Guerre di produzione: energia, risorse e snodi commerciali

Dal 2022 in avanti, il mondo ha assistito a una recrudescenza dei conflitti armati, ma con che lenti possiamo leggere tale scenario da un punto di vista complessivo? Lungi dall’essere episodi isolati o puramente ideologici, tali impennate radicali di scontro diretto tra due o più fazioni si inseriscono in una dinamica più ampia: quella di una competizione economica, industriale ed energetica sfrenata e su scala globale. Le guerre contemporanee non sono soltanto il prodotto di rivalità politiche o identitarie, ma riflettono tensioni strutturali legate all’accesso alle risorse, al controllo delle catene del valore e al predominio tecnologico.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, oltre il 70% del commercio globale passa attraverso catene del valore internazionali (IMF, World Economic Outlook: https://www.imf.org/en/Publications/WEO). Un dato che evidenzia quanto le economie mondiali non solo siano esposte a shock capaci di turbarne e deviarne le linee di tendenza, ma che su questi shock giochino letteralmente d’azzardo per ottenere una “capacità di salto” elevata all’interno dei propri processi (https://archive.org/details/shockeconomylasc0000klei). La pandemia prima e le crisi successive hanno reso evidente la duplice natura distruttiva e generativa di questo sistema.

In questo contesto, la guerra in Ucraina rappresenta un caso emblematico. Prima del 2022, circa il 40% del gas importato dall’Unione Europea proveniva dalla Russia (Eurostat: https://ec.europa.eu/eurostat). Nel giro di due anni, questa quota è scesa sotto il 15%, sostituita in larga parte da gas naturale liquefatto, soprattutto statunitense. Parallelamente, la Russia ha aumentato drasticamente le esportazioni verso l’Asia: nel 2023, oltre il 50% del petrolio russo è stato diretto verso Cina e India (IEA: https://www.iea.org).

Un’altra area cruciale è il Mar Cinese Meridionale, attraverso cui transita circa un terzo del commercio marittimo globale, per un valore stimato superiore ai 3.000 miliardi di dollari annui (UNCTAD: https://unctad.org/topic/transport-and-trade-logistics). Qui la competizione tra Cina e Stati Uniti riguarda anche il controllo di rotte strategiche ed energetiche.

Il “Medio Oriente” continua a essere un epicentro delle scosse di escalation militare a livello planetario, e quindi anche di competizione energetica. Lo stretto di Hormuz, per fare un esempio protagonista della nostra attualità, vede transitare circa il 20% del petrolio mondiale (U.S. Energy Information Administration: https://www.eia.gov/international/analysis/special-topics/Strait_of_Hormuz). Qualsiasi tensione nell’area si traduce immediatamente in bruschi rimbalzi dei mercati energetici mondiali.

Un fronte sempre più rilevante è quello dell’Artico. Secondo lo U.S. Geological Survey, l’area potrebbe contenere circa il 13% delle riserve mondiali non scoperte di petrolio e il 30% di quelle di gas naturale (USGS: https://www.usgs.gov). In questo contesto si inserisce anche la crescente attenzione strategica verso la Groenlandia, ricca di terre rare e minerali critici fondamentali per la transizione energetica e digitale (IRENA: https://www.irena.org). Lo scioglimento dei ghiacci sta aprendo nuove rotte e nuovi scenari di competizione tra grandi potenze, in cui va certamente iscritta la propaganda di potenza che il Governo Trump agisce dentro e oltre il conflitto russo-ucraino.

La transizione energetica ha infatti aperto un nuovo fronte: quello delle materie prime critiche. L’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che la domanda globale di litio potrebbe crescere di oltre 40 volte entro il 2040 (IEA, Critical Minerals Report: https://www.iea.org/reports/the-role-of-critical-minerals-in-clean-energy-transitions). Oggi circa il 70% del cobalto proviene dalla Repubblica Democratica del Congo, mentre la Cina domina la raffinazione delle terre rare.

Un ulteriore elemento chiave è la “guerra dei semiconduttori”. Il mercato globale supera i 500 miliardi di dollari ed è destinato a raddoppiare entro il 2030 (Semiconductor Industry Association: https://www.semiconductors.org). Taiwan produce oltre il 60% dei chip globali e più del 90% di quelli avanzati.

Ne emerge un quadro di competizione sistemica, in cui, da un lato, strumenti economici — sanzioni, dazi, restrizioni tecnologiche — si affiancano alle operazioni militari (SIPRI: https://www.sipri.org) come vere e proprie armi; dall’altro, il nodo della produzione — che comprende l’accaparramento di materie prime, la capacità di lavorarle e la possibilità di distribuirle — emerge come terreno stesso di sviluppo dei conflitti bellici.