E avevano danzato con tanta forza i tuoi piedi
nell’ira, Parigi! E fosti colpita da tante
coltellate, e giaci, serbando nelle tue pupille chiare
la dolcezza, un poco, d’una fulva rinascita.
Arthur Rimbaud scrive questi versi durante la semaine sanglante, la settimana in cui la Comune di Parigi viene massacrata dai versagliesi vincitori. Il 28 maggio 1871 si conclude con decine di migliaia di morti la prima grande esperienza di autogoverno comune e di rivolta comunista della storia contemporanea. Nei giorni successivi Eugène, durante la repressione seguita alla Comune, scriverà il testo originale dell’Internazionale.
Con questo articolo, oltre a un omaggio storico a quell’esperienza rivoluzionaria, proponiamo una riflessione sulle trasformazioni profonde che portò in luce e sulle varie risonanze che conducono fino ad oggi.
La Comune di Parigi del 1871 non è semplicemente un episodio rivoluzionario tra gli altri, né un capitolo isolato della storia del movimento operaio. È un momento di rottura più profondo, che riguarda la forma stessa dello spazio politico moderno. Con la Comune, infatti, non è soltanto il potere statale a essere messo in discussione, ma l’organizzazione degli spazi urbani e il ruolo che essi svolgono all’interno del capitalismo nascente. Per la prima volta, la metropoli – prodotto della modernità industriale e dispositivo centrale dell’accumulazione – diventa il terreno diretto della lotta politica.
Per comprendere la portata di questo evento, occorre partire da una trasformazione più ampia: quella che conduce dalla città come soggetto politico alla sua progressiva neutralizzazione dentro lo Stato moderno, e infine alla sua riemersione sotto forma di metropoli, cioè come spazio attraversato e strutturato dal conflitto sociale.
Per lungo tempo, nella storia europea, la città è stata uno dei luoghi privilegiati del politico. Dalle pólis greche ai comuni medievali, essa non era soltanto uno spazio abitato, ma una forma autonoma di organizzazione del potere, dotata di istituzioni, capacità decisionale e indipendenza. Questa autonomia rappresentava tuttavia un problema per la costruzione dello Stato moderno. Già nel XVII secolo, nel contesto della guerra civile inglese, Thomas Hobbes individua nelle grandi città un pericolo strutturale: esse concentrano ricchezza, relazioni, associazioni e capacità di mobilitazione, configurandosi come poteri concorrenti rispetto alla sovranità. Le città, nella sua celebre immagine, sono come “vermi nelle viscere dello Stato”: elementi interni che ne minano l’unità.
Il progetto statuale moderno si sviluppa quindi anche come un processo di depoliticizzazione della città. Nel corso del XVIII secolo, questo processo assume una forma più sistematica: governare significa sempre più organizzare il territorio secondo una logica unitaria, ispirata alla città-capitale ma estesa all’intero spazio nazionale. Come ha mostrato Michel Foucault, “urbanizzare” e “governare” diventano progressivamente sinonimi: non si tratta più di moltiplicare centri autonomi, ma di integrare città e campagne in un unico dispositivo amministrativo. In questo modo, la città sopravvive, ma perde la sua centralità politica. Diventa un nodo funzionale all’interno di una struttura più ampia, non più un soggetto autonomo.
Questo equilibrio, tuttavia, entra in crisi nel XIX secolo. Dopo i processi di privatizzazione dei commons, la cosiddetta “prima rivoluzione industriale”, la migrazione di massa dalle campagne alle città e la nascita del proletariato urbano producono una trasformazione radicale dello spazio. La città storica, con le sue forme relativamente stabili, viene progressivamente dissolta. Al suo posto emerge la metropoli: una configurazione spaziale nuova, caratterizzata da densità, espansione, interconnessione e, soprattutto, da una concentrazione inedita di conflitti.
La metropoli non è semplicemente una città più grande. È il risultato di un insieme di processi (industrializzazione, urbanizzazione di massa, sviluppo delle infrastrutture, espansione coloniale, mercato mondiale) che ridefiniscono il rapporto tra spazio e potere. In essa si concentra la ricchezza, ma anche la povertà; si intensificano gli scambi, ma anche le tensioni sociali. La distinzione tra interno ed esterno, tra guerra e pace, tra ordine e disordine, diventa sempre più instabile. La guerra civile, che lo Stato aveva cercato di espellere o confinare, ritorna al centro dello spazio urbano sotto forma di lotta di classe.
Le insurrezioni del 1848 segnano un momento decisivo in questo processo. Per la prima volta, il conflitto sociale si manifesta simultaneamente su larga scala nei cuori delle società europee, mettendo in crisi l’ordine statuale. Le barricate diventano il simbolo di questa nuova forma di scontro sociale, in cui lo spazio urbano, le sue strade, i suoi quartieri, viene direttamente utilizzato come strumento di lotta. La metropoli emerge così come un campo politico specifico, in cui si ridefiniscono le modalità stesse del conflitto.
