Congiuntura di guerra
In uno scenario globale dove la supremazia economica occidentale, costituita da secoli di dominio del globo, è sempre più sfidata dallo sviluppo vorticoso di altre aree del pianeta che reclamano anche per sé risorse, ricchezze e benessere, la priorità per le nostre classi dirigenti è quella di spezzare questo processo, con la forza se è necessario. La guerra ridiventa orizzonte sistemico.
All’interno della globalizzazione, la Cina ha progressivamente superato la funzione di “officina del mondo”, appropriandosi di segmenti a più alto valore aggiunto e affermandosi come competitor tecnologico di primo piano. Il combinato disposto di aumento della produttività, crescita della concorrenza, abbassamento dei prezzi, sviluppo di piattaforme logistiche e infrastrutture digitali, ha risvegliato i fantasmi della “caduta del saggio di profitto” e della “socializzazione”. Il problema è che lo ha fatto nella classe sbagliata.
La maschera del confronto geopolitico, finora utile all’affermazione di una identità nazional-culturale da parte delle classi dominanti delle potenze emergenti per controllare rigidamente le spinte liberogene insite nella loro ascesa, viene oggi riutilizzata dal capitalista collettivo occidentale per mantenere e rilanciare i propri profitti. Dazi, barriere e strozzature sono il prezzo momentaneo da pagare per perimetrare le nuove basi dell’accumulazione.
Produzione di guerra
Il pezzo mancante del puzzle si fa presto a individuarlo: il rilancio culturale, sociale e in ultimo industriale della produzione bellica. Il riorientamento dell’apparato industriale europeo in questa direzione trascina dietro di sé e qualifica l’intero ciclo economico come economia di guerra. Non basta più produrre piattaforme sofisticate di sistemi d’arma, avanzatissime ma poche e costose, legate a un concetto di deterrenza e prestigio in guerre asimmetriche, ma serve scalarità, ossia produzione in serie di armi adatte alla guerra contemporanea (droni, missili ecc…) che costino poco e che si producano in fretta. Questa la lezione del fronte ucraino o dei cieli iraniani: quando la guerra si fa davvero contano i numeri, gli ordinativi, i materiali. La guerra come mercato, la morte come domanda. Le commesse militari, e non più i soli costosissimi investimenti scientifici, come leva allo sviluppo su scala industriale. Mentre tutto aumenta e i costi del carovita vengono scaricati verso il basso, l’urgenza è diminuire il prezzo unitario per drone…
I nuovi distretti militari-industriali
L’impatto sui territori si sostanzia nella costituzione di distretti industriali che dovranno assumere questo ruolo produttivo, dove nuove realtà industriali crescano velocemente integrandosi con l’apparato storicamente esistente e dove gli armamenti scivolino verso gli arsenali e i fronti di guerra lungo i corridoi logistici messi in “sicurezza”. L’Emilia-Romagna ha risposto entusiasticamente “presente!”: Modena vedrà la nascita di una fabbrica da 200 droni al mese, grazie a una collaborazione tra la milanese Vigilar Group e la britannica Mgi Engineering.
La scelta del luogo non è casuale, nella “Motor Valley” sono presenti competenze e assets che possono immediatamente essere riorientate sul settore bellico. Anche le istituzioni fanno la loro parte per rendere la regione un ecosistema attrattivo per l’economia di guerra. La neonata filiera regionale dell’aerospazio – sette piccole imprese della regione, con la collaborazione di Thales Alenia Space e dell’Università di Bologna hanno presentato nell’ottobre scorso il progetto “ERiS-Emilia-Romagna in Space” – è già pronta a mettersi a disposizione. ERIS fa base a Forlì dove è attivo, nell’ambito dell’offerta formativa dell’Università di Bologna, il “NATO Model Event” in collaborazione con i comandi militari dell’alleanza. Nel capoluogo regionale il supercomputer “Leonardo”, ospitato nel nuovo tecnopolo “DAMA”, garantisce elaborazione di grandi moli di dati e sviluppo di modelli, a Modena stessa è stato costituito, nell’ambito dell’Ateneo cittadino, “l’UniMORE AI Center”, centro per ricerca sull’intelligenza artificiale. Per l’Accademia, evidentemente, va bene così. Mentre la politica locale brinda insieme alla classe imprenditoriale alla nascita della “Droni Valley”, vera e propria valle della morte.
Un futuro che non è scritto
È chiaro come l’introduzione della produzione bellica all’interno dell’ecosistema regionale sopra descritto non può che trainare verso quel polo l’intero sistema, come accade sulla più ampia scala europea, dove il riassetto istituzionale viene plasmato intorno al blocco continentale armato in divenire. E che questo processo produce una società della guerra. Tuttavia, rispetto alla grande trasformazione epocale che sta attraversando le società umane, riassumibile nella rivoluzione industriale 4.0, la guerra non si configura come l’unica via di uscita. Quegli stessi fantasmi che stanno costringendo i paesi occidentali a orientarsi verso il riarmo possono indicarci terreni di lotta e antagonismo sociale. Partire dal rifiuto della guerra per pretendere molto di più.

