La guerra verticale: corridoi logistici, orbite satellitari e infrastrutture del comando

Per molto tempo il capitalismo contemporaneo è stato raccontato attraverso l’immagine rassicurante della “rete”: connessioni, mobilità, flussi, innovazione, comunicazione globale. Internet veniva rappresentato come uno spazio immateriale e orizzontale, mentre la globalizzazione appariva come un processo fondato sulla progressiva integrazione del pianeta. Oggi quella narrazione mostra tutta la propria insufficienza. Le guerre che attraversano il presente, dall’Ucraina al Medio Oriente, fino alla crescente tensione nel Pacifico, stanno rendendo evidente qualcosa di diverso: la globalizzazione non è terminata, ma si sta trasformando in una gigantesca infrastruttura militarizzata.

L’articolo pubblicato da The Cradle sul conflitto contro l’Iran coglie bene questo passaggio. Il nodo centrale non riguarda soltanto la tradizionale competizione geopolitica regionale, bensì il controllo dei cosiddetti “connectivity corridors”, cioè delle reti commerciali, energetiche e logistiche che collegano Europa, Asia e Medio Oriente. Lo scontro attorno allo Stretto di Hormuz, così come la competizione tra Belt and Road Initiative cinese e nuovi corridoi promossi da Stati Uniti, India e monarchie del Golfo, mostra che la guerra contemporanea riguarda innanzitutto la continuità della circolazione globale. Non si combatte più esclusivamente per occupare territori, ma per garantire il funzionamento delle reti che permettono la valorizzazione capitalistica su scala planetaria.

In questo senso, la logistica è diventata la forma principale della sovranità contemporanea. Porti automatizzati, supply chain just-in-time, cavi sottomarini, piattaforme cloud, sistemi satellitari e infrastrutture energetiche costituiscono ormai il vero sistema nervoso del capitalismo globale. La guerra assume quindi sempre più il carattere di una guerra per la continuità delle connessioni. È sufficiente osservare il modo in cui le crisi contemporanee colpiscono immediatamente traffici marittimi, catene di approvvigionamento, reti digitali e infrastrutture energetiche per comprendere come il conflitto si giochi ormai direttamente sul terreno della circolazione.

Dentro questa trasformazione, lo spazio extra-atmosferico assume un ruolo decisivo. L’articolo di Agenda Digitale descrive efficacemente come l’orbita bassa terrestre sia diventata il nuovo spazio strategico della competizione globale. Le costellazioni satellitari costruite da aziende come Starlink, Kuiper o OneWeb non rappresentano semplicemente un’estensione delle telecomunicazioni civili, ma vere e proprie infrastrutture dual use integrate dentro dispositivi militari, logistici e finanziari. Il controllo dell’orbita significa controllo delle comunicazioni, della navigazione, dei sistemi di targeting, delle transazioni finanziarie e della sincronizzazione delle reti globali.

L’orbita bassa sta diventando ciò che gli oceani sono stati per il capitalismo industriale: uno spazio decisivo per il dominio infrastrutturale del pianeta. La verticalità del capitalismo contemporaneo non riguarda più soltanto i grattacieli finanziari o le piattaforme urbane, ma si estende ormai all’atmosfera e allo spazio circumterrestre.

Questa espansione produce però conseguenze materiali sempre più evidenti. Lo studio pubblicato su Nature Astronomy mostra come la proliferazione incontrollata di satelliti stia già compromettendo le condizioni stesse dell’osservazione astronomica. L’inquinamento luminoso e radio generato dalle mega-costellazioni private modifica il cielo terrestre e privatizza progressivamente l’accesso allo spazio. È un passaggio storico importante, perché indica che il capitale non si limita più a sfruttare il pianeta, ma tende a colonizzare l’intero ambiente percettivo e infrastrutturale della Terra.

