11 settembre. Tra 1973 e 2001

Chi è nato entro gli anni ’90 ricorda perfettamente che cosa stava facendo l’11 settembre 2001. È una data che viene ricordata senza indicare l’anno. Per chi c’era è come dire Genova. Così funzionano i meccanismi della memoria collettiva: eventi che segnano la vita di intere comunità diventano parte della biografia di ciascuno. Tanto è potente questa funzione della storia universale che tende a eclissare eventi non meno importanti di quello stesso anno, come appunto è il caso di Genova 2001, divenuta patrimonio di una memoria di parte. Una funzione selettiva che mentre crea memoria, fa dimenticare tutto il resto.

Può capitare che ci siano anche sincronismi un po’ speciali, che coincidono con le ricorrenze della memoria. È il caso dell’11 settembre 1973. Una data celebre, ma soprattutto un anno cruciale, non meno ‘americano’ del 2001, che spiega molte cose di oggi e quindi è relegato ai libri di storia e i quiz televisivi. Un anno che si può leggere secondo tre chiavi: guerra imperialista, spesa pubblica, petrolio. E che segna il passaggio al nuovo ordine neoliberale, di cui il 2001 rappresenta il tramonto.

Il 27 gennaio 1973 il governo Nixon, nella persona del segretario di stato Henry Kissinger, firma gli accordi di Parigi che segnano il ritiro degli Usa dalla guerra in Vietnam. Una guerra nefasta, che stava compromettendo la Great Society, il programma sociale di spesa pubblica avviato da Lyndon Johnson nel 1964 per fornire assistenza sanitaria e istruzione agli strati più deboli della società statunitense, in particolare la comunità afrodiscendente razzializzata, in piena lotta di emancipazione. Lo sviluppo di queste lotte impose l’agenda governativa.

L’11 settembre il governo presieduto dal socialista Salvador Allende viene rovesciato da un colpo di stato militare appoggiato dagli Usa e guidato dal generale Pinochet. L’aviazione bombarda il palazzo presidenziale della Moneda. Allende muore. Gli Stati uniti mettono fine a quel tentativo di rivoluzione democratica in quello che considerano il loro «cortile di casa» (dottrina Monroe). Ma soprattutto usano il Cile come laboratorio delle teorie economiche della scuola di Chicago, dando corpo alle politiche di spesa pubblica, monetarie, migratorie e di mercato del neoliberismo attuale. Si comincia a scavare la fossa dello stato keynesiano, con la sua centralità della spesa pubblica, per conferire il potere alle multinazionali.

Il 6 ottobre, nel giorno ebraico di Yom Kippur, gli eserciti di Egitto e Siria lanciano una grande offensiva contro Israele per riprendersi i territori occupati a seguito della guerra dei sei giorni del 1967, in particolare il Sinai. Dopo la nazionalizzazione di Suez da parte di Nasser, lo sbocco mediterraneo del canale era stato occupato da inglesi, francesi e israeliani. Il nuovo presidente egiziano Sādāt, minacciando l’interruzione dei flussi commerciali e delle forniture energetiche, era riuscito a isolare Israele, cui rimanevano solo gli Usa. A guerra scoppiata, l’impraticabilità del canale blocca i traffici. I paesi arabi produttori di petrolio dell’Oapec appoggiano Egitto e Siria riducendo le esportazioni di greggio e raddoppiando i prezzi al barile. La crisi energetica impone l’austerity in Europa.

In particolare, in Italia, l’instabilità internazionale e il golpe cileno portano il segretario del Pci Berlinguer a lanciare la politica del compromesso storico. In tre articoli apparsi su Rinascita, Berlinguer afferma che, per scongiurare la violenza reazionaria dell’imperialismo americano, l’unica chance di successo per «la via italiana al socialismo» è l’alleanza con le componenti democratiche sociali, incluse quelle democristiane. Nonostante le lotte del secondo autunno caldo del ’73 fossero riuscite a imporre l’abolizione delle categorie in fabbrica, destrutturando così il lavoro salariato, e a ottenere le 150 ore di formazione annue per tutti, questa forza del movimento operaio è guardata con sospetto e paternalismo dal Pci, che collabora alla sua repressione. Fallito il compromesso di lì a qualche anno, contro l’universalismo di queste conquiste contrattuali, sindacato e partito si proporranno ancora come «forza responsabile» imponendo i «sacrifici» per la sola classe operaia.

Infine, il complesso sistema dei petrodollari, avviato dalla diplomazia di Kissinger. Nel 1971 il sistema dei cambi fissi di Bretton Woods che garantiva l’ordine mondiale del dopoguerra fallisce, e la Federal Reserve smette di convertire in oro i dollari. L’introduzione dei cambi oscillanti non risolve i problemi di solvibilità, mentre l’inflazione statunitense viene scaricata su tutti gli alleati fornitissimi di dollari. A questo punto Kissinger si accorda con la monarchia saudita garantendo sostegno e forniture militari in cambio dell’impegno a scambiare in dollari il greggio. Il sistema che si sarebbe poi generalizzato consiste nel riciclaggio delle eccedenze di vendita del greggio in titoli di stato Usa, in modo da rendere sostenibile il debito statunitense. Tuttavia, l’ostilità nei confronti dei nazionalisti arabi socialisti (Iraq, Siria, Libia) e poi degli sciiti (Iran) non fa che degenerare fino all’ingerenza diretta e all’intervento in Medio Oriente.

Quando l’11 settembre 2001 crollano le Torri gemelle, il vecchio ordine fondato su sviluppo e spesa pubblica (fordismo e keynesismo) era già stato condannato dai suoi padroni, perché il capitalismo con una mano dà e con tutte e due prende, incapace com’è di sanare le sue contraddizioni senza trovare un nemico da strozzare e strozzinare. Da allora la guerra al terrore comincia a terrorizzare il mondo.