Parigi rappresenta il caso più emblematico di questa trasformazione. Nel corso del XIX secolo, la città cresce in modo vertiginoso, inglobando territori circostanti e superando ogni limite definito. Allo stesso tempo, diventa il centro di una rete mondiale di scambi economici, politici e culturali. Ma questa centralità è attraversata da tensioni profonde. L’insurrezione del 1848 mostra come la morfologia urbana, fatta di strade strette e quartieri densamente popolati di diretta derivazione medievale, favorisca la mobilitazione e renda possibile una forma diffusa di resistenza.
È proprio per rispondere a questa minaccia che viene avviato il grande progetto di ristrutturazione urbana guidato dal barone von Haussmann. Tra il 1852 e il 1869, Parigi viene radicalmente trasformata: i vecchi quartieri vengono demoliti, sostituiti da grandi boulevard rettilinei che facilitano il controllo e la circolazione. Questa trasformazione non è semplicemente estetica o funzionale, ma profondamente politica. La nuova metropoli è progettata come un dispositivo contro-insurrezionale, capace di prevenire e neutralizzare il conflitto attraverso la sua stessa forma.
Tuttavia, è proprio questo spazio costruito per impedire la rivolta che viene riattivato dalla Comune nel 1871. Dopo la sconfitta nella guerra franco-prussiana e il collasso del Secondo Impero, Parigi insorge e dà vita a una forma di autogoverno radicale. La Comune non si limita a prendere il potere: interviene direttamente sull’organizzazione dello spazio urbano. Le barricate tornano a segnare il panorama, ma non solo come strumenti difensivi. Esse diventano elementi di una diversa organizzazione politica, in cui lo spazio viene riappropriato e riorganizzato.
Le piazze si trasformano in luoghi di decisione collettiva, i quartieri in unità politiche, le strade in infrastrutture del conflitto. La politica non è più concentrata in un centro, ma diffusa nel tessuto urbano. In questo senso, la Comune può essere interpretata come il primo tentativo di costruire una forma di governo metropolitano non-statale. Essa non ripristina la città del passato, ma sperimenta una nuova modalità di organizzazione politica adeguata alla realtà della metropoli.
Questa trasformazione riguarda anche la vita quotidiana. La Comune interviene sulle condizioni materiali dell’esistenza, mettendo in discussione la separazione tra politico ed economico. Il lavoro, l’organizzazione del tempo, i servizi urbani diventano oggetto di una riorganizzazione collettiva. La metropoli capitalistica, basata sulla privatizzazione dello spazio e sulla separazione delle funzioni, viene temporaneamente sospesa a favore di un uso comune dello spazio urbano.
La Comune, tuttavia, non è un evento isolato. Essa si inserisce in una trasformazione che coinvolge l’intero sistema capitalistico. La nascita della metropoli è strettamente legata ai processi di accumulazione su scala mondiale: allo sfruttamento coloniale, alla circolazione di merci e capitali, allo sviluppo di infrastrutture che connettono territori lontani. Le metropoli europee sono nodi di una rete vastissima che include piantagioni, colonie, rotte commerciali. In questo senso, il conflitto che si manifesta nella metropoli è intrinsecamente mondiale.
La Comune può quindi essere letta come una delle prime espressioni di un politico che si dispiega su questa nuova scala. Pur essendo focalizzata soprattutto su Parigi, essa entra in risonanza con altri contesti e anticipa forme di conflitto che diventeranno sempre più diffuse. La sua sconfitta, brutale e sanguinosa, non cancella questa apertura, ma la rende ancora più evidente.
Oggi, questa eredità appare particolarmente attuale. Le metropoli contemporanee sono il luogo in cui si concentrano le contraddizioni del capitalismo globale: disuguaglianze estreme, precarizzazione del lavoro, privatizzazione dello spazio, controllo tecnologico. Allo stesso tempo, esse continuano a essere attraversate da conflitti, rivolte, forme di organizzazione collettiva che mettono in discussione l’ordine esistente.
In questo contesto, la Comune non può essere considerata un modello da replicare. Essa rappresenta piuttosto un momento in cui è emersa la possibilità di un uso diverso dello spazio metropolitano, una rottura che ha reso visibile ciò che normalmente resta invisibile: il fatto che la metropoli, pur essendo continuamente strutturata dal capitale, non è mai completamente determinata da esso. È uno spazio aperto, attraversato da forze contrastanti, in cui possono emergere forme impreviste di organizzazione politica e di forme di vita differenti.
La lezione più importante della Comune sta forse proprio qui. Non nella sua durata o nei suoi risultati immediati, ma nella capacità di aver trasformato, anche solo per un breve periodo, la metropoli da dispositivo di comando a spazio di possibilità differente. In un’epoca in cui l’urbanizzazione si è estesa su scala planetaria, questa domanda resta aperta: come organizzare il comune dentro uno spazio costruito dal capitale? La Comune non fornisce una risposta definitiva, ma indica una direzione, mostrando che anche nel cuore della metropoli è possibile aprire una frattura e praticare altre forme di vita.

