7 APRILE: L’ACCUSA È COMUNISMO


Padova, Roma, Milano, 7 aprile 1979. Il sostituto procuratore di Padova, Pietro Calogero, ha spiccato una ventina di mandati di cattura contro Potere Operaio e Autonomia Operaia. L’operazione è coadiuvata dal GI di Roma Achille Gallucci, impegnato nelle indagini per l’omicidio Moro. Arrestano redattori di giornali e radio, «cattivi maestri» e allievi, come Emilio Vesce, Oreste Scalzone, Toni Negri, Alessandro Serafini. A fine ’82 gli imputati a vario titolo nel processo 7 aprile saranno centinaia.

Dell’inchiesta colpiscono il metodo e la giurisdizione. Il giudice di area Pci vuole dimostrare su base ideologica e indiziaria che tra illegalità di massa e lotta armata non c’è soluzione di continuità. Per dimostrare il suo teorema, «Kalogero» distrae gli indagati dal giudice naturale e ricorre sistematicamente alla carcerazione preventiva introdotta dalle leggi speciali, nonché alle carceri speciali di Dalla Chiesa, il cosiddetto «circuito dei camosci» (1977).

Lo stesso stato responsabile della strategia della tensione, sembra ora ammalatosi di moroteite. Solo un anno prima della sua esecuzione da parte delle Br, proprio nell’altrimenti celebre 11 marzo 1977, Aldo Moro aveva difeso in commissione parlamentare il ministro Tanassi e il resto del partito dalle accuse di corruzione nel caso della tangente Lockheed – un’azienda militare statunitense – dicendo: «noi non ci faremo processare».

Sul primo numero di Metropoli (giugno 1979) Franco Piperno scrive (7 aprile. prima pagano, meglio è): «se la Democrazia Cristiana, ritenuta al livello di senso comune responsabile di trent’anni di illegalità, malversazioni, truffe, omicidi, fosse stata processata per tempo nelle piazze e nei luoghi di lavoro; se i suoi uomini, i responsabili politici, avessero pagato anche solo nelle forme e nei limiti previsti dall’ordinamento vigente, non ci sarebbe stata la cattura, la prigionia e la morte dell’onorevole Aldo Moro presidente del partito». Per un fumetto di Beppe Madaudo, quel numero di Metropoli viene sequestrato.

Ma per Calogero Toni Negri è il capo delle Br. Nei fatti, «l’accusa è comunismo». La generazione degli anni ’60-’70 cade vittima di una repressione militare e giudiziaria senza precedenti. Non è solo la fine del garantismo di una repubblica che si deforma. Il teorema giudiziario è la punta estrema dell’attacco di stato al movimento del ’77, la cui ricchezza sociale viene appiattita sul ceto politico al fine di disperdere le forze rivoluzionarie e creare un clima di persecuzione e terrore attraverso l’esempio. Il tutto con la collaborazione fattiva del Pci del compromesso storico.