Allo stesso tempo, la crescita dell’intelligenza artificiale accelera la costruzione di nuove infrastrutture estrattive. L’articolo del Sole 24 Ore – 24+ dedicato al progetto Panthalassa finanziato da Peter Thiel permette di leggere con chiarezza questa trasformazione. L’idea di costruire data center oceanici galleggianti viene presentata come innovazione tecnologica capace di risolvere problemi energetici e infrastrutturali, ma in realtà rivela una tendenza molto più profonda: la volontà delle grandi piattaforme di sottrarsi progressivamente ai limiti territoriali, normativi e fiscali degli Stati.

I data center offshore rappresentano infatti un salto qualitativo nella geografia del capitalismo digitale. Significano trasformare gli oceani in zone computazionali semi-autonome, sottratte tanto al conflitto sociale quanto alla regolazione democratica. In questo progetto riaffiora chiaramente l’immaginario politico originario della Silicon Valley: l’idea che il potere delle piattaforme possa emanciparsi persino dalla mediazione statale e costruire una propria sovranità infrastrutturale globale.

La retorica dell’innovazione tecnologica nasconde però una realtà molto più brutale. L’intelligenza artificiale richiede quantità gigantesche di energia, acqua, capacità computazionale e materie prime. Dietro ogni modello generativo esistono miniere di litio e cobalto, centrali elettriche, sistemi logistici planetari e immense server farm. Il “cloud” non è mai immateriale: è una delle infrastrutture industriali più energivore mai costruite.

A questa materialità si accompagna una trasformazione profonda della soggettività contemporanea. Gli articoli pubblicati da Doppiozero e Indiscreto mostrano, da prospettive differenti, come il capitalismo digitale stia producendo una vera e propria economia della devastazione cognitiva. Le piattaforme non si limitano più a catturare attenzione: organizzano direttamente i comportamenti, modellano le percezioni, producono dipendenza e frammentazione psichica. Ansia, compulsione, isolamento e iperstimolazione non rappresentano semplicemente effetti collaterali delle tecnologie digitali, ma elementi strutturali del loro modello economico.

Per questo motivo le discussioni sulla regolazione delle Big Tech rischiano spesso di rimanere superficiali. Il problema non riguarda soltanto eventuali abusi o monopoli, ma il fatto che le piattaforme costituiscono ormai veri e propri ambienti di governo della vita sociale. Esse organizzano il lavoro, la comunicazione, l’informazione e persino la percezione del reale.

L’articolo pubblicato da The Bunker aggiunge un ulteriore elemento decisivo, mostrando come dietro l’apparente automazione dell’intelligenza artificiale esista in realtà una gigantesca massa di lavoro umano invisibile. Moderatori di contenuti, annotatori di dati, click workers e operatori cognitivi distribuiti tra Kenya, India, Filippine e America Latina rendono possibile il funzionamento quotidiano delle piattaforme e dei sistemi di AI. L’automazione non elimina il lavoro umano; piuttosto, lo redistribuisce lungo nuove gerarchie globali e coloniali, occultandolo dietro la retorica dell’autonomia tecnologica.

Il capitalismo digitale appare quindi sempre più come un sistema infrastrutturale totale, capace di intrecciare guerra, logistica, estrazione, piattaforme, spazio orbitale e produzione della soggettività dentro un’unica architettura planetaria. La smart city e la war city tendono progressivamente a coincidere, perché ogni rete logistica richiede militarizzazione, ogni piattaforma necessita di sorveglianza e ogni infrastruttura computazionale implica nuove catene estrattive.

Come dicevamo, la guerra contemporanea non interrompe dunque la globalizzazione, ma la riorganizza. E proprio per questo una politica radicale all’altezza del presente non può limitarsi a criticare genericamente la tecnologia o le piattaforme digitali. Deve interrogare direttamente le infrastrutture materiali del comando contemporaneo: i corridoi logistici, i satelliti, i data center, le supply chain, le reti energetiche e le architetture computazionali che strutturano la vita globale. Il conflitto attraversa ormai l’intero pianeta infrastrutturale costruito dal capitalismo contemporaneo.