili con l’impianto teorico degli anni passati, non possiamo chiamare «sovrastrutture» il media televisivo, e la trasmissione telematica dei dati, la produzione di divertimento, poiché rappresentano nuovi dislocamenti di capitale, attraverso i quali il salto reale e dinamico compiuto dal capitale stesso ha spiazzato le strutture analitiche del sapere antagonista, principalmente sulla base della immaterialità o della a-materialità che queste nuove merci hanno e che è la caratteristica saliente il che implica quindi un uso dello spazio che non è più quello della fisica classica. Dunque non solo volume occupato e non occupabile da altri corpi, ma la trasformazione del volume (dello spazio) e per esempio anche della luce (si veda la trasmissione-dati e tutti gli altri usi cui è destinata la fibra ottica) in materiali direttamente produttivi, che entrano cioè prepotentemente nella cooperazione alla produzione uscendo dallo status di «elementi naturali».
Lo spazio, come la luce sono da intendersi i protagonisti dell’atomizzazione produttiva massima, il punto zero del SAGGIO di profitto poiché se tutto è capitale, tutto è anche contraddizione e antagonismo.
Decoder, n. 1, pp. 4-6, Edizioni UT Contaminazioni, Milano, inverno 1986-1987.
Testo ricontrollato sulla base della riproduzione in: Tommaso Tozzi, Le radici dell’HACKTIVISM in Italia 1969-1989, e confrontato con la scansione della raccolta Decoder 1-4.

